Il ritorno

1
Questa storia inizia con il rumore del metallo che sfrega contro il metallo. Un suono acuto come quello dello sportellino di una cassetta delle lettere che si apre e si chiude. Poi c’è un altro suono, più basso: è il tonfo grasso di un portone di legno spinto con troppa forza. Poi è il turno del battere ritmico e ovattato dei passi sulle scale, un brillare di chiavi che si scontrano l’una con l’altra e alla fine l’indefinibile miscela di vetro, ferro e legno della porta di casa. Un attimo di silenzio.
«È arrivata una lettera».
Michela spunta dalla cucina. Ha in mano un asciugapiatti a righe rosse e gialle. Si appoggia con la spalla sullo stipite della porta e chiede:
«Una cosa grave?»
Matteo non la sente. È seduto e strappa con delicatezza la busta verde, ne estrae i fogli, li guarda. Se qualcuno lo vedesse ora penserebbe che sia finito dentro la busta appena aperta e che il corpo sia solamente un grande cartello con scritto “torno subito”.
Passa qualche secondo. Poi Matteo alza gli occhi. Fissa Michela.
«Rimandano papà a casa».
A questo punto, però, è necessaria una piccola spiegazione.

2
A causa della crisi economica mondiale, lo Stato aveva comunicato che non avrebbe più potuto fornire assistenza agli anziani. Tutte le case di riposo, a partire dal primo gennaio dell’anno successivo, sarebbero state privatizzate. “Nonni: un tesoro da riscoprire”, era lo slogan che echeggiava da molti mesi in radio e tv. Nella maggior parte dei casi, tuttavia, la gente aveva preferito adattarsi alle nuove tariffe, molto più salate, delle case di riposo. Per tutti coloro che invece non avevano un’adeguata disponibilità economica, la possibilità era quella di riprendersi in casa l’anziano.

3
L’anziano in questione, nel caso di Matteo, aveva 74 anni ed era ospite della casa di riposo Mary Fiuggi da ormai sette anni. Dal giorno, cioè, che la mamma di Matteo era morta e il padre aveva preferito allontanarsi dall’appartamento troppo pieno di ricordi per andare a stare, di sua spontanea volontà, in una casa di riposo privata. La sua pensione, unita ai proventi della vendita dell’immobile famigliare, bastava a coprire la retta del soggiorno e questo anche grazie all’intermediazione di un vecchio amico di famiglia, politico di professione, che aveva “aggiustato le carte”. Matteo, ai tempi del trasferimento del padre, aveva circa 31 anni e si stava appunto trasferendo a circa seicento chilometri di distanza per andare a vivere con Michela.

4
Il primo anno Matteo vide il genitore quattro volte alla settimana. E così fece il secondo anno. Il terzo anno il padre non si dimostrò particolarmente entusiasta di farsi tutta quella strada per festeggiare Natale insieme e così Matteo passò in casa di riposo due volte. Le telefonate erano divenute due alla settimana. Il quarto anno Matteo perse il lavoro e, tra colloqui e momenti passati a guardarsi allo specchio, riuscì a trovare il tempo di andare da suo padre solamente una volta, ma le telefonate aumentarono a tre. Poi passò il quinto anno con due telefonate. Il sesto con telefonate irregolari. E infine eccoci qui.

5
«Da quanto non senti tuo padre?»
«Da qualche mese»
«Ma non l’abbiamo sentito l’ultima volta per gli auguri di Pasqua?»
«Ah sì, da Pasqua»
«Quasi un anno fa»
«Già»
«Chissà come sta?»
«Starà bene di sicuro»
«Certo ti avrebbero chiamato se fosse stato male»
«Eh sì»
«Dice nient’altro la lettera?»
«Di andare entro una settimana all’ufficio dell’assistenza per i dettagli»
«Ci vai domani?»
«Ci vado domani»
«E con il colloquio?»
«Ci vado dopo il colloquio»
«Cosa vuoi per cena?»
«Hai già preparato qualcosa?»
«Non ancora»
«Allora lascia stare, non ho molta fame. Mangio un po’ di affettato»
Silenzio.
«Però magari funziona… magari tuo padre ci può dare una mano qui in casa, no?»
Le parole di Michela sono come mani tiepide sul collo di Matteo che si rilassa all’istante. Se va bene a lei, va bene anche a lui.

6
Matteo entra nell’ampia stanza dalle pareti color verde sbiadito, prende il suo biglietto, guarda lo schermo luminoso con i numeri e si unisce al popolo delle attese. Tutti insieme, uno di fianco all’altro, tutti con lo sguardo fisso al muro di fronte. Ogni tanto il cicalino segna un numero in più. E allora tutti guardano verso lo schermo, osservano il numero, lo confrontano con quello che hanno in mano. Tutte le volte. Come se quella cifra non riuscissero proprio a ricordarla. Qualcuno tossisce, qualcuno appoggia la testa contro il muro sbilanciandosi indietro con la sedia. Qualcuno torna a sfogliare rumorosamente una rivista. Qualcuno si fa aria con un foglio. Suona il cicalino. Una persona esce e mastica un «…rivederci» come se si sentisse in dovere di porgere commiato ai propri compagni di attesa. Matteo aspetta, mani sulle gambe, sguardo fisso al muro. Conta le macchie di umidità, poi le crepe sull’intonaco, poi la trama dei suoi pantaloni. Controlla il cellulare: sono le undici. E ha ancora 15 persone davanti. Suona il cicalino. Matteo guarda il suo numero. Ancora quattordici. A una media di 6 minuti l’uno è più di un’ora. Matteo aspetta. Aspetta e pensa. Pensa a suo padre.

7
«Potreste fare qualcosa insieme, come quando eri piccolo» gli ha detto Michela. Ma Matteo, di cose che ha fatto con suo padre, proprio non ne ricorda. E dire che ha vissuto a casa dei suoi fino all’età di 27 anni. È una cosa che accade spesso con i padri. Il loro valore non dipende da ciò che hanno fatto, ma da quello che potranno ancora fare. Non da quanto ci hanno protetto, ma per quanto ancora sapranno proteggerci. La dolcezza del ricordo è un lusso che si concede solamente alle madri.

8
Cicalino. È il turno di Matteo. Si avvicina allo sportello: vetro spesso e sporco al centro del quale c’è un tondino perforato. La signora al di là del vetro è corpulenta: porta occhiali con montatura di plastica rosa. Alle stanghette, un cordino. «Che cosa vecchia il cordino per gli occhiali», pensa Matteo.
«Dica?»
«Sì, salve, scusi, ecco. Sono qui perché ho ricevuto questa»
Matteo infila la lettera sotto il vetro che viene raccolta dalla signora che inforca gli occhiali e legge. Poi li abbassa sul naso, guarda lo schermo del computer e digita qualcosa sulla tastiera.
«Sì, bene, allora lei è il signor Matteo M. giusto?»
«Sì, sono io»
«Bene, allora, suo padre dovrebbe venire dimesso fra una settimana. Il 24 di ottobre»
«Va bene»
«Lei è sposato?»
«Sì»
«Lavora?»
«Ho fatto un colloquio proprio oggi»
La signora stacca gli occhi dallo schermo, guarda Matteo e gli sorride. Un sorriso bonario che fa sentire il ragazzo a suo agio. È rilassante poter pensare che dall’altra parte del vetro di un ufficio statale c’è qualcuno a cui stai simpatico.
«Buona fortuna allora»
«Speriamo»
«Dunque andiamo avanti, sua moglie lavora?»
«Sì»
«Professione?»
«Lavora nell’impresa del padre»
«Scrivo cosa? Imprenditrice?»
«Meglio segretaria»
Matteo si appoggia con tutte e due le braccia alla mensolina che sporge davanti al vetro. È stato per più di un’ora seduto ma sente le gambe pesanti.
«La casa in cui vivete? Siete in affitto?»
«Sì, in affitto»
«Numero stanze»
«È un trilocale»
«Quante stanze da letto avete? Ne avete almeno una libera?»
«Abbiamo la cucina abitabile, ci possiamo mettere un divano letto»
«Data la situazione non so se basterà»
«Scusi, quale situazione?»
La signora stacca nuovamente gli occhi dal computer. Guarda Matteo. Il sorriso di prima è scomparso. Prende i fogli. Li passa sotto il vetro.
«Scusi quale situazione?»
«Guardi si deve rivolgere alla casa di riposo. Comunque il ritiro del paziente è fissato per il 24. Buona giornata».
«No ma scusi, quale situazione?»
Ripete Matteo.
Cicalino.
Silenzio.

9
«Quale situazione», pensa Matteo uscendo dall’ufficio. «Quale situazione» mentre sale in macchina. «Quale situazione», in attesa del rientro di Michela a casa. «Quale situazione», le ripete a cena. E ancora dopo. Prima di dormire.
«Matteo, sarà per dire che è anziano e ha bisogno dei suoi spazi. Su. Dormi che è tardi»
La voce di Michela tradisce una certa stanchezza.
«Mi hanno detto che devo andare fino alla casa di riposo per avere maggiori informazioni»
«Domani dai un colpo di telefono e vedi che ti dicono»
«Ma cosa potrebbe avere? Cioè, mio padre è sempre stato forte, sano…»
«Non avrà niente.»
«Però…»
«Matteo, rilassati. È solo un’impiegata che ha usato delle parole a caso. Non vedere il dramma ovunque.»
«Hai ragione, non devo vedere il dramma…»
«Ora però dormiamo»
«Va bene»
La luce si spegne.
Gli occhi si chiudono.
Quale situazione?

10
«Pronto?»
«Sì?»
La voce è fresca e giovanile. Di una ragazza dai capelli castano chiaro e dagli occhi grigi, pensa Matteo.
«Parlo con la segreteria della Casa di Riposo Mary Fiuggi?»
«Abbiamo da poco cambiato gestione»
Chissà che cosa ci fa una ragazza tanto giovane e carina in una casa di riposo, pensa Matteo.
«Capisco»
«Desidera?»
«La chiamavo perché mi è arrivata una lettera in merito alla dimissione di mio padre.»
«Ah, allora le passo l’amministrazione»
«No scusi aspetti, un attimo, la prego»
Ma è già troppo tardi. Matteo sente che la sua chiamata viene dirottata. La vede mentre viene strappata a forza dalla sala tutta bianca, elegante, con i pavimenti di marmo, forse una fontana e poltrone di pelle marrone chiaro per venire risucchiata in basso, passare attraverso mattoni umidi, cemento rosicchiato, tubature piene di ruggine e muschio e finire in una saletta immersa nella luce fredda di un neon dentro a un telefono di plastica ingiallita appoggiato su una scrivania sporca di macchie di caffè e piena di fazzoletti di carta appallottolati e secchi.
«Pronto?»
«Salve, sono Matteo M.»
«Mi dica»
«È per via di mio padre, ho ricevuto una lettera sul fatto che lo manderete a casa»
«Si è già rivolto allo sportello apposito del suo comune di residenza?»
«Sì, appunto però mi servirebbe un’informazione»
«In merito?»
«Volevo sapere quale era lo stato… insomma…»
Lo stato di mio padre, la frase rimbalzò in tutta la sua inadeguatezza nella mente di Matteo finendo per infilarglisi di traverso in gola.
«Mi dispiace, non diamo informazioni di questo genere al telefono»
«No, era per sapere…»
«Comunque non si preoccupi, nei casi come quello di suo padre il trasporto è curato da noi con delle vetture che mettiamo a disposizione gratuitamente in questi casi»
«Quali casi?»
Silenzio.
«Scusi, ora devo salutarla. Per qualunque altra informazione si rivolga allo sportello competente. Saluti»
Il telefono scende, crolla la comunicazione, si spengono i neon nella stanza. È buio. E silenzio.

11
«Chissà come è cambiato…»
Matteo fissa il cartone della pizza unto e un po’ tagliato al centro. Si domanda se ne abbia ingerito un pezzo insieme alla sua margherita con i pomodorini.
«Dicevo, chissà come è cambiato…»
«Chi?»
Michela alza gli occhi, è ancora a metà della sua capricciosa.
«Mio padre»
«Ah…»
«L’ultima volta che l’ho visto aveva una polo azzurra»
Michela scarta metodicamente i carciofini dalla pizza. Li odia. E nonostante questo continua a ordinare la capricciosa.
«Beh, era estate»
«Sì…»
«Hai sentito la casa di riposo?»
«Sì oggi»
«E che ti hanno detto?»
Michela passa a scartare le olive nere.
«Ma le olive ti sono sempre piaciute…»
«Queste sono troppo amare»
«Cambieremo pizzeria»
Matteo inizia a strappare piccoli pezzi di tovagliolo di carta. Li appallottola tra le dita ricavandone dei piccoli fusi intrecciati.
«Comunque di mio padre dicevo…»
Michela alza lo sguardo verso Matteo, nei suoi occhi il fastidio di chi odia essere riportato a un argomento che aveva dichiarato già chiuso e superato.
«Sì, dimmi.»
«No, niente. Se non ti interessa…»
«Mi interessa, mi interessa… solo che oggi sono un po’ stanca. Ti va se ne parliamo domani?»
«Ok»
«Che film ti va di guardare stasera?»

12
«È tutto risolto»
Il sorriso è ampio e rassicurante.
«Tutto?»
«Certo. Accomodati»
Lo studio di Lorenzo è pieno di legno: legno del pesante tavolo intarsiato, legno delle vetrinette con i libroni in bella vista, legno nelle poltroncine.
«Ti sei sistemato bene vedo…»
«Mobili della nonna. Roba vecchia che però fa sempre la sua scena»
Il bello di essere andato in collegio all’università era che puoi contare su amicizie trasversali. Per quanto riguarda il settore professionale, si intende.
«Dicevi di mio padre»
Lorenzo assume di colpo un’espressione molto «professionale», prende una cartelletta dalla pila che tiene sopra la scrivania e la apre tirandone fuori due fogli pinzati.
«Sì, sì, tutto a posto.»
«Ma come sta?»
«Vai tranquillo, da oggi non è un tuo problema. È tutto chiarissimo e senza possibilità di errore.»
«In che senso?»
«Tu e Michela siete un nucleo famigliare monoreddito. Questo basterebbe, per la legge, come base per l’accoglienza di tuo padre ma…»
«Ma cosa?»
«Se, per dire, Michela rimanesse incinta, non potrebbero assolutamente mandartelo a casa. Non di certo in quello stato»
«Scusa quale stato?»
«In alternativa si potrebbe cercare un parente di Michela che sia disabile e, solo nominalmente si capisce, farlo trasferire da voi…»
Matteo guarda il sorriso di Lorenzo e per un attimo si sente come se stesse precipitando in quella dentatura. Come se lo spazio tra gli incisivi di Lorenzo si aprisse trasformandosi in un precipizio e lo chiamasse a sé. Ha le vertigini.
«Matteo… tu e Michela state ancora insieme, sì?»
«Sì, cioè. Senti, tu hai chiamato quelli della Mary Fiuggi?»
«Non si chiama più così…»
«Sì, lo so, ma li hai chiamati?»
«Certo»
«E come sta mio padre?»
«Scusa, ma sei venuto qui per sapere solamente come sta tuo padre?»
«No, cioè…»
Un’ombra scura cala sul volto di Lorenzo.
«Guarda che se volevi avere delle informazioni bastava semplicemente prendere un treno e andare là senza scomodare un avvocato, eh?»
«Sì, lo so ma…»
«Comunque, se vuoi un consiglio personale fai un bambino. O trova qualcuno che faccia finta di venire da voi perché altrimenti non ci sono alternative al trasferimento.»
Guarda l’orologio.
«Ora avrei un altro appuntamento fra dieci minuti»

13
Ci sono momenti, nella vita, in cui bisogna prendere il coraggio a due mani. E rendersi patetici.
«Lo so che questa cosa di mio padre sta allontanandoci»
Dalla cucina proviene solamente lo sfrigolio del soffritto in padella. Silenzio.
«Dicevo: lo so che questa…»
«Lo so cosa dicevi, ho sentito…»
Un altro lungo silenzio.
«Quindi? Cosa ne pensi?»
«Penso che abbiamo già tanti problemi così»
«E cosa dovrei fare?»
«È tuo padre, devi sapere tu cosa devi fare.»
«Ma sta male…»
«Non sai se sta male»
«Ma…»
«Matteo, davvero, basta. Stiamo vivendo con un solo stipendio. Sono i miei di genitori che contribuiscono mensilmente al nostro sostentamento e tu stai pensando solamente a tuo padre. Non ti sembra un po’ egoista? Non ti sembra che forse le attenzioni maggiori dovremmo riservarle a chi i problemi ce li risolve anziché crearceli?»
Matteo rimane in silenzio.

14
Una persona che aveva risolto i problemi a Matteo senza creargliene c’è, ed è quel politico che aveva già una volta contribuito attivamente affinché il padre fosse ricoverato in un’ottima struttura senza dover versare un euro in più rispetto alla sua pensione. Un vecchio amico di famiglia, della madre di Matteo per la precisione, che non aveva esitato, dopo la telefonata del ragazzo, a invitarlo a casa sua per parlare del suo problema.
«Mi dirai tutto davanti a un caffè…» aveva detto con la sua voce bassa e felice,
E il caffè era arrivato il giorno dopo, nella sua casa di campagna, dove era solito ritirarsi ogni tanto e dove Matteo e i suoi genitori l’avevano più volte raggiunto per passarci le vacanze.
«Matteo caro». Era da almeno una decina d’anni che Matteo non rivedeva quell’uomo, eppure lo trovava praticamente identico ai suoi ricordi. Imponente ma non grasso, con capelli corti e pettinati da un lato, sopracciglia e baffi bianchissimi, quasi algidi, e molto folti. Uno zio (e infatti così l’aveva chiamato per un certo periodo, quando era più piccolo) bonario e fintamente burbero.
«Matteo caro, quanto tempo»
«Tanto tempo»
Eccoli mentre si dirigono in veranda. Il sole è alto e l’aria è grassa del profumo di erba tagliata.
«Cosa ti posso offrire? Un caffè? Un bicchiere d’acqua? Una bibita?» dice l’uomo rialzandosi di scatto come se si fosse ricordato qualcosa di importante.
«Sono a posto davvero…»
Con uno sbuffo e un tonfo, l’uomo importante si fa cadere di nuovo sulla sedia. Le mani intrecciate sulla pancia.
«E allora, e allora. Come sta tuo padre?»
«Ecco appunto… mio padre…»
Matteo racconta tutta la storia, dall’inizio, cioè da una settimana prima. Racconta delle mezze parole, delle beghe burocratiche, del fatto che nessuno sembra volergli dare ascolto. Si lascia andare alle sue angosce, racconta di Michela e dei suoi genitori, della mancanza di lavoro, del loro unico stipendio, dei consigli dell’amico avvocato. Racconta tutta la storia. E non è una bella storia. Alla fine ha quasi il fiatone. Dall’altra parte l’uomo importante è sempre stato in silenzio. Ha annuito ogni tanto. Ogni tanto si è limitato a passarsi una mano sui baffi. Passano alcuni secondi prima che prenda la parola. E lo fa alzandosi dalla sedia.
«Quindi se ho capito bene tu vuoi che le cose restino sempre così come sono andate sinora»
«Sì»
«Mi dispiace, sai quanto voglio bene a te e alla tua famiglia, ma non è possibile aiutarti»
«Perché?» la voce del ragazzo è così gonfia che la domanda, appena uscita dalla bocca, si schianta verso terra ai piedi della poltroncina in vimini.
«Matteo, le cose sono molto cambiate da dieci anni a questa parte. Per la politica intendo dire»
L’uomo cammina verso il dondolo e ne analizza una delle catene.
«Un tempo c’eravamo noi e c’erano loro, se vincevi dovevi fare in modo che quelli che ti avevano votato non avrebbero votato gli altri. Era semplice»
Alcune cicale rompono il silenzio.
«Ora invece non si capisce più niente. Non ci siamo noi e ci sono loro, ma ci siamo noi oggi, noi domani, noi dopodomani. Bisogna essere sempre l’alternativa, anche a sé stessi. Capisci?»
«Non proprio»
«Il cambiamento Matteo, il cambiamento. È indispensabile. Se la gente stesse bene, se fosse felice, se lo status quo fosse mantenuto questa politica non avrebbe più ragione d’essere. Ci facciamo la guerra tra di noi Matteo» la voce dell’uomo era piena di angoscia «anche tra persone dello stesso partito. Oggi ricopri una carica, domani ti hanno fatto fuori per motivi che non capisci nemmeno tu, e allora ti devi spostare in un altro partito, in un altro gruppo, e devi dire che sei diverso da quelli di prima. E devi dire che sei il cambiamento, devi spingere le persone a votare il diverso, l’altro, l’alternativa. Anche se l’alternativa siamo sempre noi»
L’uomo si porta una mano al volto, con le dita si asciuga gli occhi. Ha la bocca impastata.
«Ma quindi…»
«Quindi niente, non posso aiutarti.» dice l’uomo alzando per la prima volta i suoi occhi su Matteo e riacquistando un’improvvisa fermezza. «Ora come ora, con il governo attuale, la crisi, la situazione internazionale, come vedi, insomma, ho le mani legate. Ma alle prossime elezioni, se saliamo noi, ti prometto che cambierà tutto.»

15
600 chilometri dopo, Matteo è davanti a quella che un tempo fu la Mary Fiuggi. Non è cambiata molto dopo la privatizzazione: un palazzo di tre piani, color crema, con le finestre verde smeraldo ormai un po’ scrostate immerso in un nulla fatto di conifere, rovi e sottobosco. La scritta «Mary Fiuggi» campeggia sulla facciata lunga ed è scritta con i caratteri con cui si scrivevano i nomi delle fermate sui muri delle stazioni. Mancano due lettere: si sono scollate, o forse sono state rimosse. Ciò che resta è solo la vernice più chiara, il colore originale che, sotto la protezione del nome della casa di riposo, è sopravvissuto al passare inesorabile del tempo. In molti lì dentro sperano di ricevere lo stesso trattamento. La scala che dà verso la sala di accettazione è ampia e tutta in scagliola decorata a finto marmo. «Mi ricorda il pavimento di mia nonna» pensa Matteo. Lo pensa tutte le volte a dire il vero, così come tutte le volte viene colpito dall’odore. Quell’odore. Un odore che gli ricorda l’asilo. L’aveva sentito un’altra volta quell’odore ed era stato quando ha portato al volto una scatola di carote confezionate. Lo stesso odore. Odore di debolezza, pensa. Quando arriva al bancone dell’accettazione non trova nulla di cambiato. E nessuna ragazza carina dagli occhi chiari, ma un uomo corpulento, sui 45 anni, capelli ricci ma radi, barba incolta da dipendente statale, sembra gentile.
«Desidera?»
«Sono Matteo M., sono qui per mio padre».
«Mi dispiace l’orario delle visite è terminato».
Molto gentile.
«Scusi ma sono solamente le 5 del pomeriggio, normalmente ho sempre potuto vederlo alle 5»
«Lo sa che abbiamo cambiato gestione, sì?»
«Sì, lo so, ma mio padre insomma, volevo sapere come stava»
«Non posso darle quest’informazione, mi dispiace»
«Sì ma capisce, io sono arrivato qui dall’altra parte del mondo, la prego… devo ripartire presto»
Il tipo sorride, digita un paio di cose sul computer, e poi dice
«Capisco, guardi, può rivolgersi al capo reparto dove sta suo padre, le saprà certo dire di più».
«Posso?»
«Vada vada, la strada la sa?»
«Sì, certo, sono già venuto altre volte».
Matteo sorride e si incammina, esce nel cortile, osserva i filari di larici, sono le 5 del pomeriggio e il sole inizia lentamente la sua discesa iniziando a colorare il cielo di rosa e azzurro.

16
Ricordava la prima volta che aveva visto la zona dedicata ai lungo degenti. Al netto dell’atmosfera, Matteo aveva pensato che non fosse male. Le stanze spaziose, con non più di due pazienti a stanza, i corridoi ampi e illuminati, l’accesso immediato al giardino all’italiana, con statue e rose rampicanti, personale gentile e stranamente dedito al proprio lavoro. «Ho visto pensioni di Riccione molto più tristi di questa struttura» aveva pensato mentre dalla sala d’intrattenimento partiva la musica di un liscio salterino e iniziavano a spuntare dei piatti con delle fette di anguria sopra. Aveva lasciato suo padre in buone mani, pensava, anche se non gli piacevano le bocce e l’età per il liscio, grazie a Dio, non l’aveva ancora raggiunta. Ma come lui anche altri ospiti con cui avrebbe trovato qualcosa da condividere. E poi non era mica prigioniero: se si fosse trovato male avrebbe potuto uscire quando voleva. Le possibilità c’erano e un appartamento, magari anche vicino a loro, l’avrebbero trovato.
Dall’ultima volta che l’aveva vista non era cambiato niente. Stesso colore alle pareti, stesso personale cordiale, pazienti diversi ma stessi sorrisi di chi ti vede per la prima volta e ti saluta come se ti incontrasse per strada. «Suo padre però non è qui». La caporeparto, una signora dai capelli neri, sopra i 50 anni dal forte accento veneto, era sicurissima. «No, suo padre non è qui».
«Ma fino all’anno scorso era qui»
«Sì, certo, ma ora non c’è più. Mi faccia guardare nel sistema». Inforcò gli occhiali e digitò con un dito alcune lettere. «Ecco, sì… è stato spostato circa cinque mesi fa al piano di sopra».
«Ma per una questione di soldi?»
«Guardi non saprei davvero. Sa è cambiata la gestione…»
«Sì, lo so che è cambiata la gestione, a chi mi posso rivolgere?»
«Deve sentire la caporeparto, dovrebbe riuscire ancora a trovarla. Stacca fra poco».

17
Corridoi. Corridoi che sono tanto stretti da non lasciar scappare nemmeno i suoni che rimangono lì, rimbalzanti, contro le pareti. Corridoi in cui Matteo cammina, passo spedito, le scarpe di gomma che accarezzano le piastrelle incerate e poco illuminate. Matteo vede il tramonto e si ferma giusto un attimo. Corridoi. Corridoi che finiscono ad angolo retto e che costringono a immaginarsi cosa ci sarà al di là. Matteo non c’è mai stato qui. E un po’ ha paura. Vede un carrello con degli spazzoloni: antenne che captano i desideri di igiene più dei visitatori che degli ospiti. Due infermieri, zoccoli ai piedi, camici bianchi, chiacchierano tra di loro. Matteo chiede informazioni: riluttanti lo spediscono in altri corridoi. Non ci sono voci, non c’è musica. Qui il riposo si è impadronito della casa. Stanze chiuse. Ancora corridoi. Un ufficio. Bussa. Una voce: «Sì?».
Matteo si affaccia e vede una donna, abbastanza giovanile, bionda -forse tinta- naso prominente. È al telefono.
«Sì?» ripete alzando la testa verso di lui e coprendo con una mano la cornetta.
«Avrei bisogno di un’informazione».
«Scusi, sono al telefono, può aspettare in corridoio per favore? La chiamo io»
Matteo si siede.
Mani sulle gambe. Occhi sul muro. Mentre aspetta che qualcuno lo chiami, dai corridoi spuntano nuovi infermieri. Aprono le stanze. Prendono gli ospiti. Li mettono sulle sedie a rotelle. Sono teneri, attenti, fanno domande come «Allora? Stiamo bene?» oppure «È passato il mal di schiena?». Le domande cadono nel vuoto o, al più incontrano un cenno del capo. Le sedie a rotelle poi vengono allineate al muro del corridoio. Mani sulle gambe. Occhi sul muro. Nessuno parla. Passa un’infermiera con un carrellino: sopra delle pillole. Le danno a qualcuno. Ad altri non danno niente. Li lasciano lì, in attesa di qualcosa. A fissare qualcosa che non si sa. Il popolo delle attese. Qualcuno tossisce. Passano dieci minuti. Poi venti. Poi mezz’ora. Gli infermieri puliscono le stanze, rifanno i letti. Gli ospiti aspettano. Occhi contro il muro. In silenzio. Allineati.
«Prego venga pure»

18
«Ma li lasciate sempre così?»
Matteo proprio non ce la fa e si fa scappare la domanda.
La donna lo guarda, alza le sopracciglia e stringe, quasi impercettibilmente, le labbra
«Di che informazioni ha bisogno?»
«Sono qui per mio padre»
«Lei è?»
«Matteo M.»
«Vado a vedere, lei aspetti qui un attimo»
La donna esce dalla stanza e lascia dietro di sé la porta aperta. Dall’altra parte, allineata come altri, una donna anziana lo fissa. Non gli chiede niente, non vuole niente, occhi distanti. «Inutile» pensa Matteo. «Si sente inutile. E forse ormai lo è» Ricorda suo padre. Ricorda di quante volte l’ha chiamato per farsi spiegare cose come «quando pagare il bollo della macchina» oppure «se chiudere il gas prima di partire dalle vacanze». Lui che parlava sempre, forse troppo, con tutti e di tutto. Cordiale e attivo. Attivo. Pensa a suo padre e pensa che deve tirarlo fuori da lì, che di cose da dire ne ha suo padre. Ne ha tantissime. E solo fino a un anno fa gli aveva spiegato come cambiare la plafoniera del corridoio. Quella plafoniera che gli aveva montato lui.
«No guardi, suo padre non è qui. L’hanno trasferito»
«Trasferito? In un’altra struttura?»
«No, l’hanno mandato al piano di sopra, al terzo»
«Cosa c’è al terzo».
La caporeparto rimane in silenzio per qualche istante, poi abbassa la testa e guarda Matteo. Poi emette un sospiro dal naso. «Sopra ci sono i non autosufficienti».
«Scusi?»
«Sopra ci sono le persone che non sono autosufficienti. I pazienti, diciamo, incapaci».
«Non è possibile»
«Questo è ciò che ho letto dalla cartella»
«Ma mio padre stava benissimo fino a un anno fa»
«In un anno possono accadere molte cose»

19
Le luci si accedono quasi contemporaneamente in tutta la struttura. Matteo sale le scale finché non si trova davanti a un piccolo cancello nero. Come quello che si usa per i bambini. I bambini. Oltre, giusto tre gradini e poi un grande portellone di metallo sezionato a metà dai maniglioni rossi antipanico. Matteo lo apre con un colpo secco. Rumore di metallo che si spande come liquido lungo tutta la struttura. Lo chiude dietro di sé. Indugia per qualche istante davanti alla porta e poi spinge i due maniglioni con tutto il corpo. Entra. C’è un odore strano e la luce è poca. Si affaccia su un grande salone, diviso a metà solamente da una tendina. Suore. Vede suore. Tre. Poi un paio di infermieri, molto giovani. Poi vede ma non vede, perché non sa dove guardare. Si limita a sentire. Lamenti sconnessi. La televisione dal segnale intermittente che trasmette un quiz preserale. Volti illuminati molti dei quali abbandonati, molli, come i corpi, come le braccia che cadono lungo le gambe senza che nessuno ne reclami la proprietà. Rumore di cucchiai che sbattono contro piatti di latta. Rumore di risucchi da bicchieri di plastica. Matteo non sa dove guardare perché ovunque guardi non c’è niente che gli parli di suo padre. Una suora alza lo sguardo verso di lui mentre con le mani continua a infilare un cucchiaio nella bocca di un uomo. Poi passarlo nel piatto. Poi di nuovo in bocca. Con forza.
«Desidera?»
«Io. Non io.»

20
Esce dalla stanza Matteo. Nella casa di riposo c’è solamente del buio e del silenzio. Davanti a lui, il cancello nero. Aperto. Uno. Due. Tre. Lo chiude dietro di sé. Quattro. Cinque. Sei. inizia a scendere le scale. Una a una. Che ore sono? Guarda il cellulare: segna le nove di sera. Strano, pensa, strano. Quanto tempo ha passato lì dentro? Strano, pensa. Strano. Cammina, gradino dopo gradino. Pensa a uomini incapaci di andare in bagno. Pensa all’odore acre dell’urina di certi vicoli all’alba. Pensa al disagio che provava quando veniva punto da quell’idea di sporco. Cammina, ancora, scende le scale. Ogni rampa un corridoio. Ogni corridoio un angolo che costringe a immaginarsi cosa ci sarà al di là. Strano, pensa, non c’è nessuno, pensa. E cammina. Pensa alla saliva, vischiosa, umorale, che cade da bocche semiaperte e incapaci di chiudersi intorno a una parola. La scala va in salita. Strano, pensa Matteo, strano. Dovrei scendere pensa Matteo. Strano. Il cancello. Di nuovo. È aperto. Lo chiude.
«Ho girato in tondo, che scemo».

21
Guarda l’orologio. Segna mezzanotte. Strano. Pensa.
Cammina Matteo, già per le scale, cerca di non pensare. Le finestre dalle grandi inferriate mostrano una notte opaca. Scende le scale di corsa, due alla volta e pensa a Michela, pensa al rimanere solo perché lei lo lascerà. Pensa ai genitori di Michela. Come sono attivi. Un bivio. «Prima dove sono passato?» Pensa Matteo e non si ricorda. Forse a destra? Prende la direzione a sinistra. E incontra una scala, nuovamente in salita. Pensa che non sia la strada giusta. Torna indietro. Cambia direzione. Nuovamente una scala che sale. La imbocca imponendosi di ricordare da dove è passato. Guarda l’ora: il cellulare è spento. Finita la batteria. Il cancelletto di prima. È di nuovo aperto. Pensa Matteo. Pensa all’importanza del cambiamento, al futuro migliore, alle speranze. Al cambiamento. E alle speranze. Pensa Matteo. Scende le scale, continua a scendere, ecco, pensa, ecco. Il cambiamento. Corridoi. Li percorre di corsa, sente il fiato pesante, i muscoli delle gambe davanti indolenziti. Ecco dice ad alta voce ma le sue parole vengono mangiate dal silenzio. Corridoio ad angolo retto. Svolta.

22
Il pianerottolo è ampio. Ha un pavimento a rombi bianchi e ocra. Le pareti sono colorate di un giallo paglierino che, nella penombra, sembra un indistinguibile grigio. Davanti a Matteo c’è il cancello. È aperto. Matteo si tocca la guancia e la sente ruvida. Pensa Matteo. Pensa alla grande porta di alluminio che ha di fronte. Pensa che oltre quella porta c’è un uomo che canta fra sé una canzone che sa solo lui, con il naso e il pigiama sporco di sangue perché è caduto. Pensa, Matteo, che potrebbe essere suo padre. Ma che, se anche lo fosse, probabilmente non saprebbe più di esserlo. Pensa Matteo. Pensa che non è giusto. Entra e dietro di lui la porta si chiude, consegnandolo al buio della sala abbandonata.

23
Il funerale accadde in un mattino qualunque.
«Che ore sono?» chiese Matteo
«È molto tardi» rispose Michela