The Treehouse Song

L’occhio, l’organo responsabile per la maggior parte della percezione del mondo di un individuo vedente, è un sacchetto di gelatina. Dappertutto in quel sacchetto si ramificano le vene più minuscole e delicate. Se un oggetto scagliato contro un bulbo oculare dovesse colpirlo con tempismo perfetto, se il proprietario dell’occhio non dovesse ricevere l’impulso di trasalire e se quell’oggetto lo centrasse in pieno, la cornea si genufletterebbe all’indietro come un ombrello colto da una raffica di vento, e, ora concava, batterà sul cristallino. Quel colpo lascerà una specie di livido, che annebbierà la vista temporaneamente. Mentre ciò accade, l’iride, la parte colorata dell’occhio, un muscolo che si contrae e rilassa mentre ci si sposta tra luci forti e scarse, si danneggia, trasformando la pupilla in uno largo buco nero.
Il vero problema nel caso di una lesione tale non è tanto la cornea o il cristallino o l’iride, è se una di quelle venuzze scoppia e inizia a spruzzare sangue in quello che era stato uno spazio equilibrato. Se la perdita di sangue non si ferma, se la pressione all’interno dell’occhio si alza oltre un certo punto, tutto l’affare può esplodere – umore acquoso che ti cola giù per la faccia, presumo.

*

La notte in cui ci conoscemmo lui indossava quella che sembrava una giacca impermeabile da donna. Assomigliava a Conan O’Brien ed era l’uomo più chiassoso nel bar. Dopo che ebbe dormito nel mio letto passammo insieme un frenetico, gelido fine settimana di Pasqua. Davanti a hamburger e birre, nella mia e nella sua camera parlammo, parlammo come se stare zitti sarebbe stata nostra la fine. Parole che sembravano vomito, vomito che fa bene, del genere che fuoriesce con una forza che è inaspettata e piacevole e minaccia di traboccare dalla ciotola. Dopo quel fine settimana, e dopo ogni successiva notte insieme, camminavo verso casa esausta, e traballando sui tacchi.
Iowa City era piccola abbastanza che quando non uscivamo insieme ci incontravamo comunque. A volte immaginavo dove potesse essere, e lo trovavo, oppure no. Altre volte giuro che non avevo intenzione di trovarlo e sentivo la sua voce squillante, la sua risata aggressiva, perforare un ristorante o una strada. E quando succedeva, quando mi accorgevo di trovarmi nelle sue vicinanze, gocce di sudore mi scendevano giù per la schiena.
Mi ero già innamorata prima, ma mai prima di allora avevo provato amore così. Voleva dire qualcosa, riflettevo.
Quindi quando a volte diceva che non voleva niente di serio non me ne importava granché.

Il giorno in cui saremmo dovuti andare in campeggio preannunciava pioggia. Tutto il giorno feci preparativi. Andai in auto all’alimentari economico e comprai hotdog e panini e ciliegie e l’occorrente per gli s’mores. Andai al drugstore dall’altra parte dell’isolato a comprare una bottiglia di Zinfandel e birra e sigarette – lui fumava Marlboro Rosse – e poi al distributore di benzina per la legna da ardere e la carbonella e il ghiaccio. Lui non aveva idea di quanto seriamente prendessi tutte queste decisioni, riflettendo se avrebbe preferito il cocomero o le ciliegie.
Cocomero o ciliegie.
Stava chiacchierando con una tizia quando entrai nel parcheggio. Non la conoscevo, ma presumevo facesse parte del suo mondo di dottorando, fatto di commissioni e comitati e cose così. A volte mi chiedevo se amasse qualcun altro, se fosse quello il problema. O se fosse gay. A volte immaginavo, mesi o anni nel futuro, di passare la mano fra i suoi capelli biondo fragola e dirgli, «una volta speravo che tu fossi gay perché sarebbe stato più facile da mandar giù piuttosto che tu non mi amassi,» e lui avrebbe riso.
Abbassai il finestrino.
Si era messo a piovigginare.
Stava solo scherzando con lei, avevo sentito.
Negli ultimi mesi mi ero resa conto che molte delle cose che mi piacevano di lui – il suo entusiasmo, la sua energia, la sua arguzia – erano cose che alla gente non piacevano. «È uno stronzo,» mi avevano detto alcuni amici. Oppure ripetevano il suo nome increduli quando glielo dicevo. O mi raccontavano storie su quella brutta cosa che aveva fatto, quella donna che aveva trattato male. Gli altri, mi dicevo, non lo capivano come lo capivo io.
Finalmente salutò ridacchiando la donna e si sedette sul sedile del passeggero. Ogni volta che si trovava vicino a me, provavo una sorta di sollievo, come la prima boccata quando alla fine ti arrendi e smetti di smettere di fumare.
«Chi era quella?» chiesi e lui spiegò chi fosse.
Dovetti avviare i tergicristallo ancora prima di raggiungere l’autostrada. Almeno, pensavo, la tenda ha una tela cerata.
«Tesoro,» disse. Era una cosa che facevamo, chiamarci tesoro a vicenda ma con una punta di ironia perché non stavamo davvero insieme, «Stai bene?»
I tergicristallo sventolavano e stridevano e sventolavano.
«Non so che cosa mi succede oggi,» dissi, «Mi dispiace.»

Il parco si trovava a mezzora a nord della città. Trovammo il campeggio e rimanemmo un momento a guardare l’acqua e poi il cielo. Almeno con quel tempo squallido saremmo stati relativamente da soli.
Esaminò e scelse uno spiazzo piatto coperto quasi solo di erba secca e srotolò la tenda, che avevo preso in prestito io ed era celeste e grande. Alla fine riuscimmo a capire come orientarla e la piantammo.
«È questa la cerata giusta?» chiedeva mentre cercavamo di agganciarne le corde elastiche.
«Penso di sì,» dissi. I colori erano appaiati, ma non sembrava andare bene.
«Dev’essere tutta storta,» dissi, e lui mi diede ragione.
Mi misi in ginocchio e stavo cercando di capire se la corda fosse fissata quando scattò via dalla mia presa.

Ero crollata sull’erba.
Lo sentii esclamare «Ti ha preso in faccia?»
Si precipitò dove ero crollata sull’erba.
Rimase a bocca aperta.
«Dobbiamo andare all’ospedale,» balbettò.
«Davvero?»
Mi misi in piedi.
«Sì,» disse, «Dobbiamo andare all’ospedale subito.»
«E tutta la roba, la tenda,» protestai.
«Tornerò dopo a prenderla,» disse, quasi con sufficienza, «Prometto che tornerò a prenderla dopo.» Mi prese per mano, «Andiamo,» disse, «Dammi le chiavi.» Gliele allungai e salii in macchina con cautela, troppo sconvolta per sentire già il dolore.
«La nostra gita in campeggio è rovinata,» dissi. «La nostra gita è rovinata.»
Sfrecciammo lungo le strade tortuose del parco sotto grandi alberi verdi.
Fu solo dopo aver raggiunto l’autostrada che sbirciai nello specchietto lo stato del mio occhio sinistro. Sembrava fatto di marmo rosso.
Cominciai a singhiozzare. Le gocce schizzavano veloci sul parabrezza e lui mi afferrò la mano. Tenevo una mano sopra l’occhio e la testa bassa e mentre piagnucolavo lui mi dava aggiornamenti ad alta voce circa la nostra posizione, la nostra prossimità al pronto soccorso, tutto ciò mentre teneva stretta l’altra mia mano.
Era un uomo buono. L’avevo saputo fin dall’inizio. Era un uomo buono.
Quella era, anche allora ne ero cosciente, l’interazione più autentica che avevamo mai avuto.
Non ricordo di aver provato paura e nemmeno troppo dolore. C’era qualcosa nella gravità di quella notizia: che o avrei perso l’occhio, oppure non l’avrei perso. Questo sarebbe stato un grande avvenimento – la notte che persi l’occhio – oppure no.
«Questa è la lesione David Bowie» disse uno degli oftalmologi.
David Bowie, come me, ha gli occhi azzurri. Nelle persone con gli occhi azzurri una pupilla nera dilatata è più evidente che nei relativamente più scuri occhi marroni. Bowie si era preso un pugno in faccia da un compagno di scuola che portava un anello; la lite era per una ragazza.
Tranne quando tornò indietro a recuperare la tenda, lui restò all’ospedale tutta la notte, nell’atrio. Oppure fuori, a fumare. Ad un certo punto riempì una borraccia con una delle birre che avevo comprato prima, la condividemmo come un tentativo di trattenere una qualche sembianza del divertimento che avevamo in programma per quella sera.
Molte ore dopo mi vennero prescritti vari colliri e mi venne detto che non c’era niente che potesse far guarire l’occhio di per sé, ma che avrei dovuto restare seduta, diritta, al buio, per i seguenti cinque giorni. Diritta per lasciare il sangue defluire, al buio per via della fotosensibilità, e non avrei dovuto uscire di casa per non correre il rischio che qualcosa, qualunque cosa, potesse succedere – che andassi a sbattere contro un ramo mentre camminavo, che dovessi scansare un frisbee – qualunque cosa e il vaso sanguigno responsabile si sarebbe messo a sanguinare di nuovo. Le azioni più insignificanti possono alzare la pressione nell’occhio, soprattutto in uno ferito. Sarei dovuta correre all’ospedale immediatamente qualora l’occhio avesse ricominciato a sanguinare. «O se dovessi vedere una luce brillante che sei certa non esiste in realtà,» disse un medico, «Perché significa che il nervo ottico si è staccato.
«Va bene» dissi.
Era tardi quando arrivammo alla farmacia, e poi a casa sua. Lui mi mise a sedere sul suo letto e appoggiò qualche cuscino dietro di me. Mi svestì.
Non era saggio fare sesso, dato che il mio occhio avrebbe potuto riesplodere, eppure in quel momento saremmo dovuti essere nella tenda, nudi, sotto il picchiettio della pioggia.
Restai ferma e cercai di non reagire.
La mattina seguente camminai adagio lungo il vicolo ghiaioso che collegava le nostre case. Il sole brillava. Le locuste ronzavano e i moscerini guizzavano per il prato. Salii per le scale di sicurezza e, dentro, chiusi le tende.
Andai davanti allo specchio del bagno e fissai a lungo la cosa disgustosa.
Mi sedetti sul divano.
Non riuscivo a vedere da metà del mio campo visivo a sinistra. Non riuscivo a leggere. Potevo solo guardare televisione sfocata.
Diventò più caldo. Non avevo l’aria condizionata. Gli amici chiamarono, altri vennero a trovarmi, e furono incapaci di mascherare il loro orrore quando mi videro. Parlavo solo di lui, del suo eroismo nel portarmi all’ospedale, stare tutta la notte là con me. Non venne a trovarmi il primo giorno; era troppo occupato. Aveva in programma di partire il giorno seguente per fare ricerca d’archivio da qualche altra parte per un mese. Non gli chiesi di ripensarci perché sapevo di non essere qualcuno per cui avrebbe cambiato i suoi piani.
Passò per salutarmi, si rannicchiò sul divano con me, sapeva di noce moscata. Era in pieno dopo sbornia e si addormentò con la bocca aperta.
Quando si svegliò, mi toccò la guancia, a sud del mio occhio rosso, la pupilla grande e sbilenca come una lenticchia. Avevano detto che avrebbe potuto non ritrarsi mai più, l’iride. Anzi, era probabile che non avrei mai più avuto un aspetto normale, qualunque cosa volesse dire.
«Ti ho lasciato un segno permanente,» disse. E gli piaceva questo, lo sapevo.

*

Un lunedì pomeriggio all’inizio di settembre mi mandò un sms per chiedermi di incontrarci. Da poco, e in un certo senso malvolentieri, aveva iniziato a chiamarmi la sua ragazza. Finalmente eravamo andati via dalla città, ad una fiera, dove osservammo deliziati i pensionati che partecipavano alla gara di spelling e cantavano un duetto sull’essere innamorati accompagnati da un complesso dal vivo. E una sera una settimana prima soltanto, mi aveva fatto stendere di schiena sul suo letto e aveva baciato ogni punto della mia pelle. Eppure c’era qualcosa che non andava in quel messaggio.
«Non mi stai lasciando, vero?» chiesi mentre lo raggiungevo a piedi, impiegando la logica secondo la quale chiederlo avrebbe garantito che non l’avrebbe fatto.
La sua espressione era solo triste.
«Mi dispiace Sandy» è tutto ciò che disse.
Ci trovavamo all’angolo di una strada vicino ad una gioielleria.
«Dici sul serio?» chiesi.
Annuì. Disse che non aveva mai voluto che le cose diventassero serie.
«Non riesco a credere che lo stai facendo» gli dissi, più e più volte. Perché non potevo. Perché che lui potesse chiamarsene fuori era assurdo; io non avevo un’opzione simile. Insistetti affinché ne parlassimo. Ci sedemmo al tavolo da picnic nel cortile dietro casa mia, staccando foglie di ippocastano e fumando una sigaretta dietro l’altra. È che stavamo così bene insieme. Forse avremmo dovuto essere solo ottimi amici. Jerry ed Elaine. Camminammo verso il centro, prendemmo degli hamburger. Più tardi lui uscì senza di me, si ubriacò così tanto, riferirono in seguito gli amici, perché era turbato dal fatto che avessimo rotto. Non sembrava per niente giusto, dissi io.
Al telefono quella sera, sovraeccitata per la nicotina, dissi ad un’amica che ero del tutto a posto con quanto stava succedendo.
Avremmo dovuto essere solo ottimi amici.
Piansi per i vari mesi a seguire. Non smisi di vederlo. Cambiavo il mio percorso per andare dov’era lui. Cambiavo il mio percorso per evitarlo e lo incontravo comunque. Lui beveva troppo e ci provava con me. Io bevevo troppo e ci andavo a letto e mi sentivo uno schifo perché ero la ragazza con cui andava solo a letto e poi mi veniva la nausea perché mi accorgevo che lo ero sempre stata. Una volta uscii dal bar dove ci trovavamo entrambi e strisciai nel suo letto e quando si svegliò confuso gli diedi ad intendere che eravamo tornati a casa insieme e lui mi credette, penso.
A volte cercavamo di fare le cose per bene. Fissammo un appuntamento regolare per cenare insieme, solo cenare, ogni mercoledì, guardare le ultime partite della stagione di baseball in televisione e per tutto il tempo bruciava come lo schiocco di un elastico nell’occhio. Vedeva altre donne. Una volta ebbe anche la faccia tosta di chiedere un suggerimento riguardo i ristoranti di Minneapolis, dove avrebbe incontrato una di loro, e, sorridendo tanto ero sconvolta dalla sua crudeltà, gli dissi che era un demente di merda.
I miei amici mi ripetevano tutte le cose di lui non andavano; io riconoscevo che che avevano ragione eppure non ero d’accordo.
Ogni volta che andavo dall’oftalmologo ricevevo complimenti per quanto stesse guarendo bene il mio occhio da David Bowie.

*

C’è una canzone malinconica di una vispa cantante norvegese che avevo preso l’abitudine di ascoltare qualche dozzina di volte al giorno. Il ritornello faceva così:
I was going to love you til the end of all daytime
I was going to keep all our secret signs and lullabies
I was made to believe that our love would grow old
We were going to live in a treehouse and make babies
We were going to bury our ex lovers and their ghosts
Baby we were made of gold –

La ascoltavo di continuo e piangevo. Se mi trovavo in pubblico, dovevo andare in bagno per quest’ultima cosa. Se ero a casa mia potevo piangere e basta senza curarmi del fatto che nessuno sapeva che stavo ascoltando una canzone triste, in mutande e piangendo, mentre mangiavo olive seduta al tavolo in cucina.
Mi trovavo in un caffè una domenica pomeriggio, stavo ascoltando la canzone quando lui mi scrisse un sms chiedendomi che piani avessi, se mi avesse fatto piacere passare da lui. Preparai subito la mia borsa, non avevo più niente da perdere.
Era una delle ultime belle giornate d’autunno inoltrato.
Lui era nel suo cortile, seduto ad un tavolo bianco con il Times. Camminai verso di lui, con noncuranza intenzionale.
«Oh ciao» disse. Provai tutte le cose che sapevo non avrei più dovuto provare.
«Oh ciao» dissi io.
Lui entrò in casa e tornò con uno shaker e del gin e preparò due martini. Leggemmo insieme il giornale, a volte guardandoci per commentare questo o quello. Tutto qua. Qualunque cosa stesse succedendo, andava bene così. Era così che volevo essere a trent’anni, e a quaranta, e a settanta. Lo sapevo. Capivo quanto fosse sbagliato però in un modo o nell’altro quel momento, così giusto, la possibilità che attraverso tutto ciò io potessi comunque avere ragione eclissava il resto.
Diventai sfacciata.
«Secondo te» ruppi il silenzio, «che probabilità abbiamo di sposarci?»
Adorava una domanda così, rischiosa. E questa era la cosa più rischiosa che gli avessi mai chiesto. Ci pensò su un momento.
«Trentacinque percento» disse.
Il numero se ne stava sospeso.
Spense la sigaretta. Il prato era verde e il tavolo bianco.
«Ti amo» dissi, cosa che in effetti non non gli avevo mai detto prima.
«Lo so» rispose.
Trascinò la sedia un po’ più vicino alla mia.
Ci baciammo a lungo.
Ad un certo punto si mise a piangere.
«È che sono così triste dentro,» disse, come se potesse spiegare alcunché.
«Lo so,» mentii.
Entrammo in casa e facemmo del breve sesso un’ultima volta. Ci raggomitolammo sul divano e guardammo Godzilla, quello vecchio. Ero molto felice. Gli insetti avevano finalmente smesso di frinire e la notte era fredda nel modo che annuncia che poi tutto sarebbe morto.

Traduzione di Francesca Massarenti