A noi, questi ultimi sei anni, è aumentato il fatturato

Io dunque, sono ventidue anni. Ventidue anni finiti il sette di febbraio. Ancora me lo ricordo, anche perché come fai a scordartelo. La sera prima aveva grandinato e avevo deciso di andare al bar tutto il pomeriggio. Nella saletta coi pensionati. Ancora si fumava forte, e ancora c’erano le Charms, le Cinzie, le Rossane. Giocavano un pomeriggio intero per una manciata di caramelle. Io sono andato al bar, a questo punto era il sei febbraio e era dentro la settimana. Adesso, questa cosa me la sono dimenticata, non so bene se era martedì o mercoledì, ma tanto tu basta che vai con quell’aggeggio scrivi il numero e ti dice pure se c’era la luna piena. Sbaglio?

Sono stato tutto il pomeriggio a guardarli giocare e sono uscito un attimo a guardare il sole che spariva e ho detto Questo è l’ultimo tramonto al bar.
Non ho sbagliato. Poi sono rientrato ho fatto un mezzo Averna, ho visto un paio di chiusure al tavolino e ho ripreso la macchina.

Già c’avevo questa specie di pensiero che mi brucava qui sulla tempia. Vedrai adesso, vedrai adesso. E non sbagliavo. Io non ho sbagliato. Lo sapevo prima di cominciare. Invece c’è gente che arriva all’acqua di rose e poi va via di capoccia. Io invece lo sapevo.

La crisi? Tutti con la crisi. Vuoi che sono sincero? Vuoi la verità? A noi c’è aumentato il lavoro. A noi, questi ultimi sei anni, è aumentato il fatturato. Sì, qualcosina abbiamo sentito quest’ultimo anno, non abbiamo riconfermato un paio di part time a scadenza, non abbiamo preso nessun altro e uno è andato in pensione.
In più m’ha detto Lazzari, uno che sta agli uffici, che abbiamo rifiutato diverse commesse che tanto da alcuni ancora c’avanziamo i soldi. A un cliente che negli anni novanta era culo e camicia, per farti capire, per spiegarti meglio, gli abbiamo tenuta ferma la roba sui tir al porto per sette settimane. Cioè, mi spiego?
Buono il prosciutto. Complimenti.

Ma non significa niente, no? Noi la crisi non la sentiamo. Noi lavoriamo con l’estero. Molto estero se devo essere sincero. Dunque, per farti capire, noi lavoriamo con l’Europa ma anche col Nord Africa e il Sud America.
Se tu vai con quell’aggeggio che c’ha tuo figlio sul sito vedi tutto quello che facciamo e vedi anche i grandi articoli che hanno fatto e le pagine sulle riviste. La prima volta vennero a portare la rivista durante il turno.
La potevi riportare, dice lei. Hai ragione. Ho sbagliato, mangio le mani, che devo fare. Si vedevano in primo piano le parti del telaio che facevamo noi, al mio reparto. Sono soddisfazioni, sinceramente, perché vedi il tuo lavoro realizzato, e che funziona bene.

Per dirti, senti questa. Dunque, che cos’era?
Cosa? La pubblicità in tv?
Sì.
Agosto.
Lo so che era estate.
Agosto, 1992.
Agosto, 1992, brava, quasi quasi ti sposo. Senti qua, non ridere, senti.
Senti questa.
Lo dice anche lei, questa è bella, ascolta.
Dunque. Estate 1992. Eravamo in ferie. Ai tempi chiudevamo il mese di Agosto e ci avevano detto che c’era il progetto di realizzare una pubblicità in televisione. Mi spiego? Però mica c’avevano detto altro. Io in ferie, capirai, manco ci pensavo lontanamente. Allora una sera abbiamo invitato a cena suo cugino. Stavamo ancora al melone e prosciutto, che quello, scusate la sincerità, io sono sincero e le cose le dico per dritto, quello non sembrava manco prosciutto in confronto a questo.
Ma come ti ricorderai del prosciutto del 1992, sei buffo.
Grazia, che ti devo fare, questo è spettacolare. Complimenti.
Dai finisci la storia che sennò non arriviamo al secondo.
Pure il secondo hanno fatto?
Due.
Due secondi? Ma voi siete matti ragazzi. Qui cominciamo ad avere una certa età. Ridi? Eh, ridi un po’. Dunque. Cosa dicevo? Ah, sì. Eravamo al prosciutto e melone con suo cugino a tavola e a un certo punto sono passati dalle spiagge, dalla musica, alla pubblicità. Tempo due secondi BUUUM: il telaio che avevo fatto io. Uguale. Ho cominciato a dire Guarda un po’ guarda un po’ guarda un po’. Ti ricordi? Vedi come ride la Grazia, si ricorda sì.
Vedo il telaio, e faccio girare anche lei e suo cugino che stavano lì a tavola e dopo qualche parola, compare la scritta con il simbolo dell’azienda. Sono rimasto inchiodato. Era il mio telaio, capisci? Era la nostra pubblicità.
Eh, immagino.
No, aspetta, non è finita. Fattela raccontare tutta.
Ascolta questa. Vedo il marchio dell’azienda, il telaio e mi viene da dire, scusate, non v’offendete per carità ma io sono uno sincero e le cose le dico di getto e quindi la racconto per come è andata. Tu sei maggiorenne? Ah, bene. Scusate ancora ma ve la racconto bene sennò non fa ridere. Che succede dunque dopo che vedo il marchio. Lei si gira e mi fa Massimo, hai visto? Io ero talmente emozionato che mi sono dimenticato completamente che c’era Sergio, il cugino, che tra parentesi è pure prete e ho detto un bel porcamadonna.

Che devo fare, ragazzi. M’è uscito. Ma tu ancora ridi? Andiamo bene. Io allora ti prendo un altro coscetto di pollo. Signora, io sono uno sincero: un pollo così è una favola. Questo scrive.
Scrive?
È un modo di dire. È buonissimo, si sente proprio il gusto.

E insomma, ecco. Poi le pubblicità le hanno continuate a fare in televisione per un altro paio d’anni, fino al 94. Da quel momento basta, solo riviste, giornali. Costa tanto la tv, una cifra astronomica.
Per dirne un’altra. Tu lo sai dov’è Tibilisi? La Grazia non lo sa. Cioè, adesso sì, perché gliel’ho detto ma forse s’è già dimenticata. Che hai detto ragazzo?
Armenia?
No.
C’abbiamo fatto le qualificazioni per gli Europei. L’Italia, dico. È nell’est Europa.
Si ma dove?
Non mi ricordo.
È in Georgia. È la capitale della Georgia.
Ah, è vero.
Abbiamo vinto una gara e adesso c’abbiamo una commessa grossa da quelle parti, per i palazzi governativi. Voglio dire, capisci da solo, la crisi non esiste. Cioè, per noi. Io vedo tutti che cadono come le mosche a inizio ottobre, e mi sembra incredibile, perché noi puntiamo sulla grande qualità. Facciamo la differenza. Capisci?