Mia nonna odiava Maradona

La mia prima parola è stata “gol”. Non ho detto mamma o papà o gatto. Ho detto “gol” sulle gambe di mia nonna. Lei mi prendeva in braccio, e guardavamo insieme tutte le partite che trasmettevano in televisione. Cioè, così racconta mia madre. Un giorno ho iniziato a urlare “goool”. Sono nato nel 1984, il che vuol dire che ho avuto modo di godermi i Mondiali di Messico ’86 (anche se ovviamente non me lo ricordo) davanti alla vecchia televisione grigia di mia nonna, che ho chiamato Mamma Toto fino il giorno della sua morte; sapendo che non era una seconda madre, bensì un’altra madre.
Dentro la sua capanna nei Llanos di Apan, lontani da ogni tipo di baccano, seguendo ogni mossa, abbiamo visto decine di partite. Altre le ascoltavamo con la sua radio rossa a pile, specialmente quando lei si spostava in cucina. Era un rituale straordinario, che fosse a pranzo o a cena: essere seduti a tavola, in un silenzio quasi totale, ascoltando il calcio dalla radio distorta. Ogni tanto ci mettevamo a strillare e mia nonna si alzava, nervosa com’era, per aggiustare il volume del vecchio apparecchio. Un pretesto per non rimanere ferma.

Mia nonna amava il calcio. Era una delle sue devozioni. Mi piace pensare che quel mitico gol di Maradona (“aquilone cosmico, da quale pianeta sei venuto”) contro l’Inghilterra allo stadio Azteca lo abbiamo visto insieme. E io mi emozionai e lei rimase delusa. Non simpatizzava per Maradona e dopo il gol “per mano di dio” (che fu in quella stessa partita, un paio di minuti prima) le piacque ancora di meno. È un drogato e un imbroglione, mi diceva sempre lei quando io difendevo Diego. Lei amava Pelé, che aveva visto giocare durante i Mondiali di Messico ’70. Quella dicotomia originava discussioni esagerate che mi facevano tanto ridere.

Come a molti messicani della sua generazione (nati agli inizi del secolo scorso) non le piacevano gli argentini. È curioso come in una parte della società civile messicana ancora adesso siano tollerati tutti i trionfi latinoamericani, compresi quelli ispanoamericani in qualsiasi tipo di competizione, tranne quelli argentini. C’è un’invidia molto particolare contro l’argentino (i due poli di questo subcontinente, forse), un rapporto di antipatia che non sono mai riuscito a decifrare e che nel calcio raggiunge il parossismo. E mia nonna rappresenta alla perfezione questa incompatibilità quasi genetica.

Ora che si avvicina un nuovo campionato del mondo, ricordo (questa volta con lucidità) di aver guardato la finale di Italia ’90. Mia nonna tifava i tedeschi e al gol di Brehme contro l’Argentina urlò come se fosse stato un suo conterraneo. È lì che iniziarono i nostri battibecchi. Lei tifava Real Madrid, e io, da quando ero piccolo, tifavo Barça. A lei piaceva Hugo Sánchez, a me Romário. Lei era per l’America, io per il Pachuca (sebbene anche lei tifasse per i tuzos del Pachuca). Lei tifava Messico a ogni mondiale o Coppa America, e io la squadra rivale (per essere anti nazionalista, ma soprattutto per tifare contro di lei). Così ci piaceva vivere, così ci godevamo le partite di calcio, immersi in una dialettica costante. Un unico nemico ci univa: gli Stati Uniti. Solo i gringos riuscivano a farci stare dalla stessa parte.

Abbiamo guardato insieme i Mondiali USA ’94 (lei quasi muore d’infarto durante i rigori tra Messico e Bulgaria) e durante Francia ’98 si emozionò per il “matador” Luis Hernández. In Corea e Giappone e in Germania non avevamo troppe speranze, ma ci siamo goduti fino all’ultimo minuto la partita contro l’Argentina nei quarti di finale, nei quali Maxi Rodríguez fece un gol favoloso che buttò fuori dal campionato i ragazzi di Ricardo Antonio La Volpe. Mia nonna diceva che non potevi far giocare degli argentini contro un allenatore argentino e si scaldava davanti alla televisione, chiedendole delle spiegazioni.

Così la ricordo: muovendo le dita nervose implorando il “diavolo panciuto” di scongiurare un contrattacco della squadra rivale o il colpo di testa su calcio d’angolo del nemico. Parlando con il televisore, litigando con i cronisti, insultando l’arbitro: “arbitro terrible”. Non le piaceva il gioco di possesso (diceva che il Barça la annoiava tantissimo) e si lamentava di tutti quei “pasesitos”[footnote]Passaggi corti.[/footnote]. Non era una tifosa facile da compiacere. Seguiva il calcio sin da quando era bambina e dopo tutto quel tempo le interessavano solo le squadre coraggiose.

Durante lo scorso mondiale, ho visto una sola partita al suo fianco. Quella che il Messico perse contro l’Uruguay a Rustenburg. Poi ho dovuto volare a Santiago del Cile, dove pian piano vedemmo la nazionale spagnola ottenere gli onori del trionfo dopo la finale contro l’Olanda. Ricordo che dopo la partita, durante una chiamata via Skype, mia nonna era emozionata: “La Spagna è campione, non ci posso credere”. Per quelli di origine iberica, che hanno sempre considerato la “Roja” come la squadra perdente, quel trionfo era un autentico incoraggiamento. «Il prossimo mondiale tocca al Messico» mi disse.

Credo non succederà mai, per quanto mia nonna possa desiderarlo all’infinito. Il Messico è molto lontano dal poter vincere un Mondiale. A dire il vero, sarà molto difficile vedere il mio primo mondiale sapendo che lei, con il suo sguardo annebbiato e il suo scarso udito, sarà nella sua terra a urlare per la sua squadra. È la cosa terribile della morte, ci ruba la voglia di guardare un mondiale solo per poter esultare ai gol dell’Argentina di fronte a tua nonna aspettando l’arrivo della sua abituale sfuriata. Che senso hanno ora i Mondiali?

Mi piace pensare che quel 22 agosto del 1986 abbiamo visto insieme il gol del secolo di Diego Armando Maradona, e che persino lei, credendo che non me ne sarei ricordato e dilettante del buon gioco com’era, applaudì quel gol, anche se non lo accetterà mai.

(Pubblicato originariamente qui.)