Campo

«Darò ai vincitori la manna nel segreto e un nome nuovo». Finché non ebbe accolto il nome designato dall’alto per suo figlio Giovanni e non lo tracciò sulla tavoletta, Zaccaria non ritrovò la parola. È Dio il battezzatore, e come sapere in realtà se il nome di Giuseppe significa la sua giustizia o ne è significato, se Lazzaro – Eleazar, colui che Dio soccorre – non ricevette il suo affinché in lui fosse pubblicata tacitamente, fin dalla nascita, la gloria dell’Altissimo?
(C. Campo, Il flauto e il tappeto)

«Francesco, ti posso chiedere una cosa?»
Mi volto verso Mino, sdraiato sul letto in canottiera e pinocchietto grigio, i dorsi delle mani sugli occhi. «Dimmi».
«Dove stiamo come si chiama?»
«Intendi il nome dell’albergo?»
«No, dico, stiamo a Bettelemme?»
Mino ha settantasette anni, è il più anziano del gruppo, cammina col bastone, indossa gli occhiali da sole dal sorgere del sole fin oltre il tramonto e non puzza di vecchio, ciò che temevo quando ho scoperto che avrei diviso la stanza con lui per una settimana. Piuttosto odora dell’odore gradevole e standard del deodorante stick che si spalma su quasi tutta la parte superiore del corpo, lucidando il linoleum senape che è diventata la sua pelle.
«A Betlemme ci stavamo ieri, questa è Gerusalemme».
«Dici?»

«Siamo stati prima a Nazareth, ieri abbiamo visto Betlemme e adesso siamo qui a Gerusalemme». Faccio uno sforzo per non sembrare condiscendente né sul punto di chiamare un medico.
«Io, dovessi dire, avrei detto che stavamo a Bettelemme. Sono sicuro».
Torno a guardare fuori dalla finestra che si affaccia sul cortile dell’hotel nel quale una signora sta spiegando a qualcuno al telefono che non fa tanto caldo quanto si aspettava.
«Questa è Gerusalemme, sono sicuro», dico, e più per cambiare discorso che per correttezza, aggiungo: «Comunque, il nome non è Francesco».
«Scusa, eh, è che penso sempre che ti chiami Francesco. Non lo so perché».
Dividiamo il bagno da quattro giorni.

Se non rispondo di me, chi è che risponderà di me? Ma se rispondo solo di me, sono ancora io?
(Talmud)

Lei dice che Dio non ha firmato la Bibbia; ma non ce n’era bisogno, visto che l’aveva scritta soltanto per parlare di se stesso.
(J. Rodolfo Wilcock, I due allegri indiani)

Tutti abbiamo uno zio prete. Il mio vicino di banco al liceo si chiamava come me e aveva uno zio prete che si chiamava come il mio (del resto, il 79% dei preti italiani si chiama Antonio[footnote]Fonte: CEI.[/footnote]). Il vostro, se non pensate di averne uno, forse è da vent’anni in missione nella Cina rurale, forse è stato il primo dei fratelli di vostra nonna a morire, sempre stato cagionevole, un attacco d’asma e il Signore se l’è preso.
Zio prete mi telefona a metà luglio per dirmi che la gita parrocchiale in Terra Santa è tra dieci giorni e c’è un posto libero, cioè un posto che, siccome la quota di trenta iscrizioni è stata superata con successo, l’Opera Romana Pellegrinaggi mette a disposizione gratuitamente. Sono l’unico che conosce con un passaporto in corso di validità e niente da fare, è il succo dell’invito. «È un peccato non approfittare».
Quando la ragazza con la coda di cavallo alla dogana dell’aeroporto Ben Gurion mi chiederà qual è il motivo della mia visita risponderò «Pellegrinaggio» con una smorfia che dovrebbe significare è praticamente un last minute, non è che abbia fatto testamento prima di partire.

Nel suo trattato sull’arte di comporre giardini, un gentiluomo inglese diede la palma a quelli italiani per la bellezza ed equità delle proporzioni, nobilmente celate nella modestia dei recinti. «Se si sia avuto cura» egli osservò «di rendere l’aspettazione un poco inferiore alla realtà, avremo il brivido supplementare della meraviglia». È in ogni campo un precetto d’oro, ma se lo capovolgessimo? «Se si abbia avuto cura di rendere la realtà un poco minore all’aspettazione…»
(C. Campo, Les sources de la Vivonne)

Ogni proposta ORP ha il carattere del pellegrinaggio. Le aspettative e i comportamenti dei partecipanti devono essere coerenti con la volontaria adesione ad una attività di culto.
(Voce Comportamento del Foglio Notizie distribuito dall’Opera Romana Pellegrinaggi)

È l’estate in cui leggo Moby Dick. Il sermone di padre Mapple su Giona mi si pianta nella testa mentre guardo dalla cima del monte Carmelo – fuori dal santuario Stella Maris dove ci siamo fermati per la messa – il porto di Haifa. «Ma tutte le cose, che Iddio vuole che noi facciamo, sono difficili per noi, ricordàtelo, ed è per questo ch’Egli più sovente comanda che non cerchi invece di persuaderci. E se ubbidiamo a Dio, noi dobbiamo disubbidire a noi stessi, ed è in questa disubbidienza che consiste la difficoltà di ubbidire a Dio».
Essendo Giona chiaramente figura di Achab, pensavo che il suo peccato fosse esattamente quello: non aver disubbidito a se stesso. Il dubbio che mi viene è che non abbia invece disubbidito a sé per ubbidire alla balena. Il problema allora diventa: cos’è la balena.
«Ma, poi, che cos’ha da dire la balena?» si chiede Ismaele circa quattrocento pagine dopo l’inizio del suo racconto «Poche volte ho trovato un essere profondo che avesse qualcosa da dire sulla terra, a meno che non fosse costretto a balbettare parole per guadagnarsi da vivere».

Eppure amo il mio tempo perché è il tempo in cui tutto vien meno ed è forse, proprio per questo, il vero tempo della fiaba. […] l’era della bellezza in fuga, della grazia e del mistero sul punto di scomparire, come le apparizioni e i segni arcani della fiaba: tutto quello che certi uomini non rinunziano mai, che tanto più li appassiona quanto più sembra perduto e dimenticato. Tutto ciò che si parte per ritrovare, sia pure a rischio della vita, come la rosa di Belinda in pieno inverno. Tutto ciò che di volta in volta si nasconde sotto spoglie più impenetrabili, nel fondo di più orridi labirinti.
(C. Campo, Parco dei cervi)

È l’estate di una canzone dei Vampire Weekend che si chiama Ya Hey (come un gioco su Yahweh o sul titolo di una canzone degli Outkast) e che è fatta apposta perché l’ascolti ripetutamente tutti i giorni che ha fatto Cristo. Mette insieme la Bibbia e i Rolling Stones, e quando dico la Bibbia intendo che il ritornello cita letteralmente il Roveto Ardente: «Through the fire and through the flames / You won’t even say your name / Only “I am that I am”» – Esodo 3, 14: «Dio disse a Mosè: “Io sono colui che sono”» – e aggiunge: «But who could ever live that way?»
Prima di arrivare a Gerusalemme da Gerico ci fermiamo sul ciglio del canyon sul fiume Qelt. Dall’altra parte, aggrappato alla parete di roccia, il monastero di San Giorgio. Intorno a noi il deserto, un paio di corvi e un uomo con un mulo al guinzaglio che insiste perché compriamo delle collane. I tubi di metallo della pergola sotto la quale ci sediamo per celebrare la quarta o quinta messa della settimana, attraversati dal vento forte, producono gli stessi suoni di un flauto, e senza il problema dell’inspirazione le note sono sostenute tanto a lungo da destare preoccupazione. Come se l’altezza vertiginosa dello strapiombo e i monaci greco-ortodossi arroccati nel monastero di fronte che ti guardano o pregano o chissà cosa non incutessero già un certo timore.
Niente ovviamente è udibile della celebrazione dal sasso su cui sono seduto. Non posso che guardarmi intorno.
Guardare il sole che cala sui chilometri di nulla rossiccio che si estendono a cinquanta metri dall’autobus che ci aspetta nell’area di sosta all’inizio del sentiero, mentre penso che devo trovare un modo per ricordarmi di pubblicare su Instagram una foto di Gerusalemme con i primi due versi della canzone («Oh, sweet thing / Zion doesn’t love you») nella didascalia.
Guardare il celebrante di turno – oggi è la volta del francescano napoletano con la passione per le magliette bianche – che spiega la Parola ai fedeli assorditi dalla pergola che suona.
Guardare i tre monaci che attraversano il fiume sul Qelt, in fondo a metri e metri di parete rocciosa, tornando alle loro celle.
Chi potrebbe vivere così? E quale chi?

Qualcosa dell’antica sensualità trascendente si salvava molto meglio in certe passioni del popolo, così velocemente dette «superstiziose»: nel suo bisogno di toccare reliquie, di premere la bocca su immagini e statue, di trascinarsi carponi sui pavimenti dei santuari (nulla di diverso fece l’emoroissa che strisciò come un verme tra la folla fino a quella tunica contesta in un solo pezzo), di offrire alla divinità qualcosa del proprio corpo, le trecce recise per esempio.
(C. Campo, Sensi soprannaturali)

L’uomo è un animale sociale che se gli dài una mano si prende tutto il braccio. Il gruppo parrocchiale col quale sono partito è composto per lo più da donne tra i cinquanta e i sessant’anni che toccano con un viaggio lontane dai mariti (accompagnate da sei preti e tre suore) il culmine della rivoluzione sessuale. Taggano i figli nelle foto davanti alle reliquie (l’impatto devastante di Facebook su questa generazione di madri e mogli mi fa pensare a Proust elettrizzato e sconvolto dalla scoperta che con l’auto poteva fare la strada dei Guermantes, quella di Swann e tornare a casa in tempo per il tè), si lasciano affascinare dalla nostra guida turistico-spirituale Don Giovanni [questo nome non è stato cambiato, nda] progettando per l’anno successivo un pellegrinaggio da sole con lui, questo sacerdote alto, calvo, dalla mascella perfettamente disegnata, esperto del mondo e delle Scritture, che offre a Dio il sacrificio della vita nomade e delle punture di insulina, quattro al giorno.
Si parla dei movimenti intestinali come succede sempre quando si varcano i confini dello Stato. Si parla male degli altri come succede sempre. Si parla male dei preti quando ripetono sempre le stesse cose. Si parla, ma è un caso isolato, di quanto è bravo Totò Cuffaro.
Quasi nessuno sa che non vado a messa da più di dieci anni, da quando cioè smisi di chiedermi se Dio esistesse o no – perché non mi interessava la risposta. Nessuno sembra accorgersi che, anche all’ottava e ultima messa dell’ottavo e ultimo giorno, mi siedo in fondo e aspetto. Non che possa imputare tanta discrezione alle regole della buona educazione, se queste sono le stesse persone che davanti al nostro autista musulmano parlano dell’arretratezza della religione islamica o indicano le parrucche di ogni singola ebrea ortodossa.
Il fatto è che spesso chiedere significa imbarcarsi in un racconto di sofferenze piccole e grandi che sono il vero fondamento teologico del pellegrinaggio. C’è la madre che ha visto il figlio appena decenne morire di cancro, la figlia che ha perso la madre e il padre nel giro di pochi mesi l’una dall’altro, quella che ha lasciato il lavoro per accudire la madre vecchissima nell’eterna speranza di trovare una badante di cui ci si possa fidare, quella che ha avuto sette figli e adesso è ora che si prenda del tempo per lei.
Chi non ha storie da raccontare – a bassa voce sull’autobus senza mettersi a piangere – raccoglie quelle degli altri e le tramanda a cena, nelle stanze dell’albergo, in coda alla cassa del negozio di souvenir. Diventano la croce collettiva del gruppo Terra Santa – agosto 2013, distribuite in piccolo, da appendere al collo con una catenina d’oro. Simboli.
Maria Grazia, che per tutta la durata del viaggio non farà che lamentarsi del marito troppo pigro per accompagnarla e mostrare foto delle sue nipotine, nella grotta di Betlemme invece di inchinarsi di fronte alla stella che segna il punto in cui nacque il Signore, si inginocchia davanti a una cisterna di marmo vuota, la mangiatoia, e piange a dirotto.

Figura 1. Ogni volta che ci spostiamo in autobus da una città all’altra un sms mi dà il benvenuto alternativamente in Palestina o in Israele, spesso più volte durante lo stesso tragitto. Diretti a un punto lungo il Giordano in cui rinnoveremo le promesse battesimali, attraversiamo, lasciando l’autostrada, due campi minati. L’autobus parcheggia accanto a una camionetta dell’ONU, due soldati vedono scendere e incamminarsi verso le gradinate sulla sponda del fiume sessanta italiani di mezza età, sotto il sole delle due del pomeriggio. Il telefono mi dà il benvenuto in Giordania.

Figura 2. Attraccato a un molo nascosto tra le palme cariche di datteri, ci aspetta il traghetto con cui dobbiamo attraversare il lago di Tiberiade, verso un kibbutz dove mangeremo il pesce San Pietro. A metà della crociera ci fermiamo perché Don Giovanni leggerà alcuni passi del Vangelo. L’acqua è calma, il Monte delle Beatitudini è dietro di noi, davanti le alture del Golan hanno lo stesso colore di certe spiagge del litorale laziale. «Prima di iniziare», dice Don Giovanni al microfono, «l’equipaggio della nave vuole farci un omaggio». E parte l’Inno d’Italia.

Così, nella poesia, la figura preesiste all’idea da colarvi dentro. Per anni essa può seguire un poeta, domestica e favolosa, familiare e inquietante, spesso un’immagine della prima infanzia, il nome strano di un albero, l’insistenza di un gesto. Essa aspetta con pazienza che la rivelazione la colmi.
(C. Campo, Parco dei cervi)

La parola semplice ha finito per ricoprire qualunque cosa, compreso tutto il campo semantico della parola umile, entrambe rendendosi inservibili. Eppure l’idea che l’umiltà sia una virtù ha fatto cadere un impero, ci ha obbligato a lasciare il latino per il volgare, ha fatto costruire porte piccolissime agli architetti della basilica della Natività. Per entrare in uno spazio enorme bisogna chinare la testa. Per entrare nello spazio piccolo, la grotta, contenuto in quello enorme, bisogna farlo di nuovo.
Alla piazza antistante il Santo Sepolcro si accede da due porticine laterali facendosi largo tra i gruppi di turisti coi nomi delle navi da crociera stampigliati sui cappelli. L’edicola all’interno della basilica è sorvegliata da severissimi monaci greco-ortodossi. All’interno è divisa in due parti (la cappella dell’Angelo e il Sepolcro vero e proprio), quindi per arrivare al cospetto del sarcofago bisogna passare quasi al buio per due soglie strettissime nel timore che un uomo alto e barbuto in tunica nera ti sgridi perché ti stai trattenendo troppo.
Dentro alle mura della città vecchia, dentro un quartiere affollato, dentro una basilica cadente, dentro un’edicola con dentro una cappella c’è un sepolcro, e dentro il sepolcro non c’è niente.
Mentre ero in fila per entrare, una ragazza in hijab rosa mi ha chiesto «Is this where Jesus was supposed to be born?»

Non è che non accetti Dio, Alёša: gli rendo rispettosamente il biglietto.
(F. Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

Ho visto piangere zio prete svariate volte. È di quelli che si commuovono ai funerali che celebrano. Siamo all’ultimo giorno del pellegrinaggio, siamo alla messa finale, lui sta leggendo il Vangelo di Luca e piange. L’episodio è quello dei discepoli che incontrano Gesù sulla via per Emmaus, e in effetti è magnifico – un racconto perfetto, un Tolstoj in stato di grazia.
Siamo qui riuniti tra le rovine di una basilica crociata eretta sul punto identificato dalla tradizione (ma se ne individuano in realtà altri due possibili) come quello del passo in questione (noi abbiamo scelto il punto strategicamente segnato sulla strada per l’aeroporto, oltre che per Emmaus).
Gli occhi dei due discepoli sono incapaci di riconoscere il Maestro appena risorto che cammina al loro fianco, anzi gli dicono sinceramente che avevano tutt’altre aspettative riguardo a questa “morte” e “resurrezione”. Lui li redarguisce in un versetto di limpidezza glaciale, estrema sprezzatura («Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?»), e spiega loro «cominciando da Mosè» tutte le Scritture che parlano di lui. Ma niente, questi non vogliono capire. (O forse capiscono benissimo. Dopotutto gli chiedono – è la scena archetipa del 90% delle short stories, il momento in cui si trova tutto Cattedrale di Carver – di restare con loro «perché si fa sera e il giorno volge al declino»).
È davanti al pane spezzato che la rivelazione colma la figura, i discepoli aprono gli occhi e insieme lui, davanti ai loro occhi, svanisce.
«Come destarsi una mattina», direbbe Cristina Campo, «e sapere una lingua nuova. E i segni, visti e rivisti, diventano parole». Ma chi potrebbe vivere così?