Inseguimento a piedi con richiesta di confessione

Mi svegliai, mi guardai allo specchio, mi lavai, poi mi preparai il caffellatte e lo bevvi affacciato alla finestra della cucina. Cominciai ad osservare gli studenti all’ingresso del liceo scientifico intitolato a Giuseppe Cesare Abba che sorgeva proprio davanti al mio palazzo. Dalla finestra della cucina potevo controllare i movimenti di tutti, mi sembrava di conoscere gli studenti uno per uno. Erano in fibrillazione. C’era lo sciopero proclamato dal sindacato dei metalmeccanici a cui i ragazzi avevano deciso di aderire. Mi venne in mente che quando andavo a scuola il mio interesse principale era il cibo, ero infelice e grasso, amavo i salumi e i carboidrati e trascorrevo le giornate stravaccato sul letto. Chissà perché quei pensieri mentre all’ingresso del liceo scientifico il clima si stava surriscaldando.

Un ragazzo alto, un po’ curvo sulle spalle, un temerario che cercava di farsi largo per entrare e pretendeva di poter seguire regolarmente le lezioni, veniva preso di mira da altri due che lo tiravano via e se lo palleggiavano a spintoni. La scena aveva una geometria, una disciplina plateale. Attorno al ragazzo con le spalle curve e ai due che lo strattonavano c’era il resto del gruppo, spettatori in cerchio, silenziosi, e un attimo prima che volasse uno spintone più cattivo intervenne un tizio, un adulto con gli occhiali e una piazza estesa e lucida sulla calotta che si frappose tra il ragazzo con le spalle curve e gli altri. L’adulto con gli occhiali e la piazza lucida ed estesa era di certo un poliziotto. Ce n’erano due, il secondo era posizionato qualche metro più in là, sotto un platano. Quest’ultimo era il più giovane della coppia. Indossava un giubbotto tipo Barbour e guardava in alto verso la mia finestra, non la finestra della cucina, dove mi trovavo io, ma quella del soggiorno. Il poliziotto giovane si accese una sigaretta e si accorse degli studenti, o meglio si accorse del camerata in difficoltà che intanto era stato circondato da cinque o sei ragazzi, e allora intervenne anche lui, il poliziotto giovane, non lasciò a nessuno il tempo di capire ciò che stava accadendo e colpì al volto uno dei ragazzi, che cominciò a buttare sangue dal naso. La mischia esplose nel medesimo istante e io decisi di scendere giù. Dall’androne del palazzo, oltre la vetrata del portone, vedevo i due poliziotti che avevano il loro daffare a mantenere intatta la ghirba, sballottati come erano dagli studenti sempre più numerosi. Così ne approfittai per uscire fuori e mettermi a correre. Non arrivai neppure all’angolo della via che sentii come uno schiocco, sembrava uno sparo, forse lo era, uno sparo verso l’alto per disperdere i facinorosi, e dopo con la coda dell’occhio scorsi i due poliziotti che erano riusciti a liberarsi dalla stretta degli studenti e mi stavano venendo dietro. Accumulai un certo vantaggio, qualche decina di metri. Il poliziotto più vicino era quello con gli occhiali, cioè l’anziano. Mi pareva strano che lo scattista fosse lui e non il più giovane, mi pareva strana anche la mia corsa, cioè che io riuscissi con facilità a mantenere inalterato il distacco, e che anzi lo incrementassi, e soprattutto mi pareva strano lo sdoppiamento, da una parte il mio corpo, le gambe che correvano, dall’altra il cervello che distillava ragionamenti sulla mia storia infantile, sul ricordo dell’asma che dai quattro o cinque anni in poi mi allontanò dai cortili, dalla normalità degli altri bambini, e può darsi che il mio cattivo carattere venga fuori da lì, pensavo correndo, e mi domandavo cosa ne avrebbero detto i colleghi se glielo avessi raccontato. C’era questo sdoppiamento che era un po’ come quando si va al cinema a vedere un film e un dettaglio insignificante, il gesto di una comparsa sullo sfondo o la ripresa di un luogo particolare, è il pretesto che ti fa saltare di bina-rio, e anche se gli occhi continuano a guardare le immagini sullo schermo la testa è altrove che divaga. Op-pure era il limite dell’asfissia che mi stava spegnendo le sinapsi. Da quando tempo correvo? Stavo passando tra le strade del quartiere universitario, costeggiavo il mare e con uno scarto a sinistra arrivai ai giardini pubblici intitolati a Simone Schiaffino, e lì un tappeto di foglie secche, le panchine, altri ricordi. Ad esempio la maestra delle scuole elementari che dettando alla classe un testo che aveva a che fare con le api, l’impollinazione, il miele, camminava tra i banchi e si accorge-va che io non scrivevo niente.
Continuando a correre arrivai alla fontana monumentale dove mi resi conto che ad inseguirmi non c’era più nessuno. Allora mi fermai a tirare il fiato, avevo i vestiti inzuppati di sudore, il cuore era un tamburo. Dall’acqua stagnante della fontana si innalzavano figure maschili, uomini barbuti e bambini avviluppati nelle spire di poderosi serpenti. Il gruppo si adagiava sul pelo dell’acqua e suggeriva un movimento, una specie di rotazione orizzontale, anche se poi l’intera scultura era dominata da un’altra figura, una figura femminile che stava più in alto, in posizione eretta, e teneva il braccio sinistro sollevato, e il palmo della mano aperto in un gesto morbido, che somigliava a una carezza. Non avevo mai osservato con attenzione la fontana dei giardini pubblici e quindi mi ci volle un po’ per capi¬re che la figura femminile era Nereide e i serpenti non erano serpenti, ma la parte a forma di pesce dei Tritoni, gli uomini barbuti, i suonatori del corno fatto di conchiglia, le cui code squamate erano animate da una volontà autonoma. Davanti a questi corpi che combattevano contro un incontrollabile frammento di sé mi salì la paranoia. Nei giardini pubblici, a quell’ora del mattino, con la gente che passava e che sarebbe stata in grado, eventualmente, di testimoniare, non poteva succedermi niente di brutto. Io però avevo lo stesso paura che qualcuno volesse farmi del male. Ricominciai a correre, anzi scappavo. Piazza Ippolito Nievo, i portici, più avanti il palazzo degli uffici. E nel parcheggio a lato del marciapiede, chiusi a fumare dentro una Giulietta, c’erano anche i due poliziotti che aspettavano.

Con una manovra d’accerchiamento fulminea, e senza nemmeno sfiorarmi, i poliziotti mi misero con le spalle al muro. «Ti offriamo un caffè» dissero in coro. Il tono, anche se privo di minaccia, era di quelli che non consentiva repliche e quindi dovetti accettare, lasciando che mi conducessero in un negozio di torrefazione che c’era lì nei pressi, un negozio raccolto e un po’ anonimo, dove occupammo il tavolino più lontano dal-l’ingresso. Nel negozio la merce era esposta con ordine e a disposizione del cliente c’erano molte offerte. L’acquisto di tre ettogrammi di caffè Kopi Luwak, i cui chicchi vengono defecati dallo zibetto delle palme, garantiva l’omaggio di una boccetta di grappa di zucca. Lo zibetto che caga i chicchi e l’offerta in omaggio del-la grappa erano informazioni che desumevo dai cartelli che il padrone del negozio, un tipo paffuto che ave¬va l’odore di caffè impregnato nei vestiti, compilava con la sua bella grafia maniacale. Erano strenne quegli omaggi? Erano rimasugli dell’attività promozionale del periodo natalizio? Non sapevo dire se in quel caso il termine “strenna” fosse il più indicato, però come parola mi piaceva. Il poliziotto anziano, che visto da vicino non era poi così anziano, e quasi azzerava il divario anagrafico con l’altro, mi guardava e diceva: «Perché sorridi?»
Pensavo alla strenna, al suono della parola, ma ai poliziotti non lo dissi, a loro parlai di una vacanza a Cuba. «Il caffè migliore l’ho bevuto in un bar di Guanabo» affermai, e il poliziotto A, quello che sembrava anziano e non lo era, scuoteva la testa. «Tu non ti fidi di noi» sospirava, «E invece dovresti fidarti» gli faceva eco il poliziotto B, quello con il giubbotto tipo Barbour, e andarono avanti così, alternando le battute, come in una specie di siparietto da avanspettacolo.
«Noi non siamo tuoi nemici» diceva serio il poliziotto A.
«Non ci devi temere» confermava il poliziotto B.
«Siamo qui per aiutarti» insisteva il poliziotto A.
«Siamo qui per restituirti la pace» questo era il poliziotto B.
«Sul serio, dovresti dirci quello che sai» suggeriva il poliziotto A.
«Sfògati, lo diciamo per il tuo bene» proseguiva il poliziotto B.
«Mettiamola così, se ci dici le cose che sai» ammiccava il poliziotto A.
«Nel momento stesso in cui ce le dici vedrai che starai meglio» sogghignava il poliziotto B.
«Che poi, qualunque segreto, non crederti, non ci scandalizziamo mica» aggiustava il tiro il poliziotto A.
«Ne abbiamo raccolte migliaia, noi, di confessioni» si vantava il poliziotto B.
«E su di te abbiamo già un bel mucchio di aneddoti» rivelava il poliziotto A.
«Da bambino bestemmiavi» mi rimproverava il poliziotto B.
«Lo capisco, sono argomenti difficili, ma se non ti va di parlarne potresti almeno provare a scrivere, – mi blandiva il poliziotto A.
«Un verbale, un libro, una memoria difensiva» il poliziotto B scandiva un elenco.
«È anche una questione di orgoglio, di amor proprio» spiegava il poliziotto A.
«Inoltre noi siamo dei lettori accaniti» chiariva con una punta di civetteria il poliziotto B.
«Ma non raccontarci cose che sappiamo già» si accalorava brevemente il poliziotto A.
«Sapessi di quante cose siamo già al corrente» intercalava il misterioso poliziotto B.
«E risparmiaci le tue vacanze a Cuba» intimava il poliziotto A.
«Sì, risparmiaci le vacanze» ripeteva il poliziotto B.
«Tanto lo sappiamo che a Cuba non ci sei mai stato» concludeva il poliziotto A, facendomi l’occhiolino.