L’ultima estate

Nonostante non fosse più un ragazzino, nessuno gli aveva detto niente. Può darsi, come sostengono alcuni, che l’ignoranza sulle cose essenziali sia connaturata all’essere umano, eppure anche lui – come molti – era convinto che quando sarebbe stato il momento un sesto senso avrebbe vibrato, una mano avrebbe bussato, una campanella tintinnato. Altrimenti a che servivano tutti quei libri?
E invece fu solo una luce piatta su un muro bianco, la sedia di plastica in terrazzo, un rumore costante di cicale, il buio della notte pochi metri più in là, le pagine gonfiate dai granelli di sabbia, la sigaretta in una mano, il pacchetto vicino, i piedi allungati sulla sedia davanti. Se avesse avuto sentore, forse Federico Mancini si sarebbe alzato, non avrebbe acceso un’altra sigaretta né iniziato un altro capitolo del libro che stava leggendo, probabilmente sarebbe rientrato in casa per andare a sfiorare le gambe nude della ragazza che dormiva nella stanza, e forse chissà, avrebbero potuto fare l’amore. E invece era rimasto sul terrazzo a finire la bottiglia, e quando finalmente a letto si era accontentato di non svegliarla.

La mattina una colazione distratta, i telefonini accesi sul tavolo, un non so strascicato a mezza bocca su quale spiaggia, il caffè rifatto, la cartina dell’isola aperta svogliatamente, già strappata lungo le pieghe, prima di una doccia a far passare i minuti assonnati, risvegliando pensieri erotici conosciuti, stavolta sulla cassiera del minimarket, il movimento compulsivo della mano, un grugnito trattenuto, il seme a sporcare le mattonelle, la cipolla della doccia per pulire.

Avevano preso il sole sdraiati, dopo aver sistemato gli asciugamani, la crema spalmata a vicenda, il bagno ognuno per conto proprio, un panino per pranzo, il sonno leggero sotto l’ombrellone, nessuna frase significativa, nessun bacio d’addio. Vicini come d’abitudine, le mani sfiorate continuando a guardare altrove. Nonostante il cielo limpido, nonostante il consumarsi delle ultime ore, le campanelle del destino per Federico Mancini erano rimaste mute, forse riempite a cotone biologico, strette in un foglio di cellophane Dussì, nelle orecchie solo il vociare dei bagnanti, quando torniamo ci sono le bollette.

Dentro il giallo di una birra era giunta l’ora lieta della scelta del ristorante. La guida letta con cura, l’elenco dei posti consigliati, le atmosfere descritte con aggettivi stereotipati, i prezzi, la classifica dei primi tre, l’incrocio delle rispettive preferenze, un’altra birra, la telefonata al numero indicato per sapere se c’era posto. La risposta positiva del cameriere aveva generato adrenalina a basso costo, le mani battute, il primo bacio complice della giornata. 

Rientrarono dal mare dopo il tramonto, ironizzando sugli stolti che abbandonavano la spiaggia nell’ora più bella per essere a tavola alle ottoemezza; loro no, docce lunghe con lo stereo acceso, la scelta del vestito e della maglietta, un selfie insieme vicino al letto disfatto, da pubblicare subito, di nuovo in bagno, per sistemare il rossetto, per lavarsi i denti. Una leggera pacca sul culo per accelerare, ora erano in ritardo. 

«Davvero prendi la tartare?» gli aveva detto senza alzare gli occhi dal menù. «Se stanotte ti senti male io in ospedale non ti ci porto.»
Che bella l’estate.

La bottiglia di vino bianco infilata nel cestello, il rumore gocciolante quando la tirava su e il risucchio quando tornava a immergerla soddisfatto, il ghiaccio a galleggiare, i camerieri anche, le luci basse, gli altri commensali educati, il conto caro il giusto. Sorrisi molli, mentre rimetteva in tasca la carta di credito.

Sarebbe tornato a casa? A quel punto Federico Mancini aveva sperato di rientrare, fare l’amore e fumare nudo in terrazzo o era stato lui a proporre di andare a vedere il mare? Magari sperando che lei dicesse di no, oppure proprio lui a convincerla, a dirle siamo in vacanza andiamo. Questo non lo so, so che montarono sul motorino preso a noleggio, il vento in faccia, le curve fino alla scogliera, le mani strette intorno alla vita, i caschi che si toccano per una frenata brusca, lei che ride, una mano allungata sul ginocchio fino alla radura dove fermarsi, il rumore delle onde che sciacquano gli scogli, lo sguardo verso le stelle più lontane, col braccio le stringe le spalle.

«Ci tuffiamo?»
Ride, forse gli dice che è pericoloso o forse ride e basta.
Federico si sporge,
«Non dirmi che hai freddo.»
«Dai che abbiamo appena mangiato.»

Federico s’indigna di tanta prudenza, con quel modo buffo che i suoi amici ricordano come un tratto della sua personalità, si avvicina ancora di un passo.
«Torna qui che mi fai paura.»

È solo un tuffo, è estate. Prova a convincerla, buttiamoci insieme. Lei scuote la testa, Federico si spoglia, rimane in mutande e scarpe da ginnastica, le tende la mano, ultima chiamata, lei la schiaffeggia, si volta, prende la rincorsa e salta giù.

Lo scoglio nascosto sotto il pelo dell’acqua, il corpo di Federico che galleggia scomposto, le urla, le telefonate, il rumore dell’ambulanza, la luce blu, il bianco della barella con le strisce arancioni, la schiena dell’infermiere che s’inginocchia e si rialza subito dopo, il lenzuolo tirato sul corpo, una mano bianca che scivola fuori. 

Aveva ventotto anni Federico Mancini, e da quel che dicono i suoi amici nemmeno un presentimento.