Io e lui

Sono in piedi, vestita, di fronte a uno specchio. Ho la cerniera abbassata e lo guardo fisso. Lui è uscito senza attirare l’attenzione. Non so perché, ma prima non ci avevo mai fatto caso. Mi sono accorta di quanto sia interessata a lui solo ieri. L’avevo trascurato sistematicamente, come qualcosa che non ci sia, o ancora peggio, che non ti appartenga. E lui è sempre stato lì, la cosa più normale e dimenticata del mondo.
Ho salito le scale fino a questa stanza trascinando un piede dopo l’altro, come se improvvisamente l’aria fosse diventata troppo densa, o le mie articolazioni troppo rigide, eppure avevo fretta. Oggi è stata una giornata strana. Sono stata dal dottore e sono cambiate molte cose. La signora Claudia ha un nuovo cane. Prima c’era un barboncino nero, e ora ho visto correre per il cortile un volpino bianco. L’inquilino del terzo blocco, poi, ha subaffittato a una famiglia di testimoni di Geova. Lo so perché hanno lasciato volantini ovunque. Insomma, una giornata orribile, più che strana. È pomeriggio inoltrato e sono in piedi, in una camera per gli ospiti del nostro appartamento. Ultimo piano, terrazze congiunte. Per ottenere questa reggia mia madre ha fatto il finimondo, ma ora possiamo vantarci di un’enfilade di stanze, ognuna con letto matrimoniale e bagno privato, due porte e lo specchio. Peccato non ci siano così tante occasioni di avere così tanti ospiti. Nessuno però ci fa caso. Allora io mi ci vengo a nascondere. Posso starci anche per delle ore, tanto nessuno mi trova – e se sento qualcuno avvicinarsi, posso sempre scalare di una.

Sono in piedi, vestita, e mi guardo riflessa a metà nello specchio. Vorrei che di là ci fosse qualcuno, ma la porta è aperta ed è tutto deserto. Decido di chiuderla, almeno quella. E mi guardo in faccia, meglio concentrare l’attenzione su qualcosa di noto.
Forse vorrei che all’ospedale avessero fatto davvero quello che dicevano, ma mia madre ha detto di no, che sono ancora una ragazzina, che dovrò decidere da sola.
Odio avere a disposizione troppe possibilità, è come se ti costringessero a prendere una decisione e io non voglio farlo. Scegliere è sempre rinunciare. Vorrei l’avesse fatto mia madre. Vorrei aver subito un incidente abbastanza grave o abbastanza preciso. E invece no, siamo tornati a casa sulla Volvo nera di mio padre, come se niente fosse.
Appena arrivati, mia madre ha chiesto se volevo un tè e io le ho detto di sì, solo per gentilezza, ma non vedevo l’ora di correre qui sopra e starmene da sola. I venti minuti più lunghi della mia vita, giuro, con quella tazza che non sembrava volersi raffreddare mai.
Mi hanno guardata bene. È tutto a posto secondo loro. Tutto procede come dovrebbe. Mi sto sviluppando, hanno detto. Sono proporzionata, nessun organo sta soffrendo. Ottimo, sono potuta tornare a casa senza alcun intervento, o cicatrice, o sutura. Di nuovo. Lo guardo. Vorrei portarmelo davanti agli occhi con un paio di pinze e invece ne percepisco soltanto la presenza lontana, come fosse una parte di me e allo stesso tempo un corpo estraneo.

Ho un vago ricordo di quando l’ho scoperto, di quando mi sono accorta che era qualcosa che non avevano né mia madre né mia sorella. Nessuno però sembrava farci caso, quindi imparai a non farci caso neanch’io e me ne dimenticai. Fino ad ora.
Quando facevamo il bagno, non succedeva mai niente di strano. Io e Anna venivamo frizionate in contemporanea, con i nostri asciugamani rosa – sotto le ascelle, sotto il mento e in mezzo alle gambe. Allora era poco più di un capezzolo gonfio e io lo chiamavo la Tartaruga. Era una cosa speciale. Era la cosa che mi confortava di più: il segno incontrovertibile del mio essere diversa da tutti loro, o almeno di non far totalmente parte della famiglia. Forse l’avevo studiato all’epoca, quando mia madre mi aveva spiegato come pulirlo, ma poi non ci avevo più pensato. Ora mi sbuca da sotto i vestiti con tutta la forza che può avere una forma e io sto qui a guardarlo a distanza nello specchio. Sulla superficie rettangolare ci sono io, i miei occhi, i miei capelli, il collo e le spalle, il mio ombelico e lui. Sono convinta che non si noti sotto ai jeans. Il problema è che ho paura di toccarlo. Riesco ad avvicinarci le mani soltanto nell’acqua e ho passato alcuni mesi senza lavarmi. Cosa che mi è costata un’infezione seguita da una sfuriata di mia madre. Forse il problema è che in casa mia è sempre stato tutto normale, logico, analizzabile. Non c’è mai stato niente di abbastanza forte da sconvolgere l’ordine della nostra famiglia, figuriamoci se quel qualcosa potevo essere io. Ora scendo. Basta. Tutta questa storia mi ha annoiata.
Mi guardo riflessa nella vetrata che corre attorno alle scale. Dicono tutti che sono bella, che sono molto femminile. Lo so. La prossima volta però mi tolgo i vestiti.

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Durante l’intervallo, Greta mi ha confidato che alle donne la zip dei pantaloni non serve a niente. È superflua, ci siamo abituate così soltanto perché abbiamo iniziato a portare un indumento maschile. Ha detto proprio così, pesando il termine con gravità, “indumento”. La cosa mi ha un po’ impressionata. Non le ho detto che a me non sembrava poi così inutile e mi sono chiesta come facesse lei a fare la pipì, ma non sono abbastanza amica di nessuna per chiedere una cosa del genere, o per entrare insieme in bagno, e mia sorella ha le sue di amiche.
Mi sono accorta, scendendo le scale e salutando Lucia, che adesso lo conosco un po’ meglio, lo sento guardarsi in giro mentre cammino. Lo percepisco davanti a me, come se mi proteggesse. Il vero nome di Lucia – la donna di servizio – è Svetlana, non so perché ma si ostina a farsi chiamare così. A me sembra stupido e strano e continuo a chiamarla col suo vero nome, ma lei indispettita non risponde mai quando lo faccio. Ogni volta che ne ha occasione, mi chiede se ho un fidanzatino. Ino, dice, procurandomi un brivido di fastidio che cerco ogni volta di dissimulare. Mi piace sembrare gentile. «No, Svetlana» le dico, anche se in realtà ho già avuto alcune esperienze con dei ragazzi, ma quelli cercano solo di palparti un po’ le tette negli spogliatoi della palestra e di infilarti la lingua in bocca. Inutile dire che nessuna delle due cose mi entusiasma molto.
La mamma è in sala con le sue amiche e mi raggiungono schegge di discorsi qualunquisti che toccano più o meno l’intero scibile umano: dalle cellule staminali alla cucina molecolare, dal disarmo nucleare all’ultimo romanzo della Egan. L’ho mai vista leggere un libro? No. Mentre mi trastullo con queste fantasiose quanto inutili domande, vado in cucina a prepararmi un sandwich, sperando che nessuna mi noti e si senta in obbligo di rivolgermi la parola. Dal tavolo vedo una serie di gomiti grassocci appoggiati sulle poltrone, alcuni un po’ arrossati. Accavallo le gambe e inizio a mangiare. Dovrei studiare quindici pagine di scienze, ma non credo lo farò. Mi piace sentire le cuciture dei jeans in mezzo alle gambe e continuo a dondolarmi sulla sedia.

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Questo mese ho saltato la visita dal dottore e ho deciso di non portare più le mutande. Grandi novità. In realtà non servono a nulla – un po’ come i collant – e mi piace sentire la pelle sfregare sui vestiti. Il bucato lo fa Svetlana, quindi mia madre non se ne accorgerà mai. Inoltre ho visto che nemmeno lei ha l’abitudine di portarle. Poi: è da quattro settimane che vado allo Zoonie con Cami. I campi sono ben curati e la struttura è nuovissima. Cami non è la migliore giocatrice di tennis della storia, ma io devo migliorare e per il momento va benissimo così: non si fa problemi a parlare coi maschi e paga sempre le corse del taxi. Io invece porto le latte con le palline. Per me, più che altro, è una questione di principio: mi urta giocare con quelle da quaranta centesimi del centro commerciale. Vanno bene solo per i massaggi ai piedi che si fanno mia madre e le sue amiche al corso di riequilibrio posturale. Comunque, io e Camilla non siamo in classe insieme, lei è un anno avanti, in terza, perché ha fatto la primina. Mi piace tornare insieme a lei in taxi ed evitare la verde – che a quell’ora è affollatissima – e alla fin fine mi piace anche Camilla. Suo padre è nel campo dell’industria farmaceutica e lei ottiene sempre i trucchi gratis. Me li presta dopo gli allenamenti, così quando torno verso casa con le labbra lucide, gli occhi più neri e i capelli sciolti e un po’ sudati mi sento veramente indipendente e faccio finta di non avere una famiglia. In taxi m’immagino di dare un altro indirizzo all’autista e di arrivare in un posto pieno di una vita completamente diversa dalla mia, pronto ad accogliermi. Ma ho solo idee vaghe su questa vita, non so davvero cosa farei. Durante il tragitto, poi, io e Cami, mangiamo un sacco di Goleador coca e limone. Ci facciamo dare tutto il resto dei gettoni per gli asciugacapelli in caramelle e poi usciamo.
«Ehi, Giuli» mugola a un certo punto, «ti va di salire da me?»
«Certo» le dico dopo un po’. Stavo ancora pensando all’ultimo set vinto.
«Così ti ridò l’asciugamano che mi hai prestato settimana scorsa. Mia madre l’ha fatto lavare». Non ce n’era bisogno. 
Penso che da un momento all’altro potremmo trasformarci nelle nostre madri e cerco di concentrare l’attenzione fuori dal finestrino. Camilla continua a rovistare nel sacchetto di caramelle e sembra indecisa se dirmi qualcosa o no, poi si volta un attimo verso di me e sussurra: «Ho anche un’altra cosa da darti.»
 «Cosa?», le chiedo senza troppa convinzione.
«Un libro», e dopo una pausa a suo giudizio ben calcolata «parla di sesso. Vedrai. L’ho trovato nella libreria dei miei e non se ne sono accorti», mi fa un sorriso che spruzza promesse e io come al solito non so come esprimere il mio entusiasmo. La verità è che non mi piace la parola “sesso”, anzi mi mette a disagio. Comunque improvviso un sorriso anch’io, curiosa di vedere come sia casa sua. Continuo a guardare fuori mentre lei finisce le Goleador, finché non arriviamo.
Appena scese dal taxi il palazzo di Camilla ci sovrasta, grigio e maestoso. Mentre aspettiamo davanti al citofono, mi accorgo di essere molto più alta di lei. Ci aprono e entriamo, l’atrio è fresco e in fondo lampeggia la spia dell’ascensore.
«Devo dirti una cosa» inizia Camilla, «sai, mio fratello? Peter? È un po’ strano.»
Smetto di leggere l’elenco sull’adesivo delle norme di sicurezza. «In che senso “un po’ strano”?»
«Niente, sai, è solo un tipo un po’ particolare. Quindi, ecco, se lo vedi fare cose strane fa’ finta di niente, lui è così», Cami lascia svanire la frase in qualche non-detto che a quanto pare io dovrei essere in grado di cogliere, poi si mette a fissare il pulsante nero con scritto 8. Questa informazione mi preoccupa un po’, ma cerco di non darlo a vedere. Fisso le mie labbra lucide nello specchio e cerco di non guardare da nessun’altra parte.
Arriviamo all’ottavo piano. La porta di casa è socchiusa e basta spingerla leggermente per entrare. Camilla attraversa l’ingresso e appoggia il suo borsone per terra, per poi svanire nel buio in fondo al corridoio.
Non so se devo seguirla o aspettare qui, abbandonata. Mi appoggio su una sedia e tengo lo zaino tra le gambe, ma visto che Camilla non riappare inizio a perlustrare il salotto. Ai muri ci sono delle copie amatoriali di grandi classici della pittura europea, però riconosco soltanto Degas e Monet. Credo le faccia sua madre. I mobili sembrano piuttosto cari e tutto è decisamente barocco. Sembra una di quelle case che la gente tiene come musei, per poi vivere tutto l’anno nel cucinino del piano di sotto. In mezzo al tavolo centrale c’è un posacenere di cristallo e un vaso di fiori finti che da lontano sembrano veri – mi sono alzata per controllarli. Spinta dallo stesso dubbio lascio lo zaino sotto la sedia e mi avvicino alle orchidee. I fusti sembrano vivi, ma i fiori sono stati applicati con piccole mollette nere, simili a quelle per capelli. Improvvisamente una voce femminile grida da un punto imprecisato dell’appartamento: «Camilla, sei tu?», rimango in silenzio e non sento rispondere. Ai miei occhi il salotto ha ormai esaurito il suo potenziale e allora provo ad aprire una porta.
Mi si spalanca davanti quello che sembra essere l’ufficio del capofamiglia. C’è una pesantissima scrivania di mogano e il muro è trapuntato di diplomi. Sembra lo studio di un avvocato, più che di un chimico. Dopo aver ispezionato tutti gli attestati, per non rischiare di provocare rumori che tradiscano la mia presenza, faccio retromarcia lasciando la porta socchiusa e torno dove mi ha lasciata Camilla. Infatti dopo poco arriva una domestica che mi porge il mio asciugamano.
«Grazie» le dico, «dov’è andata Camilla?»
Non sono sicura che la donna capisca l’italiano, perché fa solo un cenno della testa e si limita a sorridere. Poi se ne va. Aspetto ancora un po’ lì seduta e ormai ho letto tutto quello che mi è capitato sotto tiro: una rivista di moda del mese scorso, gli indirizzi dei mittenti della posta appoggiata sul tavolino, i vari Made in Italy sotto le ceramiche che ingombrano le vetrinette e un programma di sala di un concerto: Fidelio. Penso di andarmene, ma non trovo nessuno straccio di carta su cui lasciare un messaggio e non mi sembra cortese non avvisare. Allora me ne sto lì, paralizzata dall’imbarazzo e dalla pipì. M’immagino mentalmente le apocalittiche ripercussioni che si verificherebbero in caso bagnassi la sedia, il tappeto o anche solo i miei pantaloni e decido di rischiare il tutto per tutto e di avventurarmi in cerca del bagno. Sembra il genere di casa che ha un bagno per ogni ospite, un po’ come la nostra. Anche se la nostra è più sobria. Escludo subito la porta dello studio e incontro uno sgabuzzino che sfoggia un ordine familiare e ipocrita. La seconda porta cela un salottino rosa, la penultima possibilità del corridoio. L’ultima si affaccia sulla cucina, la quale a sua volta offre una porta. La spalanco, non potendo quasi più camminare. Mi fa male la pancia e mi brucia tutto, non ce la faccio più, ma quello che mi appare davanti è effettivamente il bagno. Perfettissimo, pulitissimo, profumato di pesca, sennonché, tra una parure di asciugamani e l’altra, c’è un tipo. Non ho nemmeno il tempo di capire che è il fratello di Cami. Ha i pantaloni arrotolati attorno alle caviglie e gli slip tirati giù gli hanno lasciato un segno rosso sulla coscia. Nella mano destra tiene qualcosa che scuote sempre più forte. Ha la nuca appoggiata contro le piastrelle azzurre e la bocca socchiusa. Non si è ancora accorto che sono entrata. Tutta l’operazione produce strani suoni, ma lui non sembra farci caso. È come se tutto intorno non ci fosse più nulla: niente saponette a forma di cuore, niente candele né sali da bagno, domestiche invadenti o amiche della sorella. Ha come una specie di fretta assoluta, come se si dovesse liberare di un compito fondamentale. Continua a strizzarsi, la punta è lucida. Non riesco a distogliere lo sguardo, così rimango lì per una quantità di tempo indefinita. Di tanto in tanto gli cola addosso della roba viscida. Poi mi ricordo di dover assolutamente liberarmi la vescica, faccio un passo indietro senza voltarmi e mi richiudo la porta sul naso. Mi sento la faccia che brucia e mi batte il cuore così forte che ancora un po’ e lo sputo. Qualcosa mi pulsa in mezzo alle gambe e, visto che quello sembra essere l’unico bagno disponibile, apro la zip e la faccio nel vaso di un autentico Ficus Benjamin. Poi ritorno sulla mia sedia e, come se niente fosse, aspetto.

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«Perché non sei venuta? Ti aspettavo di là», Camilla riappare con due lattine di Fanta, «non farti problemi. Vieni!» e mi fa un cenno con la testa che sembra partire dalla punta dei capelli. Io la seguo come un automa. Cerco di sembrare interessata, ma ormai la mia testa è a chilometri di distanza. Ha fatto esplodere in un istante migliaia di mondi e, quando lei mi mostra la parte migliore del libro che stava cercando, io non riesco a far altro che emettere un flebile “Ah”, infilarlo nello zaino e tornarmene a casa. Ed eccolo qui, ora. Sono in piedi, svestita, in mezzo alla stanza, di fronte a uno specchio. Ho la cerniera abbassata e ce l’ho in mano. Qualcosa a cui aggrapparsi quando stai per cadere. Lo afferro a livello dell’inguine e ora che ce l’ho anch’io e che posso usarlo mi sento così sollevata da sentire un sapore dolce in bocca. Perché basta afferrarlo e strofinare. Afferrarlo e strofinare.

Foto di Francesca Iovene