Canzone in chiave minore

Massimo De Santo, noto ai più come Cylon Prof, ha scelto questo racconto per noi, e ce lo presenta così:

C.L. Moore è una delle grandissime scrittrici che la fantascienza ci ha donato. Il personaggio di Northwest Smith è il prototipo dell’avventuriero spaziale alla Ian Solo che la Moore ha creato alcuni decenni prima della saga più famosa della SciFi.
In questa piccola gemma, pagina dopo pagina respiriamo l’atmosfera magica degli anni d’oro, quando tutto era possibile e meno cupo di oggi. Nello stesso tempo, la riflessione della Moore sul senso di un destino immutabile, lascia quel po’ di amaro in bocca tipico della fantascienza disincantata dei giorni nostri.


Sotto di lui, il pendio coperto di trifogli era tiepido per il sole. Northwest Smith spinse le spalle contro il terreno e chiuse gli occhi, respirò tanto a fondo che la fondina legata al petto si tese contro la cinghia mentre beveva l’odore di terra e trifoglio scaldati dal sole. Qui, nella conca tra le colline, all’ombra dei salici, sopra il cuscino di trifoglio e in grembo alla Terra, lasciò che l’aria gli uscisse in un lungo sospiro e passò un palmo attraverso l’erba in una carezza da innamorato.

Per quanto tempo si era ripromesso questo momento – quanti mesi e anni di mondi alieni? Non ci avrebbe pensato ora. Non avrebbe ricordato le buie strade spaziali o le scorie rosse delle pianure marziane, né i giorni grigioperla su Venere quando sognava la Terra che l’aveva bandito. Quindi restò disteso, immerso nella luce del sole, gli occhi chiusi, nessun suono nelle orecchie se non una brezza di passaggio tra l’erba e il ronzio di qualche insetto nei paraggi – gli anni di violenza e l’odore di sangue nel suo passato avrebbero potuto non essere mai esistiti. Se non fosse stato per la pistola premuta contro le costole, tra il petto e il prato, sarebbe ritornato ragazzino, quello di anni e anni fa, molto prima che infrangesse la sua prima legge o uccidesse il suo primo uomo.

Nessuno ancora in vita oggi sapeva chi fosse stato quel ragazzo. Nemmeno la Pattuglia onnisciente. Nemmeno Venusian Yarol, che era stato il suo amico più stretto per così tanti anni di sfrenatezza. Nessuno l’avrebbe mai saputo – ora. Non il suo nome (che non era sempre stato Smith) né la sua terra nativa o la casa in cui era cresciuto, o il primo gesto violento che l’aveva instradato sul cammino equivoco che conduceva qui – qui nella valle di trifogli tra le colline di una Terra che gli aveva proibito per sempre di mettere piede sul suo suolo.

Tolse le mani da dietro la testa e rotolò fino a posare la guancia sfregiata sul braccio, sorridendo tra sé. Ecco qui la Terra sotto di lui. Non più una stella verde alta nei cieli alieni, ma terreno caldo, trifogli appena nati così vicini alla faccia da poterne vedere i piccoli gambi e le tre foglie, i granuli di terra umida alle radici. Una formica passò veloce, oscillando le antenne, vicino alla sua guancia. Chiuse gli occhi e trasse un altro respiro profondo. Meglio non guardare nemmeno; meglio stare sdraiato qui come un animale, assorbire il sole e la sensazione di essere sulla Terra senza vedere, senza parlare.

Non era Northwest Smith ora, il fuorilegge sfregiato delle vie spaziali. Ora era tornato ragazzo, la vita era tutta davanti a lui. E c’era una casa con colonne bianche giusto al di là della collina, e verande ombrose e tende bianche sollevate dalla brezza e il suono di voci dolci e famigliari all’interno. C’era una ragazza, i suoi capelli erano come una cascata di miele, in attesa proprio dietro la porta, che avrebbe alzato gli occhi verso di lui. Pieni di lacrime. Restava immobile mentre ricordava.

Curioso quanto tutto gli ritornasse in mente limpido, sebbene la casa fosse cenere da quasi vent’anni, e la ragazza – la ragazza…

Si rigirò di scatto, aprendo gli occhi. Che senso aveva ricordarla. Quel difetto fatale c’era sempre stato, adesso l’aveva capito. Se fosse ritornato quel ragazzino sapendo tutto quello che sapeva oggi, il difetto sarebbe comunque rimasto lì, e presto o tardi la stessa cosa che era successa vent’anni prima si sarebbe ripetuta. Era nato per un’epoca più selvaggia, quando gli uomini si prendevano quello che volevano e se lo tenevano finché ne erano capaci, senza rispetto per la legge. Obbedire non faceva per lui, perciò –

Gli capitò di provare, acuta quanto quel giorno, la stessa ondata di rabbia e disperazione ormai vecchia di vent’anni, avvertì il rinculo della pistola-laser contro il pugno ancora inesperto, sentì il sibilo della sua carica mortale devastare quella faccia che odiava. Non riusciva a sentire alcun rimorso, nemmeno adesso, per quel primo uomo che aveva ucciso. Ma nel fumo di quell’uccisione se n’erano andati la casa con le colonne e il futuro che il ragazzo – perduto quanto Atlantide ora – avrebbe potuto avere insieme alla ragazza con i capelli color del miele e molto, molto altro ancora. Doveva succedere, lo sapeva. Poiché era il ragazzo che era, doveva succedere. Anche se avesse potuto tornare indietro e ricominciare daccapo, la storia sarebbe stata la stessa.

E in ogni caso era tutto passato da tempo; e nessuno se ne ricordava più, tranne lui. Sarebbe stato da stupidi starsene lì sdraiato a pensarci ancora.

Smith grugnì e si alzò, scrollando le spalle per sistemare la fondina contro le costole.

Canzone in chiave minore è stato tradotto da Francesca Massarenti.