Il prigioniero della torre

Chiuse il libro di scatto. Tentò di lasciare un dito fra le pagine, tuttavia nella fretta non solo perse il segno, ma finì anche per tagliarsi con la carta. Come se non bastasse, non appena ebbe sollevato gli occhi, incrociò lo sguardo severo di tar Joliver.
«Che cosa ci fai qui, Percibalda?»
«Io stavo solo… avevo visto un… topo, dietro lo scaffale… temevo potesse rosicchiare i volumi, sì.»
«E questo topo lo cercavi in mezzo alle pagine di un libro proibito?» Il mastro bibliotecario indicò la copertina di un voluminoso tomo rilegato in pelle, sulla quale a caratteri d’argento era inciso il titolo Cronache degli Anni Oscuri, vol. XIV: la Guerra delle Ceneri.
«Ecco… io non sapevo». La fanciulla tremava come una foglia. La consapevolezza di essere agitata la faceva agitare ancora di più.
«Non sapevi cosa? Che su questo piano c’è scritto ‘libri proibiti’? Eppure mi pareva di averti insegnato a leggere. O forse vuoi dirmi che guardi solo le figure?»
«No, signore. Solo che…»
«Solo che sei nei guai, giovanotta. Cosa avresti fatto se al mio posto ci fosse stato l’arcidiacono Janus-Armand?»
«Ma il signor arcidiacono non viene mai in biblioteca.»
«Percibalda! Come devo fare per spiegarti che quei libri sono fuorilegge? È già tanto che sua eminenza mi permetta di conservarli qui. Se si venisse a sapere che li lascio a disposizione di tutte le ragazzine curiose che scappano dal loro turno in cucina, mi ordinerebbe di darli alle fiamme.»
«Io… mi dispiace.»
«Dovrei toglierti le chiavi della biblioteca per questo.»
«No!» La prima reazione di Percy fu fin troppo vivace. La giovane se ne rese conto non appena vide il sopracciglio del mastro bibliotecario inarcarsi. Abbassò il capo. «Per favore mastro Joliver, mi lasci le chiavi. Prometto che non toccherò più quei libri.»
Tar Joliver sospirò, i lunghi peli grigi delle narici ondeggiavano come fili di ragnatela.
«Per questa volta chiuderò un occhio, Percy. Ma che non ti scopra mai più con uno di questi volumi in mano, o l’unico libro che vedrai per il prossimo anno sarà il registro dei conti della dispensa.»
«Non accadrà, signore. Lo prometto.»
L’espressione corrucciata sul volto di tar Joliver si distese. Le labbra sottili dell’anziano frate si curvarono in quella specie di sorriso bonario che gli riposava in volto per la maggior parte del giorno. Una grossa mano callosa suggellò la promessa della fanciulla con un benevolo buffetto sulla guancia.
«Mastro Joliver…»
«Cosa c’è ancora, Percy?»
«C’è una cosa che non capisco.»
«Riguarda quel libro?»
«Sì.»
Tar Joliver sospirò di nuovo. «Dimmi, Percy.»
«Sono vere le cose che ci sono scritte?»
Le labbra del mastro bibliotecario si serrarono per un momento. «Vedi, Percy», cominciò. «Mi rendo conto che quello che hai letto potrebbe non corrispondere del tutto a ciò che riferiscono le cronache ufficiali…»
«Non è a questo che pensavo, signore. Posso capire che i libri del tempio siano un po’, come dire, parziali. Me lo ero chiesta tante volte, come avesse fatto ser Haldebrandt a compiere tutte quelle imprese da solo. Anche i soldati più vecchi ne parlano spesso. La guardia Weggs mi ha raccontato delle cose interessanti sulla guerra. Quel genere di cose che farebbero arrabbiare l’arcidiacono, suppongo. Ma il fatto è che quel libro… Non mi sembra scritto come un libro di storia.»
«Non ti sembra scritto come un libro di storia?»
«Voglio dire, le cronache di guerra di solito sono sintetiche, no? Sobrie. Non si perdono in dettagli. Scrivono le date, i nomi, spiegano cosa è successo e basta. In quel libro invece ci sono tanti dettagli. Troppi dettagli. Sembra quasi che l’autore fosse presente di persona mentre le cose accadevano. E poi i dialoghi. Nelle cronache di guerra, di solito, non ci sono i dialoghi, non è vero, mastro Joliver?»
«No», ammise tar Joliver. «Non ci sono.»
«Invece quel libro ne è pieno. Quasi come un racconto. E poi ho notato un’altra cosa piuttosto strana.»
«Di che cosa si tratta?»
«Su quello scaffale, ecco, lo scaffale dei libri proibiti. Per caso, mi chiedevo se fossero arrivati dei nuovi volumi di recente.»
Tar Joliver scosse la testa. «La collezione è sempre la stessa. Nuove opere non se ne sono più trovate, dopo i diciassette rotoli recuperati tre anni fa nelle segrete di Scoglio di Luna. Pare che quanto di scritto avesse valore sia bruciato con Vergalia, ovvero si trovi già qua dentro.»
«Allora forse sono stati fatti degli spostamenti da una sezione all’altra?»
«No, Percy. Sai che nulla viene spostato qui senza il mio consenso.»
«Allora non capisco. Ero convinta che quel libro, le Cronache… ero convinta non ci fosse, l’ultima volta che ho controllato.»
Un solco si aprì fra le sopracciglia di tar Joliver. «Ne sei certa, Percy? Forse non te ne eri accorta prima.»
«Sono sicura, mastro Joliver. I volumi nella sezione proibita sono sempre stati quarantasette. Stamattina ne ho contati quarantotto.»
«Ah, ma bene». L’anziano diacono serrò le labbra con aria di rimprovero. «Vedo che qualcuno li teneva d’occhio da un pezzo, i testi proibiti
La fanciulla chinò la testa. Ma anche con lo sguardo basso, non s’arrendeva. «Comunque sono sicura che prima quel libro non c’era.»
«Be’, significa sarà stato spostato da un’altra sezione.»
«Ma ha detto lei poco fa che nessun libro viene spostato senza il suo permesso.»
«Già. Così come nessun libro dovrebbe essere letto, senza il mio permesso. Ma a quanto pare il mio potere su questi scaffali pare essere calato, di recente. Forse che abbiamo una piccola Usurpatrice che ha deciso di far pratica nella biblioteca del castello?»
Percy aveva già lo sguardo basso: non potendo abbassarlo di più, cominciò a sudare. Non vide perciò gli occhi di tar Joliver addolcirsi, le sue larghe narici inspirare temperanza ed espirare rassegnazione. Il mastro bibliotecario tossicchiò. «Ascolta, Percy. Hai mai sentito parlare del Bardo Leggendario?»
La giovinetta ebbe un momento di esitazione. Con cautela, sollevò il naso. «Il Bardo Leggendario?»
«È conosciuto con molti nomi. Gli uomini del nord lo chiamano Guardiano Cieco, fra gli elfi è noto come Aedo del Fuoco e i nani… be’, ho dimenticato come lo chiamano i nani. Tutti però raccontano di lui la medesima versione. Dicono sia uno dei figli che il dio Agathyr e la dea Aganyll concepirono insieme prima dell’Immane Cataclisma. Dicono anche che sia il custode di tutte le storie e che nulla accada nel mondo che lui non sappia.»
«È uno degli spiriti delle stelle?»
«Alcuni ritengono che sia stato il primo fra gli spiriti delle stelle a scendere su Agaland.»
«Ma che cosa ha a che fare tutto questo con i libri proibiti?»
«C’è chi pensa sia lui a scriverli.»
«Come? Vuol dire che questo Bardo Leggendario è stato qui?»
«Non esattamente.»
«Ma allora come…»
«Ascolta, Percy. Ci sono cose di questo mondo che sono misteriose, e forse è bene che rimangano tali. Questo posso dirti: quei tomi che poco fa hai visto bianchi e senza titolo, un giorno saranno pieni delle storie di ciò che sta accadendo oggi e di ciò che accadrà domani. Non sarà la mano di nessuno di coloro che oggi abitano questo castello a scriverle, nondimeno saranno scritte. E se Agathyr lo vorrà, ci sarà ancora qualcuno a leggerle.»
«Ma com’è possibile che—»
«Basta domande ora. Dimentica quei libri, o saranno guai. Piuttosto, va’ di corsa alle cucine. Mafalia ti stava cercando, e non sembrava affatto contenta di non trovarti.»
Al nome di Mafalia, Percy ebbe come un tremito. Raccolse in fretta la sua sacca, si sfregò via la polvere dalla giubba e uscì trafelata, non senza avere ripetuto per almeno venti volte le parole “grazie” e “mi dispiace”.

La giovinetta che abbiamo visto or ora uscire dalla biblioteca del palazzo di Helgard è uno dei principali testimoni della storia che stiamo per raccontare. La sorte la aveva fatta nascere fra gli umili e crescere accanto ai potenti, donandole una mente vivace più del corpo. Era ella una di quelle nature impressionabili e fantasiose, in cui una prudenza affine al timore si accompagna a un’irrefrenabile curiosità.
Tar Joliver le aveva raccomandato di lasciare perdere i libri proibiti e non pensarci più. Fu fiato sprecato. Percy non aveva fatto tre passi fuori dalla vecchia biblioteca che già i suoi pensieri erano tornati alla lettura interrotta.
L’autore delle Cronache offriva una versione della battaglia di Fiordimale molto diversa da quella ufficiale. Gli archivi del regno traboccavano di manoscritti sulle imprese di ser Haldebrandt il Valoroso, capitano dell’Ordine della Catena di Ferro ed erede della Lama di Helion, prode eroe benedetto da Agathyr che, solo, aveva stanato e sconfitto il Signore Oscuro nella roccaforte di Fiordimale, ponendo una volta per tutte fine al suo dominio di terrore.
La sua impresa, si diceva, aveva portato a conclusione il millenario conflitto fra la Triplice Alleanza e le forze delle tenebre – quel conflitto il cui terrificante epilogo si ricordava con il nome di Guerra delle Ceneri.
Neppure ser Haldebrandt ‘er Gambaleòn, però, aveva potuto portare la pace su Agaland, e alla Guerra delle Ceneri ne era seguita un’altra, di uomini contro uomini. Al suo termine, l’impero di Altaria si era frantumato in una miriade di province e staterelli, allineati con l’uno o l’altro dei grandi regni rivali di Nyl e Nuova Altaria.
Percy era appena una ragazzina, la sorte le aveva risparmiato i giorni penosi delle armi e del sangue. Ma non era una ragazzina sciocca, e ciò che non aveva testimoniato con gli occhi, sapeva intuirlo col buon senso.
Le magnifiche, gloriose imprese di ser Haldebrandt, così come erano tramandate dai cronisti ufficiali di Nuova Altaria, suonavano fin troppo magnifiche e gloriose perché si potesse prenderle sul serio. Né certo poteva essere un caso che tutti quei cronisti fossero chierici del tempio di Agathyr. Chissà, si chiedeva di tanto in tanto Percy, quale versione degli stessi eventi era diffusa nel regno di Nyl.
Se pure era difficile credere alla lettera dei resoconti novaltariani, non molto più credibile suonava questa faccenda del “Bardo Leggendario”. Percy ancora stentava a credere alle proprie orecchie. Che una entità ancestrale con la passione della storiografia se ne fosse sgusciata di soppiatto nelle biblioteche di Helgard, per deporre in uno scaffale polveroso il suo ultimo manoscritto, era un’idea talmente ridicola che nemmeno una fanciullina l’avrebbe potuta prendere per vera.
Peraltro, quanta verità potevano contenere realmente quelle pagine? Certo, erano ricche di dettagli (oltre che di un’enfasi a dirla tutta eccessiva), né era la prima volta che Percy sentiva di una scorta, la quale avrebbe dovuto accompagnare ser Haldebrandt nella battaglia di Fiordimale.
Tuttavia la maggior parte delle cronache ufficiali riportavano che ser Haldebrandt aveva sfidato la Nemesi di Agaland a singolar tenzone, spada contro maglio.
Nessuno ricordava i nomi degli immaginari aiutanti, o spiegava che fine avessero fatto dopo la battaglia. Forse gli elfi e i nani lo sapevano, se davvero avevano offerto pure loro un contributo, e senz’altro lo doveva sapere ser Haldebrandt.
Tuttavia, oltre cinque lustri erano trascorsi dacché elfi e nani avevano abbandonato le terre degli uomini, e di certo non sarebbe stata una lavapiatti come Percy a far confessare la verità all’austero capitano della guardia reale – quale che fosse questa verità.

Per tutta la strada verso le cucine Percy continuò a rimuginare in questo modo. Il pensiero dell’antico semidio che si intrufolava nottetempo nella biblioteca di palazzo, magari con un fazzoletto sotto il naso e un enorme tomo nel fagotto, le strappò una risata. Per sua sfortuna, gliela strappò proprio mentre varcava la soglia delle cucine.
«Bene bene! Vedo che qualcuno si sta divertendo». Una donna grassa come una botte si stagliò davanti a Percy con le braccia incrociate. La sua figura gettò un’ombra minacciosa sulla fanciulla, che le arrivava malapena all’ascella. Una zaffata di sudore misto a carne bollita, cipolle e formaggio di fossa si infilò su per le narici di Percy. La giovane dovette chiamare a raccolta tutta la sua forza di volontà per non tapparsi subito il naso.
Il donnone intanto la aveva afferrata per il bavero e la scuoteva come un sacco di patate. «Piccola canaglia! Dove diavolo eri finita? Sono ore che quaggiù ci stiamo dannando l’anima, mentre tu bighellonavi in giro. Ti sei dimenticata che oggi è il compleanno del re?»
Il compleanno del re. Sì, Percy se lo era completamente dimenticato. Non c’era da stupirsi che Mafalia fosse fuori dai gangheri.
Da quando Alterion Baldo I aveva preso posto sul trono di Helgard, i suoi pranzi di compleanno erano diventati l’incubo dei servitori di palazzo. Ogni anno, il gran tesoriere attendeva con terrore il giorno in cui il re gli avrebbe ordinato di allestire ballo e banchetto per decine, centinaia di ospiti, fra nobili di corte, governatori di provincia e sovrani alleati, senza contare baldracche, giullari, giocolieri e cantastorie.
Quella volta, tuttavia, la festa aveva rischiato di saltare. Nuova Altaria era in tumulto. Da qualche settimana circolavano a palazzo voci di strani avvenimenti: un’insolita pioggia di stelle cadenti nei cieli settentrionali, belve inferocite che dalla Grande Foresta si spingevano a cacciare fino ai confini dei villaggi occidentali, persino qualche scorreria di bande di orchi, che a Nuova Altaria nessuno aveva più visto dalla fine della Guerra delle Ceneri.
A portare la notizia più bizzarra era stata però una rappresentanza di contadini, giunti fino a Helgard da un piccolo villaggio ai margini della Grande Foresta. Sostenevano di avere perso da tempo i contatti con uno dei paeselli vicini, con cui erano soliti scambiare ogni mese uova, carni e pellame. Quando alla fine alcuni di loro si erano decisi ad andare a controllare, avevano trovato le case e le strade completamente disabitate. Gli edifici erano integri, i tavoli coperti di masserizie, il bucato steso al sole. Non avevano rinvenuto segni di scontri, né altri indizi che lasciassero pensare a un improvviso esodo di massa. Gli abitanti erano semplicemente svaniti senza traccia. Insieme a tutto il bestiame e a buona parte del pollame.
“Che cos’è questo malcostume di sparire senza il permesso del re?” aveva detto Alterion Baldo quando la notizia era giunta alle sue orecchie. L’arcidiacono Janus-Armand aveva suggerito di mandare una squadra di esploratori a controllare, ma sua maestà aveva rifiutato. “Non c’è bisogno”, aveva detto. “Saranno andati in vacanza, vedrai. Torneranno quando avranno finito i soldi.”
Alla fine la colpa era caduta come al solito sul regno rivale di Nyl. Si diceva che re Adrian, l’Usurpatore, stesse ordendo una delle sue subdole macchinazioni. Qualcuno fra i nobili di corte aveva suggerito di annullare i festeggiamenti per il compleanno del re, o quantomeno di rinviarli. Il rifiuto era stato categorico. “Un sovrano non deve mancare di dividere il desco con i suoi sudditi, soprattutto nei giorni di tempesta”, aveva proclamato re Alterion, battendosi una mano sulla pinguedine del ventre. “I prossimi festeggiamenti saranno più fastosi che mai, e inviteremo tutti i conti e i marchesi delle Province. Un vicino con la pancia piena è un vicino fedele”.
Peccato che il buon Alterion non applicasse lo stesso zelo della festa nell’amministrazione degli affari di stato. Percy aveva sentito spesso tar Joliver lamentarsi della latitanza del sovrano, il quale tempestivamente si dileguava quando a corte spuntavano ambasciatori da ricevere, controversie da redimere o cerimonie da attendere. In genere, veniva ritrovato fra i cuscini di qualche baldacchino (ne aveva uno per ogni angolo del palazzo), ubriaco o addormentato o affondato nel seno di una prostituta, o più spesso tutte e tre le cose insieme.
Si diceva che Janus-Armand fosse furioso per quelle fughe sconsiderate, e che non sapesse più quali scuse inventare di fronte ai tribuni del popolo. Ma girava anche voce che la scarsa vena politica di sua maestà facesse buon gioco all’arcidiacono, il quale per la politica e l’intrigo aveva sempre avuto un debole. Tanto che qualche lingua ardita aveva voluto insinuare che a palazzo un sussurro dell’arcidiacono valesse più di un urlo del sovrano.
«Ora tu vai ad aiutare Kyle a pelare le patate», ordinò Mafalia, sventolando un indice grassoccio sotto il naso di Percy. «E quando hai finito, porti le bucce giù alle stalle, che Alfius le tiene per la broda dei cavalli.»
Percy si limitò a fare un cenno con la testa. Per quanto la riguardava, non aveva dubbi su quale fosse la voce che temeva più di tutte. Detestava sbucciare le patate, e la corpulenta capocuoca la rimproverava di continuo, perché insieme alla pellicola esterna tagliava via troppa polpa. “La parte buona che tu butti via, io te la tolgo dal pranzo”, minacciava sempre la donna. E manteneva pure, la maledetta. Così i pranzi di Percy si facevano giorno dopo giorno sempre più magri, e le brache sempre più larghe.
«Allora sgorbietto, te la sei spassata stamattina?»
La voce di Kyle era sgradevole quasi quanto il suo volto foruncoloso. Le sopracciglia rossicce erano un’unica riga, disposta in orizzontale alla base della fronte, come a sottolineare il vuoto assoluto al suo interno.
«Scommetto che ti stavi trastullando su qualcuno dei tuoi libricini sporcaccioni.»
Percy si sedette, prese il coltello da patate e cominciò a sbucciare in silenzio. Il segreto era ignorarlo, sia con gli occhi sia con le orecchie.
«Cosa facevi? Guardavi i disegni delle elfette nude?»
Da quando si era tagliata i capelli (con tutto il lavoro che aveva in cucina, erano sempre unti e annodati), Kyle non la smetteva di prenderla in giro. Diceva che sembrava un maschio, e le chiedeva se volesse fare innamorare qualche principessa, visto che coi principi di certo non aveva speranza.
Percy aveva una gran voglia di tirargli un pugno sul naso, ma benché avessero pressappoco la stessa età, Kyle era grosso quasi il doppio di lei. L’indifferenza era senz’altro la strategia migliore.
«O forse hai chiesto a quel vecchio sedere di legno di Joliver di trastullarti con—ahio!»
Kyle si ribaltò dallo sgabello e rovinosamente finì gambe all’aria. Una patata ammaccata ricadde a poca distanza. Percy si rese conto del pasticcio prima ancora di potersi complimentare con il proprio braccio per la buona mira.
«Mi ha colpito! Mi ha colpito!» strillava Kyle. Teneva le mani premute sull’occhio offeso, come a coprire una letale ammaccatura.
La sceneggiata durò poco. Il mestolo di Mafalia riportò il silenzio nelle cucine, con un colpo assai più energico rispetto a quello del tubero di Percy. «Piantala di fare tutto questo baccano!» la donna agitava il grosso cucchiaio come una mazza ferrata. «E torna al tuo lavoro, che quelle patate non si sbucciano da sole! Quanto a te, signorina», aggiunse, sventolando l’utensile minaccioso sotto il naso di Percy, «combinane un’altra e ti mando a pulire le chiappe ai porci per i prossimi sei mesi, sono stata chiara?»
Percy abbassò la testa e trattenne il fiato. Ricominciò a respirare solo quando udì i passi di Mafalia che si allontanavano. Da quel momento in avanti non staccò più gli occhi dalle patate, nemmeno quando sentì su di sé lo sguardo carico di risentimento di Kyle. Più tardi avrebbe dovuto preoccuparsi di trovare un nascondiglio sicuro, fino a quando il ragazzo monosopracciglio e i suoi amici non si fossero stufati di cercarla. Sperava solo di avere il tempo di passare dalla biblioteca per prendere con sé un libro. Nascondersi senza avere nulla da leggere sarebbe stato decisamente noioso.

Quando il mucchio delle patate da sbucciare fu completamente sostituito da un mucchio di patate sbucciate e da un tappeto di bucce di patata, Mafalia comparve dal nulla con due enormi secchi di latta.
«Kyle, qua dentro metti quelle buone e versale nella pentola con l’acqua bollente. Percy, butta lì le bucce, portale alle stalle e torna qui. Di corsa!»
Kyle alzò d’istinto le mani a protezione della testa. Quando capì che non sarebbero arrivate altre mazzuolate, si affrettò a obbedire.
Percy non fu altrettanto sollecita. Avere scorticato mezzo quintale di tuberi la faceva sentire insolitamente spregiudicata.
«Come mai non viene a prenderle uno dei garzoni della stalla, come le altre volte?»
«I ragazzi di Alfius hanno già il loro bel daffare», rispose sbrigativamente Mafalia. «Devono sistemare tutte le bestie degli ospiti, e sono solo in quattro.»
«Quattro? Non erano cinque?»
«Fino a ieri, sì. Stamattina Alfius ne ha perso uno. Non si sa dove sia finito. Sembra che oggi nessuno abbia voglia di fare il suo dovere.»
Percy non sapeva se essere più stupita della propria audacia o del fatto che Mafalia non la avesse ancora presa a mestolate. «E chi è che manca?»
«Per la barba di Agathyr, cosa ne so io! Ne ho abbastanza dei miei, di fannulloni, senza dover pensare anche a quelli di Alfius. Ora vedi di portare quel tuo sedere secco giù in stalla, oppure ce lo spedisco io a calci!»
In meno di tre minuti tutte le bucce erano state rimosse dal pavimento della cucina, e cinque minuti più tardi si trovavano nelle scuderie di Alfius.
Le stalle erano tutto un andirivieni di cavalli, muli e pony. C’erano persino due cammelli: fra gli invitati doveva essere giunto anche qualche principe delle isole di Talios. I ragazzi si affannavano a tenerli buoni, pigiandoli nelle mangiatoie e in ogni angolo libero. In mezzo alla bolgia di uomini ed equini si intravedeva il naso di Alfius, il mastro stalliere.
Donna Mafalia diceva sempre che nelle vene di quell’uomo doveva scorrere sangue di nano. Alfius stava in punta di piedi su una cassa di legno, ma anche così la testa spuntava di appena un palmo sopra il dorso delle bestie. Le braccia irsute si agitavano in aria come le pale di un mulino, la voce risuonava con la potenza di una fanfara.
«Tomas, sposta quel pony nella cella giù in fondo, vicino alla trave. Legalo bene, che non se ne vada in giro come prima. Tu, Rupert, porta fuori quei due muli, dobbiamo fare posto al puledro che sta arrivando con Jim. Avanti così! Forza Jim, ora portalo dentro… Per le mutande di Agathyr! Questo puledro è grasso come un polifante! Cosa diavolo gli danno da mangiare a queste bestie? Maledizione, Tomas! Vuoi darti una mossa con quel pony? Ce ne sono altri quattordici fuori che aspettano di essere sistemati. E toglietemi dai piedi questo dannato cammello prima che lo spedisca in cucina da stufare con le cipolle!»
In tutta risposta il cammello squadrò Alfius con aria compiaciuta e lo salutò con una generosa annaffiata di saliva. Seguì una lunga, articolata sequenza di imprecazioni, che dovettero dispiacere al dio Agathyr.
Percy intanto tentava di farsi largo fra i quadrupedi, trascinandosi dietro il pesante secchio. Era in momenti come quello – e solo in momenti come quello – che rimpiangeva di non avere le spalle robuste di Kyle.
«Mastro Alfius», disse, una volta giunta ai piedi dello stalliere. «Mi manda Mafalia dalle cucine.»
«Non ora ragazzo. Non vedi che sono occupato?» rispose Alfius, ripulendosi la faccia grondante di bava con l’orlo della tunica, non meno fradicia. Percy si ripromise che la prossima volta non avrebbe usato una ciotola rovesciata per misurare il taglio dei capelli.
«Devo solo consegnare questo», disse.
«Ah! Proprio quello che ci voleva!»
Alfius prese il secchio dalle mani della fanciulla e rovesciò tutte le bucce per terra. Lo capovolse, lo mise sulla cassa e ci salì sopra.
«Ora sì che si ragiona… Jim, trattalo bene il puledro, o sarai tu la prossima cavalcatura di ser Govin. Tomas, inutile tricheco! Quanto tempo ti serve per legare un dannato pony! Dov’è finito Charlie? Se non mi porta via immediatamente questo stramaledetto cammello giuro che me lo mangio lì dov’è!»
Percy guardò le bucce di patata sparse per terra e fu sul punto di dire qualcosa. Avrebbe anche voluto chiedere notizie del garzone che era sparito quella mattina, ma capì che non era il momento adatto. Inoltre temeva che a perdere troppo tempo laggiù avrebbe fatto arrabbiare di nuovo Mafalia. Finché nessuno badava a lei, risalì di corsa alle cucine.
Lo scenario che ritrovò al ritorno non era troppo dissimile da quello che aveva lasciato nelle stalle.
In pochi minuti lo stanzone si era riempito di sguatteri e servette che sbucciavano, affettavano, bollivano, arrostivano, correvano, si urtavano, cadevano, imprecavano e ricominciavano da capo in un convulso girotondo. In mezzo alla bolgia, Mafalia urlava gli ordini peggio che un sergente della guardia reale, agitando il matterello come un gladio. Ricordava una versione pingue e popputa di ser Haldebrandt. Aveva anche gli stessi baffi.
Per un momento Percy valutò di approfittare della confusione e dileguarsi. Con un po’ di fortuna, sarebbe riuscita a tornare in biblioteca prima che qualcuno si accorgesse della sua assenza. Tuttavia, l’occhio di falco di donna Mafalia la riconobbe prima ancora che potesse muovere un passo.
«Percy, sfaticata! Dove diavolo eri finita!» La megera le puntò contro un minaccioso matterello.
«Bisogna portare su il vino dalle cantine! Credi che le botti salgano le scale da sole?»
No, le botti non salivano le scale da sole. In compenso, le scendevano benissimo anche senza l’aiuto di nessuno. Per tre volte i barili, alti quattro piedi e dal diametro di due e mezzo, ruzzolarono giù dai gradini, costringendo Percy a rincorrerli fino al pianerottolo. L’ultimo si schiantò contro Kyle, che aveva scelto proprio quel momento per risalire. Lo travolse in pieno e lo stirò sul pavimento come un foglio di pergamena. Se non altro, Agathyr benevolente aveva concesso al giovane brufoloso una testa dura quanto le assi di legno delle botti del vino di Pomania, cosicché né l’una né le altre si infransero. Dal canto suo, Percy pensò bene di dileguarsi nelle cucine, intanto che Kyle tentava di capire dove fosse finita la mandria di bufali che lo aveva calpestato.
Quattro ore più tardi, tutto era pronto per il pranzo reale. Percy era stravolta. Aveva le braccia indolenzite per i pentoloni trasportati da un fuoco all’altro, le mani arrossate dall’acqua gelida in cui aveva sciacquato le stoviglie, la faccia annerita di fumo e di unto. E non era ancora finita.
Mafalia stava ancora agitando il matterello, mentre ordinava agli sguatteri di andare a darsi una ripulita e prepararsi a servire gli ospiti del re. Rassegnata, Percy si accinse a seguirli.
«E tu dove pensi di andare, signorina?» la apostrofò la donna, pugni ai fianchi.
«A lavarmi e vestirmi con gli altri, suppongo.»
«Non ce n’è bisogno.»
Percy si fermò. «Dovrei servire ai tavoli conciata così?» Allargò le braccia. Aveva la fronte tutta polvere e croste e la tunica era ridotta a uno straccio, lacera e piena di patacche, nemmeno fosse appena scampata a un campo di battaglia.
«Tu non servirai ai tavoli. Hai già fatto abbastanza guai, per oggi.»
«Ma mi era stato detto che oggi avrei versato il vino al tavolo delle Spade…»
«Il tavolo delle Spade! Che Agathyr mi fulmini se permetterò che tu combini qualche pasticcio davanti al naso del primo cavaliere! Invece, puoi portare il rancio al prigioniero della torre. A lui non dispiacerà se anche sei un po’ sudicia.»
«Ma io…»
«Niente ma! Conosci la strada, giusto? Puoi bagnare due pagnotte nella zuppa, una per te e una per lui. E ringrazia che non ti lascio senza pranzo, dopo tutte le grane che mi hai procurato stamattina!»
Percy abbassò la fronte.
«Fila via!» le urlò dietro la megera.
Non se lo fece ripetere due volte. Prese due pani neri da una grossa cesta sul tavolaccio al centro della stanza, li intinse tre volte ciascuno in un grosso calderone di brodo bollente, li avvolse nel primo fazzoletto quasi pulito che trovò e se li infilò nella bisaccia. Attraversò la cucina lentamente, sotto gli occhi divertiti di Kyle, che assaporava con soddisfazione la sua vendetta. Percy lo ignorò più a lungo che poté.
Ma quando finalmente ebbe passata la soglia delle cucine, sulle sue labbra apparve l’ombra pallida di un sorriso.