L’oroscopo dice

Mio padre non è benvoluto nel quartiere. I poliziotti si piantano davanti a casa nostra ogni lunedì o martedì e lo osservano bere birra nel minuscolo quadrato di cemento che prima era un giardino. I vicini non hanno una recinzione a proteggerli, ma noi sì. Mio padre beve appollaiato su una panchina che dà giusto sulla strada, reato perseguito da queste parti con una severità degna dei maggiori crimini. Però i poliziotti non possono superare la recinzione e arrestarlo: si accontentano di guardarlo bere.
Neanche la nostra relazione è molto buona. Mia madre è morta e io devo occuparmi di tutte le faccende di casa. Lui è stato educato a non toccare una scopa, io, invece, sembro nata per usarla. Quando finisco di spazzare, spolverare, passare lo straccio e lavare bagno e cucina (il bucato, il giovedì e il lunedì), devo infilarmi la tuta e andare a piedi fino alla fabbrica.
Ero una studentessa tanto notevole da ottenere un lavoro non appena feci domanda, non brava abbastanza però per ricevere una borsa di studio e continuare. Lavoro in una catena di montaggio dalle tre di pomeriggio alle dieci di sera, insieme ad altre venti come me, indistinguibili. Viste dall’alto, attraverso la finestrella dell’ufficio supervisione, dobbiamo sembrare instancabili, tutte noi duecento o trecento che formiamo le quindici file sincronizzate della fabbrica durante i vari turni.

Un’altra delle mie fortune (non mi piace lamentarmi: lo lascio fare ai giornali) è che la mia strada del ritorno risulta semplice. Undici vie in linea retta separano casa mia dalla fabbrica. Alcune delle mie colleghe invece, devono cambiare due o tre autobus e camminare lungo sentieri pieni di fango prima di potersi considerare libere.
Le strade vicino alla fabbrica una volta erano buie ma adesso sono illuminate da lunghe file di lampioni municipali. Il pattugliamento è costante: lungo il tragitto, sulle undici vie fino alla porta di casa si possono contare fino a sei pick-up di agenti, due nei sedili davanti e quattro dietro, stipati sul cassone, le gambe penzoloni e il fucile in spalla.
I giornali si lamentano. Dicono che il quartiere è una vergogna e lo paragonano alle dolci urbanizzazioni dell’altro lato della città. È vero: qui non ci sono né muretti né giardini. Noi ne avevamo uno, minuscolo, che adesso è sepolto sotto il cemento e che mio padre utilizza come postazione di vigilanza mentre beve. Di giorno guarda passare la gente e di notte, quando nessuno si azzarda a uscire, aspetta il mio ritorno. O questo è quello che credo. A volte non c’è quando arrivo e compare solo dopo un po’, bottiglia in mano.
È vero che i pericoli ci sono. E non tutti sono bugie della stampa, come alcuni sostengono. Molte colleghe, non si riesce a sapere con precisione quante, non ritornano più alla fabbrica. Alcune perché si stancano della paga misera o del lavoro duro, immaginiamo. Altre, perché vengono sequestrate nelle strade vicine. Detto così, suona come quegli articoli del giornale in cui si lamentano dell’apparizione di un corpo dopo l’altro. Li accompagnano delle fotografie in cui le morte sembrano giocattoli. È così che dobbiamo vederci tutte: bambole assemblate, accompagnate dalla mascherina di sicurezza. A volte giochiamo ad assemblare bambole (qui la testa, le braccia, lì gambe e vestiti) e, a volte, come bambole, veniamo smontate. No: la verità è che montiamo circuiti e la linea di bambole ha chiuso anni fa perché non c’era mercato. Ho ritagliato un articolo che lo dichiarava, perché mi piaceva il modo in cui mentiva. Come se quello che succede avesse un senso, come se fossimo un qualcosa che può essere descritto.
L’articolo venne pubblicato un anno e mezzo fa, nel periodo in cui il pattugliamento era maggiore e le sparizioni (e i ritrovamenti dei corpi) più frequenti. Ora sono diminuiti, pur senza fermarsi del tutto. Un po’ come succede con quelle coppie che ancora si cercano, ogni tanto, quando lui ha bevuto o lei è annoiata. Questo l’ho letto in un altro articolo, in una sezione che invece dei corpi morti mostra quelli molto vivi di alcune donne bellissime. Quello che non sopporto sono i cruciverba. In ogni caso, non riuscirei a risolverli, perché mio padre si precipita su ogni giornale che arriva a casa. Li finisce in pochi minuti, senza cancellature né dubbi. Come se li avesse pianificati, come se fosse capace di far entrare le sue parole nei quadrettini senza che la loro correttezza gli importi davvero. Non mi sono mai soffermata a controllarglieli.
Non è mia abitudine andare piano, anzi cammino veloce e senza lasciarmi distrarre. Non mi giro se uno dei poliziotti, dal pick-up, mi chiama. Alcune donne della fabbrica diventano loro amiche e fidanzate (vale a dire, si appartano con loro nei vicoli e si fanno scivolare i loro membri in bocca) in cerca di scorta e protezione, però io non ho intenzione di farmi nessuno, né ho bisogno che mi accompagnino fino alla porta. A mio padre non piacerebbe vedermi arrivare con un poliziotto.
I giornali si lamentano per qualsiasi cosa però, come succede con la gente chiacchierona, a volte dicono anche cose utili. Per esempio, ho qui un articolo dove dicono che la fabbrica va talmente male da risultare inspiegabile perché il proprietario la mantenga ancora in funzione. Non ha creato nessun profitto in otto anni e riporta perdite in tutti i bilanci d’esercizio. Perfino gli esattori delle tasse si sono ammorbiditi durante controlli, perché il proprietario è amico di un deputato e al governo sanno che la fabbrica non dà denaro. Lo lasciano in pace.
Un altro problema di questo quartiere «in situazione estrema», leggo, è che sono morti cinque poliziotti nel giro di un anno. Il giornale, riportando le parole del Comune, insinua che gli agenti vengono fatti fuori dagli stessi che sequestrano e poi si disfano dei corpi delle nostre colleghe. Ma come fidarsi di un giornale che, subito dopo aver divulgato quest’informazione, asseconda senza battere ciglio le fantasie del redattore che scrive l’oroscopo. Il mio oggi dice: Ti sentirai insolitamente in sintonia con il tuo partner, approfittane per parlargli di ciò che t’infastidisce.
Il mio partner, che non esiste, dovrebbe essere paziente: lavoro dal lunedì al sabato e in casa le cose da fare non finiscono mai. E mio padre si arrabbierebbe se mi vedesse arrivare mano nella mano con qualcuno. Soprattutto, credo, se fosse un poliziotto e io dovessi infilarmi con lui in un vicolo e prenderglielo in bocca.
Mi rendo conto solo ora che ho finito per raccontare tutto questo a nessuno in particolare, e questo sì che mi infastidisce veramente. Un altro successo per l’oroscopo.

II

Esco, la sera, insieme ad altre cinquanta. Ci danno il cambio altre cinquanta, identiche. Di poche di loro riconosciamo il viso, perché dobbiamo usare retine per i capelli e le mascherine di sicurezza, e non è molto comodo toglierle e rimetterle a posto ogni volta, quindi normalmente le lasciamo lì, a ostacolarci la vista.
Sono tre giorni che lo stesso agente, in piedi nell’angolo più lontano dalla porta, giusto dove comincia la mia strada del ritorno, mi augura la buonanotte. È un tipo brutto, perfino tra quelli del suo genere, però fa in modo di mostrarsi amabile. Gli sorrido senza rispondere; so che per questa minima finestrella che io apro, lui ritorna.
I suoi colleghi, sul cassone del pick-up, le gambe penzoloni, ridono di lui. «Non ce la fai neanche con la peggiore delle cagne» gli dicono il secondo giorno. Non pensare, poliziotto, che il chiamarmi cagna mi offenda. Il pick-up accompagna il mio ritorno ma si ferma prima dell’ultimo angolo della strada. L’agente brutto, in piedi sul cassone, m’identifica come la figlia dell’ubriacone della recinzione. Lo prendono in giro un’altra volta. Deve aver sofferto umiliazioni peggiori: è davvero brutto.
Una ragazza nuova, di poco più vecchia delle altre, arriva alla fabbrica. Dice che mi conosce. Vive in una delle case appiccicate l’una all’altra sull’altro lato della mia via: vede mio padre bere sulla sua panchina fin da quando era piccola. Legge i giornali tanto quanto me, anche se evita le notizie sul quartiere e si concentra su quelle che forniscono spiegazioni ai problemi di letto di uomini, donne e cagne. Non posso credere che quei figli di puttana mi abbiano davvero chiamato cagna, senza battere ciglio. Torniamo verso casa insieme, inevitabilmente, come se l’avessero messa nel mio stesso turno per obbligarmi a fare amicizia. Il poliziotto brutto sembra mostrare interesse verso la mia vicina quando la vede al mio fianco. Si sorridono. La incoraggio, durante le ore di assemblaggio, a sostenere il suo sguardo e ad andare a parlare con lui. Spero che si piacciano.
Un successo: riesco a liberarmi della mia compagna di strada non appena si decide a parlare con quello brutto. Lei è bella, curiosamente bella, e adesso i colleghi dell’agente mugugnano, risentiti, invece di prenderlo in giro. Io non faccio caso a loro, ma solo alle strade che percorro ogni giorno e ogni notte. Non mi preoccupano. Io non mi infilerò mai in un vicolo per fare un pompino, riconoscente, a un protettore.
L’oroscopo dice che devo fare attenzione ai pettegolezzi. E aggiunge, il giornale, un’altra notizia: siccome il numero di crimini nella zona è sceso del cinquantanove virgola due per cento, si ridurrà in proporzione il pattugliamento della polizia. Che vengano a spiegarmi come sconteranno il decimale. Se potessi calcolarlo, mi dico, forse avrei ottenuto la borsa di studio. E adesso scriverei l’oroscopo sul giornale.
La mia vicina approfitta della nostra vicinanza lungo la catena di montaggio per raccontarmi dei suoi palpeggiamenti e succhiate con il poliziotto. La sua bruttezza sembra entusiasmarla. La fa sentire affascinante. Perfino il giornale ha benedetto le sue inclinazioni, perché nella sezione con le fotografie delle belle donne svestite raccomandano alle lettrici di trovarsi fidanzati orrendi ma appassionati.
Quello che avvenne in seguito non sarebbe dovuto accadere. Lei avrebbe potuto rimanere col suo uomo, permettendomi di tornare a piedi da sola, e invece si era data appuntamento con lui più tardi, a casa sua, per presentarlo alla sua famiglia, e mi accompagnò lungo il percorso. Era tutto perfetto, sarebbero stati felici, lui avrebbe chiesto di essere trasferito a un centro commerciale e si sarebbe allontanato dai pericoli. Quindi non gli piace il quartiere, dissi. A nessuno, vicina, a nessuno. Alla cagna sì che piace, penso.
Ma un pick-up spunta da dietro un angolo ben illuminato, e si ferma lì, alla fine della strada. Nero, senza targa né insegne, i finestrini alzati. Noi ci fermiamo, i suoi fari ci attendono. Lei deve immaginarsi fatta a pezzi, in un fosso, allontanata per sempre dal suo amante brutto, la sua tuta da lavoro, perfino da me. A nessuno piace pensare a queste cose. Mi prende per un braccio, trema. Io non avrei avuto tanta paura se fossi stata sola. Non tornerò più a casa con questa stupida, mi dico. Ci salva dalla paralisi la luce di un lampeggiante. Lungo la strada avanza una pattuglia. Il pick-up, lenta come il passaggio di una nube, se ne va.
Evito di risponderle il giorno dopo, in fabbrica, quando ritorna sull’argomento. Le raccomando di ricorrere al suo fidanzato, e di lasciarmi tornare da sola, come so fare, come piace a me. Fa resistenza. Dice, non so come fai a pensarlo, che insieme corriamo meno rischi. Devo cacciarla da qui. Il tuo fottuto fidanzato mi ha chiamata cagna e voleva che glielo prendessi in bocca. Andate a farvi fottere, tu e anche lui. Non parlarmi neanche, idiota. Con questo la spavento abbastanza da farla allontanare. Finalmente.
Qualche giorno dopo, vedo da lontano che le consegnano una cesta di palloncini. Seguono abbracci e qualche applauso. Va a vivere con il tipo brutto, se ne va dalla fabbrica. Il sollievo mi fa tremare e le cosce mi sudano, come se la tiepida urina dell’infanzia ci stesse scorrendo sopra.
Il giornale, sempre acuto, considera che il numero di poliziotti nel quartiere potrebbe essere diminuito non come conseguenza della diminuzione dei crimini, ma al contrario: i reati sarebbero diminuiti a mano a mano che diminuiva il numero di poliziotti. Mi rendo conto che, sorprendentemente, mio padre non ha finito il suo cruciverba questa volta. La ricetta del giorno: insalata di pollo con salsa dolce. Sembra deliziosa.
Il pick-up viene, lento, verso di me. Nel miglior luogo possibile per un’aggressione, a metà del percorso tra la fabbrica e casa mia, in un incrocio di strade dove non vive nessuno e resistono pochi negozi, tutti chiusi a quest’ora. Mi supera, però poi si ferma, aspettandomi. Siccome non avanzo (perché precipitarsi), scendono due uomini. Sono in abiti civili. Sono il tipo brutto e un suo collega, forse uno che rideva più degli altri di questa spregevole cagna. Le loro espressioni perfettamente serie. Qui non c’è niente di divertente.
La ginocchiata mi fa piegare in due e il calcio mi fa cadere. Non posso oppormi, niente nelle tasche della mia tuta o nel mio zainetto può essere utilizzato come difesa. Mi trascinano verso il pick-up e devo essere un peso eccessivo, perché il movimento che facciamo nell’insieme non è pulito, ma penoso e goffo. Riesco ad aggrapparmi ad un palo per trattenerli. È ovvio che non sanno come si fa.
Però l’esperto arriva. Non lo vedono, non se lo aspettano, ma lo scricchiolio che sento mentre mi strattonano per i piedi e mi prendono a calci nelle costole sono i suoi stivali e la sua arma. Chiudo gli occhi per il dolore, perché non traggo piacere dallo spettacolo e né mi diverte. I colpi non fanno un gran rumore; echi appena attutiti dalla carne. Sudo. Mi brucia lo stomaco, la bocca si apre e inspira aria, tutta l’aria che riesce. Mi trascino fino al palo e, appoggiandomi, riesco a tirarmi su. Nausea. Mi hanno fatto proprio male.
Il tipo brutto ha il petto distrutto e un buco nell’inguine grande quanto una mano. Il suo collega mostra un orifizio nero al posto dell’occhio destro e le viscere gli escono dal ventre.
Ho ancora le forze necessarie per sputare a entrambi, restituirgli i calci. Il dolore alle costole mi perseguiterà per un mese. Sento un rantolo. Quello brutto è ancora vivo, cerca di scappare.
Guardala, la spregevole cagna, gli dico, guardala.
Gli sparano un’altra volta.
Chiudo gli occhi.
Una mano mi afferra per la spalla, mi costringe a voltarmi.
Andiamocene, veloce, dice.
Sì, papà.
Mi osserva con severità.
Torneranno le pattuglie.
Lo seguo lungo strade vuote.

Antonio Ortuño è stato pubblicato in Italia da Neri Pozza nel 2008 con Risorse umane (Recursos humanos, 2007); a breve potremo leggere il suo La fila india (2013) anche in italiano.

Traduzione di Francesca Miola