Più tardi di quanto pensi

E questo è l’ultimo appuntamento estivo con la fantascienza, qui su inutile. Noi ci siamo divertiti a giocare il luogo comune che ci vuole spalmati in spiaggia a leggere cose leggere: speriamo anche voi!
Massimo De Santo, il nostro meraviglioso Cylon Prof, ci ha spiegato così la sua scelta del racconto:

Fritz Leiber usa la penna come un grande pittore usa il pennello. Piccoli tocchi delicati che si compongono in un grande affresco. Dopo esservi gustati questo breve racconto, nel quale le eterne domande “siamo soli nell’Universo?”, “ci sono altre intelligenze con le quali incontrarci?” trovano una risposta inaspettata, correte a leggere il suo capolavoro «Il Grande Tempo» e le spassose avventure di Fafhrd e del Gray Mouser.


Era ovvio che lo studio dell’Archeologo apparteneva ad un’era enormemente distante da oggi. Somiglianze familiari qua e là non facevano che acuire la sensazione di trovarsi in un luogo alieno. La luce del sole che filtrava attraverso le finestre sul soffitto balenava pallida e verdastra, amplificata dalla radiazione di un qualche materiale brillante che impregnava i muri e i pavimenti. Persino l’ampio scrittoio e il largo poggiapiedi emanavano un riverbero riposante. Sopra il primo erano sparpagliate tavolette di cera con il dorso di metallo, stilo, e un paio di grandi occhiali dalla forma insolita. Le librerie stracolme non erano particolarmente curiose, ma i libri erano rilegati in metallo e le iscrizioni sulle coste sarebbero apparse del tutto oscure al più erudito dei linguisti moderni.

Uno di questi libri, aperto sul poggiapiedi, era fatto di sottili fogli di metallo, flessibili e senza ruggine, coperti di caratteri smaglianti. Fra le librerie erano appesi dipinti ad olio fosforescenti, raffiguranti soprattutto fondali marini, nei toni tetri del verde e del marrone. Lo stile dei quadri, né del tutto realista né astratto, avrebbe sconcertato gli storici dell’arte.
Una grande lavagna con grossi gessi colorati suggeriva come funzione della stanza sia l’aula scolastica che lo studio privato.
Al centro della camera, a metà altezza verso il soffitto, era appeso un pesce con scaglie iridescenti di una bellezza mozzafiato. I suoi supporti erano invisibili al punto che – considerando anche gli strani dipinti e la luce verdastra – si sarebbe potuto giurare che lo scopo dell’oggetto fosse quello di materializzare una scena sottomarina.
L’Esploratore fece la sua entrata con un movimento mulinante molto teatrale. Abbracciò l’Archeologo con calore calcolato apposta per scombussolare quel vecchio amico così burbero. Poi si sedette sul poggiapiedi, guardò in su e parlò usando un linguaggio così diverso da qualunque altro di nostra conoscenza che dovremmo chiamarlo un’altra forma di comunicazione piuttosto che un altro idioma. Il significato era, «Allora, dimmi tutto.»
Se l’Archeologo fosse stato preso alla sprovvista, lo nascose. La sua espressione mostrava solo il piacere dell’essere riunito con il suo amico che era stato via a lungo.
«Tutto su che cosa?» reclamò.
«Ma la tua scoperta!»
«Che scoperta?» L’incomprensione dell’Archeologo era giocosa.
L’Esploratore buttò in su le braccia. «Come, che altro se non la tua scoperta, qui sulla Terra, dei resti di una specie intelligente? È il ritrovamento dell’epoca! Devo costringerti? Sputa fuori!»
«Non ho fatto io la scoperta» disse l’altro con tranquillità. «Ho solamente supervisionato gli scavi e diretto l’interpretazione del materiale. Sei tu che hai cose da raccontare. Sei tu quello che è appena tornato dalle stelle.»
«Lascia stare» l’Esploratore scansò la domanda. «Appena la nostra navicella è entrata nel raggio delle onde radio terrestri, hanno iniziato a mandarci continui bollettini per coprire il periodo della nostra assenza. Uno di questi, breve da dare fastidio, citava la tua scoperta. Ha catturato la mia immaginazione. Non vedevo l’ora di sentire i dettagli.» Si interruppe, poi confessò, «Si diventa così smaniosi là fuori nello spazio – una gocciolina di vita, coperta di metallo, persa nell’immensità. Si riscoprono le proprie emozioni…» Cambiò colore, poi finì rapidamente, «Appena è stato possibile andarmene con discrezione, sono venuto subito da te. Volevo sentirmelo raccontare dalla migliore autorità – tu stesso.»


L’archeologo lo guardò con curiosità. «Mi fa piacere che tu abbia pensato a me e al mio lavoro, e sono molto contento di vederti di nuovo. Ma ammettilo ora, non c’è qualcosa di strano nella tua frenesia riguardo questa cosa? Posso capire che dopo una lunga assenza dalla Terra, ogni notizia della Terra possa sembrare molto importante. Ma non c’è una ragione in più?»
L’Esploratore turbinò impaziente. «Oh, immagino ci sia. Delusione, intanto. Speravamo di entrare in contatto con vita intelligente là fuori. Eravamo stati specificamente addestrati alle tecniche per stabilire contatti mentali con forme di vita aliene. Bene, abbiamo sì scoperto alcuni pianeti che ospitano forme di vita, ma vita primitiva, niente di cui valesse la pena occuparsi.»
Esitava ancora, imbarazzato. «Là fuori inizi a pensare a quanto preziosa sia l’intelligenza. Ce n’è così poca, ed è nascosta. E noi abbiamo così tanto bisogno di relazioni con altre specie intelligenti per dare profondità ed equilibrio ai nostri pensieri. Immagino di aver dato troppo peso alla mia speranza di stabilire un rapporto.» Si fermò. «Ad ogni modo, quando ho sentito che ciò di cui eravamo alla ricerca, tu l’avevi trovato qui, a casa – sebbene morto e dimenticato – ho pensato che fosse qualcosa, almeno. D’un tratto ero impaziente. È strano, lo so, agitarsi tanto per una specie estinta – come se il mio interesse potesse significare alcunché per loro ora – ma è così che l’ho presa.»


Diverse piccole ombre attraversarono le finestre in alto. Sarebbero potute essere uccelli, ma si muovevano troppo piano.
«Credo di aver capito» disse piano l’Archeologo.
«Quindi muoviti e raccontami della tua scoperta!» esplose l’Esploratore.
«Ti ho già detto che non è stata mia la scoperta» gli ricordò l’Archeologo. «Qualche anno dopo la partenza della tua spedizione, fu iniziato un nuovo censimento delle risorse minerarie della Terra. Durante alcuni profondi carotaggi continentali, una squadra scoprì un deposito – immagina una scatola molto grande o una stanza alquanto piccola – con muri metallici molto forti e resistenti. Evidentemente i suoi costruttori l’avevano realizzato con l’intento di trasmettere un messaggio attraverso i secoli. Si scoprì che conteneva artefatti; modelli di edifici, veicoli, e macchinari, oggetti d’arte, immagini, e libri, centinaia di libri, insieme ad elaborati dizionari pittografici per interpretarli. Così oggi possiamo addirittura comprendere le loro lingue.»
«Lingue?» interruppe l’Esploratore. «È curioso. Chissà perché si pensa che le specie aliene abbiano una sola lingua.»
«Come noi, questa specie ne aveva diverse, sebbene ci fossero alcune parole e simboli uguali per tutte le lingue. Sembra che queste parole e simboli discendessero invariati dalla loro preistoria più lontana.»
L’Esploratore sbottò, «Non mi interessa questa roba stantia! Dimmi le cose sugose! Com’erano d’aspetto? Come vivevano? Che cosa hanno creato? Che cosa volevano?»
L’Archeologo schivò le domande con cortesia. «A tempo debito. Se devo raccontarti tutto quello che vuoi sapere, devo raccontartelo a modo mio. Ora che sei tornato sulla Terra, dovrai riacquisire quell’abitudine al pensiero ordinato e composto che hai in parte perso durante i tuoi selvaggi pellegrinaggi interstellari.»
«Accidenti a te, stai solo cercando di provocarmi.»
L’espressione dell’Archeologo ammetteva che non era del tutto insensato. Fece qualche carezza distratta all’animale che aveva strisciato in cima al suo scrittoio, e che assomigliava più ad un’anguilla che ad un serpente. «Che bel mostriciattolo, vero?» osservò. Quando divenne chiaro che l’Esploratore non andava provocato oltre, continuò, «Il mio compitò è stato quello di interpretare il contenuto del deposito, ricostruire il percorso dei suoi costruttori dallo stadio animale e condizione di selvatichezza fino alla civilizzazione, la loro diffusione piuttosto rapida sulla superficie del mondo, i loro primi incerti tentativi di scappare dalla Terra.»


«Possedevano navicelle spaziali?»
«È incerto. Anche se lo spero per loro, indicherebbe la possibilità che siano sopravvissuti altrove, sebbene i risultati negativi della tua spedizione fanno affievolire la probabilità.» Continuò, «Il deposito fu interrato nel periodo dei primi tentativi di volo spaziale, subito dopo la scoperta del potere atomico, nel primo fiore della loro giovinezza. Probabilmente fu creato in un estro di esuberanza, senza credere davvero che avrebbe assolto allo scopo per il quale era stato realizzato.» Lanciò uno sguardo strano all’Esploratore. «Anche noi abbiamo sotterrato depositi simili, se non sbaglio.»
Un attimo dopo, l’Archeologo continuò, «La mia ricostruzione della loro storia, in seguito all’interramento del loro deposito, è stata in larga parte ipotetica. Non posso far altro che immaginare i motivi che hanno portato al loro declino e caduta. C’è voluto molto tempo per ottenere del materiale supplementare, sebbene stiamo proseguendo con scavi estesi in luoghi molti distanti l’uno dall’altro. Ecco qui le ultime relazioni.» Lanciò all’Esploratore un fascicolo di pagine metalliche, che fece un volo di insolita lentezza.
«È questo che mi è sembrato strano fin dall’inizio» osservò l’Esploratore, e ripose il fascicolo dopo avergli dato una scorsa. «Se queste creature erano relativamente avanzate, perché non abbiamo saputo niente di loro prima? Devono aver lasciato così tante cose – edifici, macchine, progetti ingegneristici, alcuni di larga scala. Verrebbe da pensare che dovrebbero saltare fuori tracce dappertutto.»
«Ci sono quattro risposte che posso darti» rispose l’Archeologo. «La prima è la più ovvia. Il tempo. Ere geologiche. La seconda è più sottile. E se avessimo sempre cercato nei posti sbagliati? Cioè, e se le creature avessero occupato una porzione della Terra diversa dalla nostra? Terzo, è possibile che l’energia atomica, fuori controllo, abbia annientato la razza e cancellato le sue tracce. L’attuale distribuzione delle componenti radioattive sulla superficie della Terra sembrerebbe accreditare questa teoria.»
«Quarto» continuò, «Sono convinto che quando una specie intelligente inizia a regredire, tenda a distruggere o, piuttosto, a denigrare tutte le cose che ha laboriosamente creato. I grandi edifici vengono demoliti per costruirne di piccoli. Si frantumano i dispositivi e li si rielabora come armi e strumenti primitivi. È tutto un dipanare e un cancellare. Una sorta di seconda legge della termodinamica culturale inizia a fare effetto, secondo la quale l’intelletto ed i suoi processi sono gradualmente degradati al più infimo livello di significato e creatività.»


«Ma perché?» l’Esploratore parlava con ansia nella voce. «Una specie intelligente come può estinguersi così? Capisco che il potere atomico possa sfuggire di mano, anche se ci si aspetterebbe che avessero preso maggiori precauzioni. Comunque, può succedere. Ma la quarta risposta è… macabra.»
«Le culture e le civiltà muoiono» disse con calma l’Archeologo. «È successo di continuo durante la nostra storia. Perché non dovrebbe poter succedere alle specie? Un individuo muore – c’è qualcosa intrinseco alla morte di una specie più terribile che nella morte di un individuo?»
Si fermò. «Con tutto il rispetto per i membri di questa specie in particolare, penso che una certa instabilità comportamentale abbia accelerato la loro fine. I loro appetiti ed emozioni non erano abbastanza subordinati alla loro comprensione e al loro senso del tragico – il loro apprezzamento del senso comico e tragico dell’esistenza. Erano impazienti e facilmente alterabili dalla frustrazione. Sembra che vivessero i loro piaceri con senso di colpa, comportandosi come cupi moralisti, o al contrario da ingordi.»
«A causa di una serie di tabù e per via di una smisurata possessività» continuò, «Ogni individuo tendeva a limitare i propri affetti verso una piccola famiglia; in molti casi l’amore era focalizzato soltanto sull’individuo stesso. Veniva data grande importanza al prestigio personale, all’accumulazione di beni e denaro, all’esercizio del potere. Le loro notevoli abilità speculative e l’attitudine alla manipolazione si riversavano su oggetti piuttosto che su persone o sentimenti. La tecnologia sovrastava la psicologia. Lesinarono fatalmente sulla riflessione sistematica riguardo lo scopo dell’esistenza e dell’attività intellettuale, e a proposito dei mezzi per preservare entrambi.»
Le ombre lente tornarono a vagare sul soffitto.
«Infine» disse l’Archeologo, «Erano una specie tormentata dal passato in modo strano. Sembra che fossero ossessionati dall’idea che altri, ben superiori a loro, avessero prosperato prima di loro, e poi fossero morti, lasciandoli a costruire una civiltà dalle rovine. Fu da questi altri che pensavano di aver ereditato quelle poche parole e simboli comuni a tutte le loro lingue.»
«Divinità?» considerò l’Esploratore.
L’Archeologo scosse le spalle. «Chi può dirlo?»


L’Esploratore si volse dall’altra parte. Era palese che il suo fervore si era dissolto, lasciandosi dietro il residuo di un sentimento, freddo e misero. «Non sono sicuro di voler sapere altro su di loro» disse. «Ci assomigliano troppo. Forse è stato un errore venire qui. Perdonami, vecchio amico mio, ma là fuori nello spazio perfino le nostre emozioni si fanno indisciplinate. Tutto diventa inspiegabilmente appassionante. Gli umori sono burrascosi. In un attimo si passa dallo zenit al nadir – e ricordati, là fuori li puoi vedere tutt’e due.»
«Non vedevo l’ora di sentir parlare di questa specie estinta» aggiunse, in un tono triste. «Pensavo che avrei provato una sorta di complicità con loro attraverso gli eoni. Invece, trovo solo cadaveri. Mi ricorda quando, là fuori nello spazio, si staglia davanti alla prua, fioco alla luce delle stelle, un sole morto. Erano una razza giovane. Credevano di poter realizzare qualcosa. Si erano ripromessi un’eternità di tentativi. E per tutto il tempo, uscito da quel futuro che per cui smaniavano strisciava…oh, è così inutile e ingiusto.»
«Non sono d’accordo» disse con veemenza l’Archeologo. «Davvero, la tua assenza dalla Terra ti ha scombussolato anche più di quanto mi fosse parso all’inizio. Considera la questione nel suo complesso. La morte arriva per ogni cosa alla fine. Il nostro passato è disseminato dei nostri morti. Quella specie è morta, è vero. Ma quello che hanno realizzato, lo hanno realizzato. Qualunque genere di felicità abbiano avuto, è quello che hanno avuto. Ciò che hanno fatto con il loro poco tempo è tanto significativo quanto ciò che avrebbero potuto fare se avessero vissuto un miliardo di anni. Il presente è sempre più importante del futuro. E nessuna creatura può avere tutto il futuro – bisogna condividerlo, lasciarlo ad altri.»
«Forse è così» disse lento l’Esploratore. «Sì, immagino tu abbia ragione. Ma provo comunque una tremenda malinconia per loro, e mi conforto con la speranza che alcuni di loro siano scappati e abbiano fondato una colonia su qualche pianeta che ancora non abbiamo visitato.» Seguì un lungo silenzio. Poi l’Esploratore si voltò. «Ma tu, furbastro» disse in un modo che dimostrava quanto il suo umore più allegro e chiassoso fosse di ritorno, sebbene attutito, «Non mi hai ancora detto niente di specifico su di loro.»
«Già, è vero» rispose l’Archeologo con ingenuità maliziosa. «Beh, erano vertebrati.»
«Davvero?»
«Sì. E in più, erano mammiferi.»


«Mammiferi? Mi aspettavo qualcosa di diverso.»
«L’avevo intuito.»
L’esploratore cambiò atteggiamento. «Tutta questa faccenda delle categorie evoluzionistiche è piuttosto arbitraria. Persino sapere che aspetto avessero non importa molto. Mi piacerebbe avvicinarmi a loro in una maniera più intima. Che cosa pensavano di loro stessi? Che nome si erano dati? So che la parola non avrà alcun significato per me, ma mi darà un senso di – riconoscimento.»
«Non so pronunciare la parola» gli disse l’Archeologo, «Perché non possiedo l’apparato vocale necessario. Ma conosco abbastanza la loro scrittura da riuscire a scrivertela come l’avrebbero scritta loro. Si tratta, guarda caso, di una di quelle parole comuni a tutte le loro lingue, che attribuivano ad una razza di individui anteriore.»
L’Archeologo allungò uno dei suoi otto tentacoli verso la lavagna. Le ventose sulla sua estremità afferrarono saldamente un pezzetto di pastello arancione. Un altro dei suoi tentacoli raccolse gli occhiali e li sistemò sopra le sue pupille sporgenti larghe un palmo.
L’animaletto scintillante simile ad un’anguilla slittò di nuovo nella stanza e si avvicinò incuriosito il pastello che tracciava la parola:

                    RATTO