La sigaretta

Io non scrivo due righe da un sacco di tempo. Mai stata brava. Io manco me li ricordo, dei pensieri miei buttati giù, scritti. Una lettera al moroso militare, mi sa, e neanche era una gran lettera.
Il fatto è che urino di continuo, ho vuoti di memoria, tosse insistente, un’anca di plastica, la pressione alta, e così a spanne mi manca poco per un ictus.
E devo mettere giù chiara una cosa, prima. Mi spiego. Ieri mattina è venuta mia nipote Olga, le toccava il turno di riposo dopo due notti in pattuglia. È poliziotta, mia nipote. Ed è venuta a trovare me.
Mi ha fissato delle forcine sui capelli, appena dietro alle orecchie, mi ha allacciato quell’affare lungo e stretto, di metallo, quella che fissi la fibbia perché non cada la gonna, come si chiama, che non mi viene, vabbè.
Mi ha infilato il paltò, ho bisogno di aiuto per via della spalla, e mi ha legato un foulard, sul tetto tira aria. Perché quando Olga viene a Villa Oleandra mi porta di nascosto sulla terrazza del tetto. Sa far le cose, Olga. Mi porta su con l’ascensore, e mi passa da fumare. Una sigaretta sola, mica di più, fumata lenta e controvento. Olga fuma tre volte, controvento anche lei. Poi scendiamo perché sappiamo i controlli. L’addetta al pranzo comincia a girare con la minestra, e l’infermiere del mio piano, un siciliano che di nome fa Salvatore o Vito chiede: «Manca la vecchia Giusì con sua nipote, ma dove minchia vanno, ogni volta?»

«Senti, nonna» ha detto Olga mentre mi guardavo la minestrina. «Dovrei raccontare il mio giorno perfetto.»
«Che dovresti fare?»
«Raccontare il mio giorno perfetto.»
«A chi?»
«Così, per un gioco di scrittura, roba che faccio per hobby.»
Non è stata una gran riposta, a pensarci bene.
«Senti, tu lo hai avuto un giorno perfetto?»
«No» ho detto io di botto. A certe domande rispondo di botto.
«Ah.»
«Ma perfetto per cosa?»
«Che ne so. Perfetto, e basta.»
Poi è andata via.

Non è che non ci avessi mai pensato a queste cose, tipo ripensare la vita prima di morire, roba da vecchiette con la malinconia, e un poco rincoglionite, anche. Ma un giorno perfetto, dico perfetto, io l’ho avuto. Mi è venuto il ricordo.
Poi ieri sera camminavo lungo il corridoio, e ho visto il carrello dei disinfettanti, con i cateteri, i sonniferi, e anche un blocco di fogli bianchi. Gennaro-Pasquale era entrato in una stanza a medicare piaghe e a dispensare pasticche, e non ne usciva più. Ho sfilato qualche foglio. Carmelo-Salvo tardava, non si è accorto di niente. Così adesso ho questi pezzi di carta intestata Villa Oleandra su cui scrivere. La penna ce l’avevo già. E adesso ci provo, a spiegare bene il mio giorno perfetto. E a scriverlo, così non lo dimentico sicuro.
Ecco.
Io da ragazza stavo di casa tra un querceto e i binari di una ferrovia.
Il passaggio dei treni dava l’ora a mia madre che non portava l’orologio. Mica si usava l’orologio, una volta. Lei si regolava con le littorine, i treni merci, le campane e il sole.
Non mi facevano studiare, non c’erano i soldi. Andavo a servizio nella casa di una signora, la moglie di un professore. Mi faceva spolverare i libri, uno alla volta, e poi me ne prestava.
Un giorno mi aveva dato un libro di quella scrittrice, Colette, si chiamava. Ecco, certi nomi io me li ricordo. Quella scrittrice si chiamava Colette. E sulla gonna si chiude la cintura. Toh. Lo sapevo, che mi veniva.
Comunque, una domenica mattina che ero a casa mia, caso strano non c’era niente da fare. Potevo leggere il libro di Colette. Buttai pane secco in una borsa di canapa, andai al querceto. Cercai l’angolo d’ombra dove il Remigio mi aveva portata, e dove mi aveva baciato i capelli, e poi la schiena, prima di partire per il militare.
Lessi pagine, spazzolando via formiche a spasso tra i fogli.
Mangiai pane secco, pensando alle mani del Remigio, a tutto quello che poteva ancora succedere, e che aspettava di essere cominciato. Le vite che leggevo erano dense come quella che aspettava me. O forse non lo erano, non così tanto. Ma insomma a quell’età una ci spera.
Tornai che lo scuro nascondeva le parole sui fogli, e passava la littorina delle sette e venti.
Mia madre si era accorta dell’ora per via della littorina, vide il libro che avevo in mano, non mi disse niente, né chiese. Mi servì le tagliatelle, che mangiai piano mentre mio padre guardava i campi dalla finestra aperta in silenzio, e fumava.
Fine.
La sera dopo mio padre morì, all’improvviso.
Io nella vita sono stata anche felice, ma non c’è stato più niente di uguale a quel giorno ignaro di orologio, abbandoni e lutti. Con il pane secco, Colette, le formiche, mio padre e mia madre nel silenzio buono della cucina.
Io il giorno perfetto mica l’ho fatto apposta. È successo. Il fatto è che lo capisci dopo, quello che era, mai prima. Non mancava niente, c’era tutto quello che mi faceva bene, tutto quello che era bello.
Quando capita non lo noti, un momento perfetto. Ma resta, e lo trovi nei ricordi della vita, che è tanto fragile.
Ecco. Lo dirò a Olga.
Mi sento meglio.

La sigaretta è stato originariamente pubblicato su Storie brevi.