Fai una domanda assurda

Terzo racconto di fantascienza selezionato dal nostro Cylon Prof, aka Massimo De Santo, colonna portante di Fantascientificast.

Ho sempre amato Robert Sheckley. Perché il suo scrivere è arguto e sorprendente, le sue storie folli e affascinanti. E perché ha esplorato con fine ironia un lato affascinante del nostro essere umani: l’impressione di avere a che fare con qualcosa che non capiamo, in questo universo.
In «Fai una domanda assurda», seguitelo in questa carrellata affascinante, quasi filosofica, sull’impossibilità di conoscere la vera natura delle cose.


Il Risponditore era stato costruito per durare finché fosse stato necessario, ovvero piuttosto a lungo, stando a come certe razze giudicano il tempo, o per poco, secondo altre. Ma per il Risponditore, era quanto bastava.

Quanto a dimensioni, il Risponditore era largo per alcuni e piccolo per altri. Poteva apparire complesso, sebbene alcuni trovassero che fosse davvero molto semplice.

Il Risponditore sapeva di essere come doveva essere. Al di sopra e al di là di tutto, lui era Il Risponditore. Lui Sapeva.

Della razza che l’aveva costruito, meglio parlarne il meno possibile. Anche loro Sapevano, ma non dissero mai se trovassero quel sapere piacevole.

Costruirono il Risponditore come un servizio per le razze meno sofisticate, e se ne andarono via in un modo eccezionale. Dove andarono, lo sa solo il Risponditore.

Perché il Risponditore conosce tutto.

Sul suo pianeta, satellite di un sole, il Risponditore attendeva. La sua durata persisteva, a lungo, secondo quanti giudicano una tale durata lunga, breve, secondo quanto appariva ad altri. Ma adeguata, per il Risponditore.

Dentro di lui c’erano le Risposte. Conosceva la natura delle cose e perché le cose sono come sono, e che cosa sono, e qual è il loro significato.

Il Risponditore poteva rispondere a tutto, a patto che fosse una domanda legittima. E lo voleva davvero! Era impaziente! Non vedeva l’ora!

Come altro dovrebbe essere un Risponditore?

Che altro dovrebbe fare un Risponditore?

Così aspettava che le creature arrivassero per fare domande.


«Come si sente Signore?» chiese Morran, galleggiando adagio sopra il vecchio.

«Meglio» biascicò Lingman, tentando un sorriso. L’assenza di peso era di grande sollievo. Anche se Morran aveva consumato una grande quantità di carburante per penetrare nello spazio con accelerazione minima, il cuore fiacco di Lingman non aveva gradito. Il cuore di Lingman si era impuntato, stizzito, e aveva picchiato contro la fragile gabbia toracica, esitato e accelerato. Per un momento era sembrato che il cuore di Lingman si sarebbe fermato, non fosse altro che per ripicca.

Ma l’assenza di peso era di grande sollievo, e il cuore debole batteva ancora.

Morran non aveva di questi problemi. Il suo corpo forte era fatto per lo sforzo e la tensione. Che non avrebbe provato durante questo viaggio, non se si fosse aspettato che il vecchio Lingman sopravvivesse.

«Vivrò ancora» biascicò Lingman, in risposta alla domanda inespressa. «C’è tempo per scoprirlo.» Morran toccò i comandi, e la navetta scivolò nel subspazio come un’anguilla nell’olio.

«Lo scopriremo» mormorò Morran. Aiutò il vecchio a togliersi l’imbracatura. «Stiamo andando dal Risponditore!»

Lingman annuì verso il suo giovane compagno. Si erano riassicurati a vicenda per anni. All’inizio era stato un progetto di Lingman. Poi Morran, dopo la laurea a Cal Tech, si era unito a lui. Insieme avevano rintracciato le voci attraverso il sistema solare. Le leggende di un’antica razza umanoide che conosceva le risposte a tutte le cose, e che aveva costruito il Risponditore e se n’era andata via.

«Pensaci» disse Morran. «La risposta ad ogni cosa!» In quanto fisico, Morran aveva molte domande da porre al Risponditore. L’universo in espansione; la forza d’attrazione dei nuclei atomici; nove e supernove; la formazione dei pianeti; lo spostamento verso il rosso, la relatività e mille altre cose.

«Sì» rispose Lingman. Si spinse vicino allo schermo visore e guardò di fuori la prateria desolata del subspazio irreale. Era un biologo, ed un uomo anziano. Aveva due domande.

Che cos’è la vita?

Che cos’è la morte?


Dopo una sessione piuttosto lunga di caccia al viola, Lek e i suoi amici si riunirono per parlare. Il viola scarseggiava nella zona delle stelle multi-grappolo – perché poi, nessuno lo sapeva – perciò chiacchierare era assolutamente nella norma.

«Lo sai» disse Lek, «Penso che andrò a cercare questo Risponditore.» Lek aveva appena parlato nella lingua Ollgrat, la lingua della decisione-imminente.

«Perché?» gli chiese Ilm, nella lingua Hvest della beffa-amichevole. «A che ti serve sapere le cose? Raccogliere il viola non ti basta?»

«No» disse Lek, parlando ancora nella lingua della decisione-imminente. «Non mi basta.» La grande occupazione di Lek e della sua specie era la raccolta del viola. Trovavano il viola incastrato in molti punti del tessuto dello spazio, in quantità minime. Nel tempo, ne avevano ammassato un grosso cumulo. A che cosa sarebbe servito il cumulo, nessuno lo sapeva.

«Immagino gli chiederai che cos’è il viola?» chiese Ilm, togliendosi una stella di torno e coricandosi.

«Glielo chiederò» disse Lek. «Abbiamo vissuto nell’ignoranza troppo a lungo. Dobbiamo conoscere la vera natura del viola, e il suo significato nell’ordine delle cose. Dobbiamo sapere perché governa le nostre vite.» Per questo discorso Lek usò Ilgret, il linguaggio della conoscenza-insorgente.

Ilm e gli altri non tentarono di discutere, nemmeno nella lingua dei dibattiti. Sapevano che la conoscenza era importante. Fin dall’alba dei tempi, Lek, Ilm e gli altri avevano raccolto il viola. Ora era tempo di conoscere la risposta definitiva all’universo – che cos’è il viola, e a che cosa serviva il cumulo.

Ovviamente, era il Risponditore che gliel’avrebbe detto. Chiunque aveva sentito parlare del risponditore, costruito da una razza non dissimile alla loro, estinta da tempo.

«C’è altro che gli chiederai?» Ilm chiese a Lek.

«Non lo so» disse Lek. «Forse gli chiederò delle stelle. Ma non c’è nient’altro che davvero importi.» Poiché Lek e i suoi fratelli vivevano fin dall’alba del tempo, non concepivano la morte. E poiché il loro numero era sempre lo stesso, non pensavano al senso della vita.

Ma il viola? E il cumulo?

«Parto!» urlò Lek, nel dialetto della scelta-azione.

«Buona fortuna!» urlò in risposta il fratello, nel gergo della migliore-amicizia.

Lek si incamminò a grandi falcate, saltando di stella in stella.


Solo, sul suo pianetino, stava il Risponditore, aspettando chi gli ponesse le Domande. Alle volte mormorava le risposte tra sé. Questo era il suo privilegio. Sapeva.

Ma aspettava, dato che per nessuna delle creature dello spazio il tempo sarebbe stato troppo lungo o troppo corto per venire a fargli domande.


Erano in diciotto, radunati nello stesso posto.

«Invoco la regola del diciotto» strillò uno di questi. E ne apparve un altro, mai esistito prima, nato secondo la regola del diciotto.

«Dobbiamo andare dal Risponditore» strillò uno. «Le nostre vite sono guidate dalla regola del diciotto. Laddove ce ne sono diciotto, ce ne saranno diciannove. Perché è così?»

Nessuno aveva una risposta.

«Dove sono?» chiese il neonato diciannovesimo. Uno lo trasse da parte per dargli spiegazioni.

Rimasero in diciassette. Un numero stabile.

«E dobbiamo scoprire» strillò un altro, «Perché tutti i luoghi sono diversi, sebbene non ci sia distanza.»

Ecco il problema. Uno è qui. Poi, uno è là. Così, senza spostarsi, senza motivo. Eppure, non muovendosi, uno è in un altro posto.

«Le stelle sono fredde» strillò uno.

«Perché?»

«Dobbiamo andare dal Risponditore.»

Avevano ascoltato le leggende, conoscevano le storie. «Una volta c’era una razza, parecchio simile a noi, che Sapeva, e rivelò tutto al Risponditore. Poi partì verso dove non esiste luogo, solo una grande distanza.»

«Come ci arriviamo?» strillò il neonato diciannovesimo, ora pieno di conoscenza.

«Andiamo.» E sparirono in diciotto. Ne rimase uno. Imbronciato, fissava l’enorme estensione di una stella ghiacciata, poi svanì anche lui.


«Le vecchie leggende sono vere» trasalì Morran. «Eccolo qui.»

Erano riemersi dal subspazio nel luogo di cui parlavano le leggende, e davanti a loro c’era una stella diversa da qualunque altra. Morran inventò una classificazione per lei, ma non aveva importanza. Non ce n’era un’altra uguale.

Attorno alla stella oscillava un pianeta, e anche questo diverso da qualunque altro pianeta. Morran inventò ragioni, ma non avevano importanza. Questo pianeta era l’unico.

«Si allacci la cintura signore» disse Morran. «Cercherò di atterrare il più adagio possibile.»


Lek arrivò al Risponditore, con agili falcate da una stella all’altra. Sollevò il Risponditore nella sua mano e lo guardò.

«E così tu sei il Risponditore» disse.

«Sì» disse il Risponditore.

«Allora dimmi» disse Lek, sistemandosi con comodo in una cavità tra le stelle, «Dimmi che cosa sono.»

«Una parzialità» disse il Risponditore. «Un’indicazione.»

«Forza, su» borbottò Lek, il suo orgoglio ferito. «Puoi fare di meglio. Allora. L’obiettivo della mia specie è raccogliere il viola, e farne un cumulo. Puoi dirmi che senso ha davvero?»

«La tua domanda è senza senso» disse il Risponditore. Sapeva che cosa fosse in realtà il viola, e a che cosa servisse il cumulo. Ma la spiegazione era nascosta dentro una spiegazione più grande. Senza questo chiarimento, la domanda di Lek era inspiegabile, e Lek non era riuscito a porre la vera domanda.

Lek fece altre domande, e il Risponditore non poté darvi risposta. Lek osservava le cose attraverso il suo occhio esperto, estrasse parte della verità e si rifiutò di vedere oltre. Come descrivere ad un cieco la sensazione del verde?

Il Risponditore non tentò. Non era stato pensato per questo.

Alla fine, Lek si lasciò andare in una risata sprezzante. Quel suono fece dilatare una delle pietruzze che usava come passatoio, che poi calò fino a tornare della sua intensità usuale.

Lek se ne andò, a grandi falcate tra le stelle.


Il Risponditore sapeva. Ma gli si dovevano rivolgere le domande appropriate per prima cosa. Meditò sopra questa limitazione, fissando le stelle che non erano né grandi né piccole, ma proprio della misura giusta.

Le domande opportune. La razza che aveva costruito il Risponditore avrebbe dovuto prenderlo in considerazione, pensò il Risponditore. Avrebbero dovuto fare qualche concessione alle assurdità semantiche, concedergli di provare a sbrogliarle.

Il risponditore si accontentò di bisbigliare la risposta tra sé.


Diciotto creature arrivarono dal Risponditore, né camminando né volando, semplicemente apparendo. Tremando nel bagliore freddo delle stelle, alzarono lo sguardo verso l’imponenza del Risponditore.

«Se non esiste distanza» chiese uno, «Allora com’è possibile che le cose si trovino in luoghi diversi?»

Il Risponditore sapeva che cosa fosse la distanza, e che cosa fossero i luoghi. Ma non poteva rispondere alla domanda. Esisteva distanza, ma non come queste creature la percepivano. Ed esistevano luoghi, ma in una maniera diversa da quella che si aspettavano queste creature.

«Riformula la domanda» disse speranzoso il Risponditore.

«Perché siamo corti qui» chiese uno, «E lunghi laggiù? Perché siamo grassi di là, e bassi di qua? Perché le stelle sono fredde?»

Il Risponditore conosceva tutte le cose. Sapeva perché le stelle erano fredde, ma non riusciva a spiegarlo in termini di stelle e di freddezza.

«Perché» chiese un altro, «Esiste la regola del diciotto? Perché, quando ci si ritrova in diciotto, ne compare un altro?»

Ma ovviamente la risposta era parte di un’altra domanda, più grande, che non era stata posta.

Un altro fu creato per via della regola del diciotto, e diciannove creature svanirono.


Il risponditore bisbigliò le domande esatte tra sé, e le relative risposte.


«Ce l’abbiamo fatta» disse Morran. «Bene, bene.» Diede una pacca sulle spalle di Lingman, ma piano, sarebbe potuto andare in pezzi.

Il vecchio biologo era stanco. La sua faccia era scavata, gialla, grinzosa. Il segno del cranio aveva già iniziato a mostrarsi lungo i suoi prominenti denti gialli, nel piccolo naso piatto, negli zigomi esposti. Traspariva la matrice.

«Muoviamoci» disse Lingman. Non voleva perdere tempo. Non aveva tempo da perdere.

Il casco in testa, camminarono lungo il sentierino.

«Non così veloce» mormorò Lingman.

«Giusto» disse Morran. Camminavano insieme, lungo il sentiero oscuro del pianeta che era diverso da tutti gli altri pianeti, che da solo planava attorno ad un sole diverso da tutti gli altri soli.

«Su di qua» disse Morran. Le leggende parlavano chiaro. Un sentiero, fino a dei gradini di pietra. Gradini di pietra fino ad un cortile. E poi – il Risponditore!

A loro, il Risponditore appariva come uno schermo bianco affisso ad un muro. Ai loro occhi, il Risponditore appariva molto semplice.

Lingman si strinse le mani tremanti. Questo era il culmine del lavoro di una vita, dei risparmi, delle discussioni, di una vita passata a racimolare brandelli di leggenda, che finiva qui, ora.

«Ricorda» disse a Morran, «Saremo scioccati. La verità non sarà per niente come l’abbiamo immaginata.»

«Sono pronto» disse Morran, gli occhi euforici.

«Molto bene. Risponditore» disse Lingman, con la sua vocetta debole, «Che cos’è la vita?»

Una voce parlò dentro le loro teste. «La domanda non ha senso. Dicendo “vita”, il Consultante si riferisce ad un fenomeno parziale, inspiegabile se non nei termini della sua interezza.»

«Di che cosa, allora, è una parte la vita?» chiese Lingman.

«La domanda, nella presente forma, non ammette risposta. Il Consultante persiste a considerare “la vita” attraverso la sua inclinazione personale e limitata.»

«Rispondi nei tuoi termini, allora» disse Morran.

«Il Risponditore può solo rispondere a domande precise.» Il Risponditore pensò ancora al triste limite imposto dai suoi costruttori.

Silenzio.

«L’universo si sta espandendo?» Morran chiese disinvolto.

«“Espansione” è un termine inapplicabile alla circostanza. Universo, così come è percepito dal Consultante, è un concetto illusorio.»

«Che cosa puoi dirci allora?» chiese Morran.

«Posso rispondere ad ogni domanda valida relativa alla natura delle cose.»


I due uomini si guardarono.

«Penso di aver capito che cosa intende» disse tristemente Lingman. «I nostri presupposti di base sono sbagliati. Tutti.»

«Non è possibile» disse Morran. «La fisica, la biologia –»

«Verità parziali» disse Lingman, con una grande stanchezza nella voce. «Almeno questo l’abbiamo stabilito. Abbiamo scoperto che le nostre deduzioni circa i fenomeni studiati sono sbagliate.»

«Ma la regola dell’ipotesi più semplice –»

«È solo una teoria» disse Lingman.

«Ma la vita – di certo potrà rispondere a che cos’è la vita?»

«Pensala in questo modo» disse Lingman. «Immagina che dovessi chiedere, “Perché sono nato sotto la costellazione dello Scorpione, in congiunzione con Saturno?” io sarei incapace di rispondere alla tua domanda nei termini dello zodiaco, perché lo zodiaco non ha niente a che vedere con la mia nascita.»

«Capisco» disse Morran lentamente. «Non può rispondere alle domande nei termini dei nostri presupposti.»

«Sembra sia così. E non può modificare i nostri presupposti. È limitato alle domande valide, che implicano, sembrerebbe, una conoscenza che noi semplicemente non abbiamo.»

«Non possiamo porre nemmeno una domanda valida?» chiese Morran. «Non ci credo. Non possiamo non avere qualche base.» si voltò verso il Risponditore. «Che cos’è la morte?»

«Non posso spiegare un antropomorfismo.»

«La morte è un antropomorfismo!» disse Morran, e Lingman si voltò di scatto. «È già un risultato!»

«Gli antropomorfismi sono irreali?» chiese.

«Gli antropomorfismi possono essere classificati, provvisoriamente, come, A, false verità, o B, verità parziali in termini di situazioni parziali.»

«Quale delle due classificazioni è valida in questo caso?»

«Entrambe.»

Fu il massimo che riuscirono ad ottenere. Morran non riuscì a cavar fuori nient’altro dal Risponditore. I due uomini provarono per ore, ma la verità scivolava via sempre più lontana.

«È esasperante» disse Morran, dopo un po’. «Questo affare contiene la risposta a tutto l’universo, e non ce la può dire a meno che non facciamo la domanda giusta. Ma come facciamo a sapere qual è la domanda giusta?»

Lingman si sedette per terra, appoggiandosi al muro di pietra. Chiuse gli occhi.

«Selvaggi, ecco che cosa siamo» disse Morran, camminando avanti e indietro davanti al Risponditore. «Immagina un cavernicolo che va da un fisico per chiedergli perché non può lanciare la sua freccia nel sole. Lo scienziato può spiegarglielo solo nei propri termini. Che cosa accadrebbe?»

«Lo scienziato non ci proverebbe neanche» disse Lingman, con una voce fioca; «Sarebbe consapevole dei limiti della sua controparte.»

«È certo» disse Morran con rabbia. «Come spieghi la rotazione della terra ad un cavernicolo? O meglio, come gliela spieghi la relatività – mantenendo il rigore scientifico nella tua spiegazione tutto il tempo, si capisce.»

Lingman, gli occhi chiusi, non rispose.

«Siamo cavernicoli. Ma il divario è molto più grande qui. Vermi e superuomini, forse. Il verme desidera conoscere la natura della terra, e perché ce n’è così tanta. Oh, ecco tutto.»

«Vogliamo andare, signore?» chiese Morran. Gli occhi di Lingman restarono chiusi. Le dita ad artiglio erano contratte, le guance ancora più scavate. Si intravedeva il cranio.

«Signore! Signore!»

E il Risponditore sapeva che quella non era la risposta.


Solo sul suo pianeta, che non è né grande né piccolo, ma proprio della dimensione giusta, il Risponditore aspetta. Non può aiutare chi si reca da lui, perché anche il Risponditore ha delle restrizioni.

Può rispondere solo a domande valide.

Universo? Vita? Morte? Viola? Diciotto?

Verità parziali, a metà, frammenti della grande domanda.

Ma il Risponditore, da solo, mormora le domande tra sé, le vere domande, che nessuno può comprendere.

Come potrebbero capire le vere risposte?

Le domande non verranno mai poste, e il Risponditore ricorda qualcosa che i suoi costruttori sapevano e dimenticarono.

Per fare una domanda è necessario conoscere già buona parte della risposta.

Tradotto da Francesca Massarenti.