Memorie di Verpiana

Quando ero bambino il mio migliore amico era un altro bambino di nome Joe. Ci dobbiamo essere incontrati quando avevamo quattro o cinque anni e da quel momento abbiamo passato insieme la maggior parte dei fine settimana. Grazie a questo indistruttibile legame, i genitori di Joe fecero presto amicizia con i miei. Erano entrambi artisti – suo padre uno scultore e sua madre una ceramista – ed entrambi avevano successo nelle loro rispettive carriere. La mia famiglia e la sua andavano spesso al cinema o cenavamo insieme nei fine settimana, e poi uno di noi dormiva a casa dell’altro (Joe e io ci siamo incontrati prima della nascita di mio fratello Alex, ma quando lui fu grande abbastanza da saper camminare il nostro duo diventò un trio). Joe e i suoi genitori vivevano in una grande casa all’angolo di una strada principale. Si estendeva su tre piani e c’era un edificio separato che fungeva da laboratorio per sua madre. C’era anche un ampio giardino dove Joe e io trascorrevamo giornate intere facendo ciò che molto probabilmente era in realtà un bel niente.

Nell’angolo più remoto del giardino, sotto un gigantesco pero, c’era una costruzione a due piani fatta di impalcature e assi di legno, dalla cui cima si poteva vedere la strada, oltre la staccionata. Un giorno appoggiamo un tubo di scolo sull’impalcatura spingendolo oltre la staccionata e versammo acqua su ignari passanti. Quando un uomo di mezza età particolarmente irritato ci chiese cosa stavamo facendo, Joe gli disse che stavamo innaffiando il marciapiede. In un’altra occasione, passammo il pomeriggio a tirare pere marce in strada: fu divertente fino a quando la polizia venne a bussare alla porta.
Forse per evitare ulteriori scontri con la legge, il papà di Joe usò le stesse impalcature e assi di legno per costruire un biplano a grandezza naturale in cortile. Nel suo laboratorio nello scantinato, ci costruiva spade giocattolo in legno. Ci preparò anche un paio di walkie-talkie, dotati di un’antenna fatta di cavo di plastica e con una rotella girevole. È difficile immaginare quanto divertimento potesse derivare da quelli che erano essenzialmente due pezzi di legno dipinti di nero, ma in qualche modo Joe e io riuscivamo a divertirci per ore. Il papà di Joe aveva viaggiato per gli stati dell’ovest e gli aveva portato a casa diversi artefatti nativo-americani interessanti che decoravano la camera di Joe. Aveva perfino un wigwam lì fuori in cortile, ma non aveva mai osato dormirci di notte. Non so quanti giorni e notti passai in quella casa, ma riesco ancora a ricordare ogni singolo dettaglio: la consistenza spugnosa della tappezzeria del divano di Joe e il motivo paisley inciso sulle posate di famiglia.

Quando avevo circa dieci anni, i genitori di Joe misero in vendita la loro casa e traslocarono in un’altra città a circa quaranta minuti di distanza. La nuova casa era decisamente più piccola, ma con i soldi che avevano ricavato dalla vendita riuscirono a comprare un rustico nel nord della Toscana. Il papà di Joe voleva poter aver accesso alla pietra di Carrara, una città nota in tutto il mondo per il suo marmo. Mi ricordo che andarono lì quell’estate per lavorare sulla casa (che dalle fotografie che avevo visto aveva bisogno di qualche intervento). Avevamo già cominciato a fare lunghe vacanze in Italia e l’anno successivo avemmo la possibilità di passare una o due settimane con loro, e fu così ogni estate per i cinque anni successivi.

La casa era situata in un’area della Toscana chiamata Lunigiana, in provincia di Massa, ma ci voleva poco per attraversare il confine con la Liguria e arrivare a La Spezia. Le targhe delle macchine infatti si dividevano equamente in MS e SP. Prendendo l’uscita Aulla dell’A15, c’era un breve tratto di strada per arrivare a una piccola città di nome Serricciolo. Da lì, percorrevamo una tortuosa strada sul fianco della collina fino al minuscolo paesino di Verpiana, dove giravamo a sinistra all’altezza di un granaio fatto di grandi mattoni e poi da lì in un cortile polveroso. L’area era disseminata di pezzi semi abbandonati di attrezzi agricoli, le galline chiocciavano tra il fieno e i ciottoli, e un gatto dormiva sotto le ruote di una Fiat già antiquata. La casa era al primo piano: sotto c’erano tre archi antichi sotto ai quali era parcheggiata la Citroën dei genitori di Joe. Per arrivare lì sopra bisognava salire per una scalinata di pietra semi coperta con un traballante corrimano di metallo, che ti portava su una spaziosa terrazza. La casa vera e propria era estremamente spaziosa, c’erano diverse camere, alcune delle quali erano accessibili solamente dalla terrazza. Gli altri dettagli erano come avresti potuto immaginarli: pavimenti di terracotta, muri intonacati, scuri di legno dipinto, e uno scadente impianto elettrico.

Sotto la casa si estendeva un labirinto di cantine e stanze che erano palesemente rimaste inabitate per decenni, se non secoli. Ricordo che un giorno Joe e io entrammo in una porta segreta dietro gli archi dove parcheggiavamo le macchine. Se avessimo esplorato oltre ci saremmo probabilmente imbattuti in qualcuno che pranzava: sembrava proprio che ogni casa di quel villaggio fosse collegata, come se gli edifici si fossero espansi organicamente da un punto centrale. Una lunga galleria bianco – più nello stile della costiera Amalfitana o di un’isola greca – si estendeva fuori dal cortile e conduceva a un’altra strada. Al suo interno c’erano molte altre case. Ogni tanto incontravamo altri bambini, ma i nostri tentativi di fare amicizia non avevano molto successo. Non erano come gli altri giovani italiani che avevamo conosciuto fino ad allora. All’altro capo della galleria c’era un alimentari, un piccolo supermercato, il solito posto con le tende a fili alla porta e in cui la proprietaria ha ai piedi un paio di ciabatte. Era abbastanza comodo per comprare del latte o un pacco di pasta, ma per trovare un vero supermercato bisognava guidare fino alla città vicina, Serricciolo.

A Serricciolo, vicino alle rotaie del treno, c’era anche un bar dove ci fermavamo spesso per prendere un caffè la mattina o qualcosa di fresco dopo la spiaggia. Joe e io passavamo il tempo a giocare a un video game di calcio che costava 20 lire. Oltre al supermercato Sidis di cui ho già parlato, Serricciolo vantava anche un fioraio, un giornalaio, un negozio di vestiti da sposa, e una ferramenta che vendeva anche cose carine per la casa. Eppure il contributo più importante di Serricciolo alla lista di amenità locali era la sua pizzeria. Era un posto che aveva tutto ciò che puoi volere da una pizzeria e niente di più: tovaglie di plastica, nessun cenno di atmosfera, e una piramide di profiterole al cioccolato che ruotavano dietro la porta trasparente del frigorifero. La pizza era così sottile da essere quasi trasparente e il suo diametro così grande che non capivo perché si preoccupavano anche di metterla su un piatto. Essendo sempre stato un purista in fatto di pizza, non mi discostavo mai dalla margherita. La mozzarella si scioglieva rapidamente nel pomodoro formando una deliziosa salsa del colore di una scottatura. Divoravo l’intera pizza in circa dieci minuti.

A volta, dopo cena, guidavamo oltre la pizzeria, fino a Fivizzano. Anche questa bella città in cima alla collina era stata danneggiata durante la guerra ed era a rischio terremoti, ma la sua piazza principale, Piazza Medicea, era rimasta intatta. Lì ordinavamo un gelato al bar e lo mangiavamo vicino alla fontana (commissionata da Cosimo III de’ Medici), caratteristica per i numerosi pesci scolpiti dalle cui bocche fuoriuscivano getti d’acqua. Amavo l’energia di quelle notti estive e il fatto che le famiglie uscissero insieme dopo mezzanotte, i bambini correvano nel buio, illuminati solamente da ronzanti lampioni fluorescenti.

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Sulla strada per Fivizzano c’era una piscina con un grande scivolo d’acqua e alti trampolini. Era sempre tenuta in ombra da una foresta di pini. Ricordo che un giorno un’ape riuscì a pungermi sotto l’orologio. La folta zazzera bionda di Alex (un “tetto di paglia” come lo definiva mia madre) attirava sempre l’attenzione degli italiani. Questo succedeva particolarmente in piscina, dove Alex stupiva velocemente gli adolescenti locali non mostrando alcuna esitazione nel saltare in acqua dalla cima del trampolino.

Oltre Serricciolo si trova Aulla, una città mercato di media grandezza il cui antico centro era stato distrutto dai bombardamenti anglo-americani nel 1943. La città moderna che era spuntata al suo posto era un mucchio di cemento e marmo, ed era decisamente brutta. Aulla ospitava un animato mercato dove andavamo a cercare e comprare padelle economiche, infradito e gadget calcistici non ufficiali. C’era anche i soliti negozi: Benetton, Stefanel, e un negozio senza fronzoli dove ho comprato la mia maglietta 1990-91 del Milan. Ho anche una mia fotografia mentre sono di fronte al negozio accanto a un cartonato a grandezza naturale di Franco Baresi. Un giorno notammo i poster giganti dei giocatori di calcio (Baggio, Gullit, eccetera) in mostra al supermercato. La cassiera ci spiegò che potevano essere nostri conservando le confezioni dei pacchi da 12 pezzi di Kinder Brioche. Quindi per diversi giorni Joe, Alex, e io mangiammo più dolcetti ripieni di marmellata di albicocca di quanto non siano salutare, ma fu abbastanza per guadagnarci un poster ciascuno. (Il mio, un 22enne Paolo Maldini, è ancora appeso a una parete del mio appartamento.)

Quando non visitavamo altre città o facevamo scorta di provviste, passavamo immancabilmente la giornata al mare. Un luogo che amavo visitare era Portovenere, un’affollata città di pescatori costruita tra le scogliere; il modo migliore per raggiungerla era in barca dall’elegante porto di Lerici. Non c’era spiaggia, solo una lunga schiera di massi che scendevano in acqua formando degli scalini. Quando una barca scorazzava per la baia il mare si infrangeva sulle rocce. Joe e io eravamo soliti fare snorkelling attorno alle barche a remi legate, cercando invano di afferrare i pesciolini sfreccianti. Raccoglievamo anche frammenti rotti di vecchi vasi di ceramica, che portavamo a casa e usavamo per comporre un mosaico sul pavimento di casa. Nel tardo pomeriggio, ci incamminavamo verso la chiesa gotica di San Pietro che offriva una bella brezza e spettacolari vedute sul Mediterraneo. Mio papà indicava sempre la grotta chiamata in onore di Lord Byron e ci raccontava di come il poeta aveva attraversato a nuoto la baia per andare a trovare Shelley a Lerici. Ci diceva anche che Shelley era poi morto in un incidente in barca proprio al largo di quello stesso tratto di costa.

C’erano delle spiagge a Sarzana e San Terenzo, ma erano un po’ strette quindi di solito andavamo a Marinella. Parcheggiavamo di fronte a un distributore Agip, lungo una strada con filari di pini, e restavamo lì per il resto della giornata, a volte fino al crepuscolo. Diversamente dalla rocciosa costa ligure, Marinella era una classica spiaggia italiana, piena di famiglie multi generazionali riunite sotto gli ombrelli e di ragazzi che passavano il pomeriggio a prendere il sole o a giocare a pallavolo. Spesso correvo a prendere un gelato o dei bomboloni alla crema in un piccolo chiosco. Di solito ci preparavamo dei panini e poi mi assopivo sull’asciugamano. Nel mio dormiveglia sentivo la voce dell’uomo che portava un grande frigorifero pieno di cocco. «Cocco! Cocco bello!» sembrava cantare, più forte a mano a mano che si avvicinava per poi allontanarsi nuovamente, perdendosi tra il calmante mormorio del chiacchiericcio incomprensibile e il dolce infrangersi delle onde.

La vita a Verpiana ruotava intorno alla terrazza. I genitori di Joe l’avevano abbellita con diversi vasi di piante, sedie “safari” e sedie in legno pieghevoli. C’era un grande tavolo – o meglio, un grande piano e due cavalletti – per mangiare. Faceva troppo caldo per pranzare all’aperto, ma quando il sole si spostava la terrazza diventava un posto delizioso dove sedersi prima di cena. Oltre il cortile e la corda stendibiancheria di un vicino era visibile una spettacolare catena di montagne che si tingevano di rosa ogni sera mentre il sole scendeva. Ho spesso voluto credere che la cima centrale fosse la montagna ritratta nel logo della Paramount Pictures. (Anni più tardi la montagna a cui pensavo mi fu indicata in Piemonte.) La sera appendevamo gli asciugamani da spiaggia al muro perché si asciugassero e giocavamo a calcio con una di quelle piccole palle di plastica che vendono sulle spiagge (uno degli obiettivi era la ringhiera affusolata in cima alle scale: voleva dire che ogni volta che un tiro andava in quella direzione qualcuno doveva rincorrere la palla e fermarla prima che rimbalzasse in una vecchia cantina o si forasse sotto un trattore arrugginito). In qualche raro pomeriggio, quando Verpiana veniva colpita da un breve ma intenso temporale, mi rintanavo in casa e passavo il pomeriggio a leggere o disegnare. Non c’era la televisione e l’unico posto dove si poteva ascoltare musica era la macchina, quindi ci sfidavamo in epiche partite di ping-pong o tornei di Subbuteo, per i quali mi ricordo di aver creato dei tabelloni pubblicitari di carta con l’incarto delle gomme da masticare Brooklyn.

Non vedevo l’ora che arrivasse la sera. Ricordo ancora la meravigliosa sensazione di stare in cucina sotto la luce chiara di una singola lampadina, mentre guardavo la pasta cadere in una grande pentola di acqua bollente. Rinfrescati dalla doccia, abbronzati dalla giornata in spiaggia, una maglietta pulita addosso, affamati per non aver mangiato niente dall’ora di pranzo, l’anticipazione di un’altra cena divertente sulla terrazza era incredibile. Anche se c’erano un paio di lampade fuori, il tavolo era abbellito da candelabri di ceramica realizzati dalla mamma di Joe tra i quali Joe e io cercavamo di costruire ponti di cera a mano a mano che le candele bruciavano nel corso della serata. Nel totale silenzio di mezzanotte, riuscivamo a distinguere alcuni pipistrelli volteggiare intorno al granaio e vedevamo le costellazioni proprio sopra le nostre teste. Ed era in quel momento che mio papà cominciava a dire frasi un po’ sinistre come: «Non mi troverebbero mai qui».

Uno dei vicini di casa era un vecchio veterano di guerra di nome Guido. Ci salutava sempre e ogni tanto ci portava una bottiglia del suo vino la cui unica definizione può essere “rustico”. Mio papà era quello che parlava italiano meglio e a volte chiacchierava con l’anziano, fumando una sigaretta. Quando mio papà gli disse del percorso che avevamo fatto per arrivare lì, Guido aprì gli occhi, aveva riconosciuto qualcosa. «Ah sì, la Germania» disse, come se stesse richiamando alla mente un vago ricordo. «Mangiano molte patate da quelle parti, no?»

Ogni tanto mi domandavo che cosa pensassero di noi Guido e sua moglie, una tipica casalinga di campagna che non si toglieva mai il grembiule. Sono sicuro che fossero a dir poco sconcertati dal motivo per cui un gruppo di stranieri volesse passare l’estate in una zona d’Italia che nessun italiano avrebbe motivo di visitare. Anche quando ero bambino, c’era qualcosa di imbarazzante a riguardo. Oltre al divertimento, provavo disagio a essere a Verpiana per due settimane di sole mentre chiunque intorno a noi doveva stare lì tutto l’anno, anno dopo anno, e probabilmente non era stato in nessun altro posto per molto tempo. Questa sensazione era esasperata dagli ospiti dei genitori di Joe, le cui visite ogni tanto si sovrapponevano alle nostre. Erano persone gentili ovviamente e la loro presenza faceva sembrare la casa una struttura attrezzata per fare vivere a inglesi di ceto medio una specie di versione idealizzata dello stile di vita rustico toscano. Nessun altro luogo avrebbe potuto essere così distante dalle celebrate destinazioni turistiche italiane. Verpiana, Serricciolo e Aulla erano sconosciute, posti non alla moda dove vivevano persone vere, ma hanno a che fare con il mio amore per l’Italia tanto quanto Roma o Venezia o Firenze.

Il nostro rapporto con Joe e la sua famiglia finì bruscamente, ma non starò qui a parlarne perché molti dettagli mi sono ancora poco chiari. Non vedo Joe dal Natale del 1994, ma so che è sposato e ha un bambino. Suo papà è morto qualche anno fa, ma sua mamma lavora ancora e per quanto ne so ogni tanto visita la casa di Verpiana. Circa sei anni fa, mentre vivevo in Italia, la mia fidanzata (ora moglie) cominciò a prendere lezioni di canto da una cantante d’opera in pensione, a Carrara. Un sabato di inizio estate presi il treno da Firenze insieme a lei. Mentre era a lezione vagai per la città. C’ero già stato una volta e mi ricordavo che il marmo aveva reso bianca l’acqua del fiume. Era una giornata tiepida quindi dopo pranzo salimmo sull’autobus per Marinella. Camminammo oltre i pini, ci togliemmo le scarpe e proseguimmo sulla sabbia. Erano passati molti anni, ci trovavamo al capo opposto della spiaggia, ma la vista delle colline era la stessa da qualsiasi distanza. Osservando la costa, potevo proprio immaginare il cartello giallo della stazione Agip spuntare tra la foschia come un miraggio a diverse centinaia di metri di distanza. Poi, attraverso l’ipnotizzante suono del mare, sentii la sua voce, debole dapprima, poi sempre più forte: «Cocco! Cocco bello!». Aveva appena cantato e la voce cominciò a svanire nuovamente. E poi era sparita.