I nuovi pronomi personali

IO
Io è il mio nome. Come in Iolanda, per coloro a cui piacciono le cose più lunghe. Io è un’altra. Una fra tante altre. Ho due sorelle gemelle. Siamo venute al mondo in tre, contemporaneamente, con un primo pianto in stereofonia. Mamma ci ha messo quarantasei ore a espellerci e un mese a trovarci dei nomi che avessero un senso. All’inizio dei tempi ci chiamavamo Bebè-Uno-Bebè-Due-Bebè-Tre, detto tutto d’un fiato, perché non parlavamo mai di noi separatamente. In seguito, fu deciso che Iolanda, Iole e Ionia sarebbero andati bene. Mamma ha continuato a chiamarci semplicemente Bebè-al-plurale, perché confondeva tutto e bisognava che si semplificasse la vita. Di chi è questo braccio? E questo viso? E questo dito? Tutte uguali le avevamo le parti dei nostri corpi. Identiche, eravamo un mostro a tre teste, indivisibili, inseparabili. Non siamesi, ma quasi; non extraterrestri, ma quasi; degli oggetti viventi non identificati che la scienza voleva studiare, che gli sconosciuti volevano toccare per avere un po’ di fortuna, che Mamma avrebbe voluto buttare dalla finestra, a volte. Piangevamo tutte allo stesso momento, avevamo fame, avevamo sete, avevamo fatto la cacca; Mamma non sapeva da dove iniziare, era sola, non era un polpo, non aveva abbastanza braccia, mani, piedi, seni, bocche, allora bisognava che pazientassimo, a ognuna il proprio turno, uno, due, tre; ero sempre io l’ultima, e non rimaneva più latte nelle mammelle, più amore nelle carezze, prendevo le briciole, anche se non esistono, le briciole di latte o di amore, allora Mamma urlava: siete volute venire tutte e tre insieme, peggio per voi. Non si rendeva conto che ogni volta era peggio per me.

TU
Tu sei nato uno, non sai cosa vuol dire avere sempre quattro piedi sui tuoi. Tu pensi: oh, è meraviglioso, avere le due proprie migliori amiche sempre accanto a sé, io rispondo: no. Odio queste sorelle. Chi si assomiglia si piglia, ma Io, lei vorrebbe scomporle, le sue sorelle tentacoli. Tagliarle in piccoli pezzi e metterle in scatole di cartone per rispedirle al mittente. Essere solo lei. Solo Io. Tu ignori veramente cosa voglia dire non poter essere solo te e nessun altro. Quando Ionia e Iole sono lontane, sono comunque vicine. Sempre. Mi parlano con delle voci che nessuno sente, delle voci interiori che mi dicono cosa stanno facendo, pensando, soffrendo. Una volta, da piccola, stavo disegnando da sola in camera mia quando ho sentito qualcosa di forte attraversarmi, una specie di scarica elettrica, come se il fulmine fosse sceso dal lampadario e la strada più corta per arrivare al pavimento fosse il mio corpo fatto al settantacinque per cento di acqua allo stato liquido. Sono corsa in cucina per avvisare Mamma: Iole e Ionia giocano al fiume. Non lo potevano fare, Mamma ci aveva avvisate: se giocate nell’acqua, sono bastonate sicure. Mamma mi ha risposto: cosa ne sai, piccola strega? In quel momento, Iole e Ionia sono rientrate dalla porta di dietro, fradicie, con i loro vestiti bianchi smerlettati diventati marroni, le maniche strappate, hanno proclamato in coro: non è colpa nostra, siamo scivolate. Mamma mi ha guardato come se fossi io la colpevole, come se avessi pianificato tutto. Sono stata punita, cinque giorni senza poter uscire da camera mia, Mamma si è giustificata: così impari a incitare le tue sorelle a fare quello che non devono. Non le avevo incitate a fare niente, le avevo solo sentite complottare nella mia testa, preparare il brutto tiro pensando che nessuno lo avrebbe saputo. Davvero non hai nessuna idea di cosa voglia dire farsi accusare a torto solo perché sei nata lo stesso momento di due persone che non sono te ma che ti abitano.

LEI
Il peggio è che dovevamo essere quattro. Ma l’altra Io non è sopravvissuta. Bisogna quindi chiamarla Lei. Dopo qualche settimana nell’utero Lei ha cominciato a cancellarsi tranquillamente, a ridiventare un semplice ammasso di cellule staminali senza radici per attecchire. Mamma non l’ha mai saputo, è il segreto di Io, Io e Io. Avrei dovuto lasciarmi fondere anch’io, lasciarmi trasportare dalle acque liquide e consentire di non essere altro che una traccia, un codice senza sangue di Io e Io, un pezzo di DNA di troppo. Quando a scuola abbiamo imparato a contare, ho alzato la mano per rispondere alla maestra che aveva chiesto: quanto fa due più due? Ho risposto: quattro. La maestra ha continuato: come si arrivata a questo risultato? Ho spiegato: Ionia più Iole fa due, Iolanda più Lei fa due, quindi in totale facciamo quattro. Ha chiesto: chi è Lei? Ho continuato: l’altra nella pancia di Mamma. La maestra ha riso, ha aggiunto: come fai a sapere che ce n’era un’altra? Ho risposto: me lo ricordo, tutto qua. Ha tagliato corto: è impossibile. La maestra lo sapeva meglio di me, era lei che insegnava le cose, allora ho taciuto, se avessi protestato avrei preso una bacchettata sulle dita. Il problema con gli umani è che quando hanno deciso qual è la verità, non c’è modo di far loro cambiare idea, se si cerca di convincerli del contrario di ciò che credono, ci sminuiscono, ci tirano le orecchie o, peggio, ci fanno esplodere. La maestra che mostra la verità-decisa ci ha anche insegnato i pronomi personali che bisogna sapere per coniugare i verbi correttamente, Io, Tu, Lei, Noi, Voi, Esse. Mi è sempre piaciuto ripetermeli velocemente, in loop, io-tu-lei-noi-voi-esse-io-tu-lei-noi-voi-esse-io-tu-lei-noi-voi-esse-io-tu-lei-noi-voi-esse-io-tu-lei-noi-voi-esse-io-tu-lei… Io, tu, lei, noi. Io, tu, lei no. La grammatica rivela le mie voglie assassine. Non c’è solo lei che vorrei eliminare: Io, Io e Voi anche.

NOI
Gli umani hanno inventato le parole, le lingue, i telefoni, i fax, i satelliti nello spazio, comunicano, non si parlano. Non si capiscono. Poi dopo dicono che siamo noi ad avere un problema. Abbiamo un ritardo del linguaggio, sono i dottori che sanno tutto che l’hanno detto. Mamma non ha creduto loro, non ci ha voluto portare dallo specialista-delle-parole-nel-giusto-ordine, hanno chiamato gli assistenti sociali, l’hanno obbligata a farci visitare. Ci hanno viste, da tutte le parti, da tutti i lati, abbiamo raccontato storie, ci hanno corrette, perché non era così che chi-decide-il-senso-delle-cose aveva deciso che dovevamo ordinare i pensieri. Al posto di dire: chi ti chiami?, bisognava dire: come ti chiami? Al posto di dire: fai cosa?, bisognava dire: cosa fai? Al posto di dire: chi si mangia?, bisognava dire: cosa si mangia? Lo specialista-delle-cose-dette-come-si-deve non ha capito che non era una questione grammaticale, ma di cibo da mettere sotto ai denti. Nel senso che noi eravamo poveri a casa perché tre bocche da sfamare sono tante, quindi la carne, non eravamo troppo esigenti a sapere da dove venisse. Chi si mangia? Mangiavamo chi moriva. Se era il cavallo a crepare, mangiavamo il cavallo. Se era il signor P., il vicino, mangiavamo il signor P. il vicino. Ad ogni modo, quando si muore non si serve a niente, tanto vale riempire gli stomaci. Non che da vivi si serva a qualcosa, è solo che le persone vive si cuociono meno bene in padella.

VOI
Papà è da tanto tempo che se n’è andato, da quando ha saputo che stavamo per arrivare, se l’è data a gambe. È dovuto andare in un paese dove fa molto freddo, perché Mamma dice che era sempre gelato, tanto che un giorno si è spezzato come il ghiaccio che si incrina e non abbiamo più sentito parlare di lui. Mamma dice: non avete un padre, vi ho fatte da sola. Mamma vuole che le si porti rispetto, forse perché ha sempre lavorato per due. Siamo obbligate a darle del lei, sennò son botte. Siamo nate tredici anni fa, riceviamo ancora sculacciate, così impariamo a non essere educate, come ripete lei, Signora Lei. I nostri didietro ben lustri, come i sassi che si fanno lavare dalle onde da due o tre millenni, che finiranno per trasformarsi in granelli di sabbia, con i quali si faranno degli specchi nei quali ci si potrà specchiare fino a non vedersi più. Gli umani sono minuscoli, nell’universo, spariscono, non servono a niente, ma ognuno crede di essere importante, e fa cose come se non ci fosse che lui.

ESSE
Esse, le ragazze, le tre gemelle: le persone parlano sempre di noi in gruppo, un solo pezzo. Le parole uniche non esistono per designare le persone multiple. Servono delle parole triple, come monozigote, bicoriale, triamniotico. A volte i passanti si sbagliano, dicono: essi. Come se avessimo l’aria di essere dei ragazzi con i nostri capelli lunghi fino al sedere. Mamma si rifiuta di farceli tagliare. Ce li spazzola, tutte le sere, ci sediamo sul tavolo di cucina in fila come sardine, poi facciamo penzolare i capelli nel vuoto, tira forte, disfa i nodi e ci riveste la testa di olio di ricino per renderli tutti morbidi. L’olio di ricino ce ne dà una cucchiaiata anche quando abbiamo difficoltà a evacuare. Sono spesso costipata dall’interno del ventre perché defecare davanti agli altri mi mette a disagio, e non ci sono porte in bagno, solo una tenda leggera che la corrente d’aria e gli sguardi indiscreti sollevano facilmente. Una volta sono stata un mese senza fare la cacca. Il trentesimo giorno avevo così tanto male che non voleva uscire. Mamma mi ha detto: vieni, andiamo a fare un giro in città per schiarirti le idee. Ci ha vestite tutte carine, Io, Io e Io, messo le scarpe di pelle lucida, abbiamo camminato a lungo, poi siamo arrivate nella piazza davanti alla drogheria e al bar dove la gente si siede per parlarsi senza ascoltarsi. Faceva caldo, Mamma ha detto: abbassa le mutande. Ho risposto: ma insomma, mamma, è impazzita? Anche se le ho dato del lei con molto rispetto, mi ha colpito il viso e ha ripetuto: abbassa le mutande. Ha aggiunto: non ce ne andremo finché non ti sarai svuotata, non sei altro che un cumulo di merda, è disgustoso. Ionia e Iole ridevano, le tizie che blaterano sempre un sacco senza mai dire niente sono rimaste in silenzio. Ho eseguito e mi hanno guardata spingere forte, senza capire cosa stesse succedendo. Non usciva. Ho chiuso gli occhi, ho immaginato: cago sul viso di mia madre. Alla fine mi ha sbloccata. Ce n’era talmente tanta che sembrava una torta al cioccolato. Le persone erano disgustate. Avrebbero probabilmente preferito che mi sgozzassero all’aria aperta. Il sangue sciocca meno della merda. Mi lanciavano pietre, urlavano: non si fanno i propri bisogni sulla strada pubblica, non siamo mica cani. Mamma ha risposto: avete ragione, i cani sono più educati degli umani. Siamo tornate a casa, dove niente era cambiato.

Traduzione di Riccardo Santini