Places where spring happens

by Lucia Brandoli Bousquet

No, qui non siamo ad Harlem.
Ti piace passare il tempo a guardare su Google Maps cosa si trova ai bordi delle strade. Una volta, percorrendo a grandi falcate di mouse la Casilina ti è parso, per esempio, di vedere un fagotto sulla sinistra. L’avevi già superato di almeno due click quando sei tornato indietro a cercarlo. A quanto pare era solo un cespuglio. Tu però avevi continuato ad avere il dubbio che fosse un fagotto quello lì, sul ciglio della strada, nello spartitraffico della Casilina. E hai continuato a pensarci, finché non sei dovuto andare a controllare. Sapevi che non aveva alcun senso, che chissà quand’erano state scattate quelle foto, ma qualcosa dentro di te voleva che uscissi ed andassi in quel posto a controllare. Mi avevi detto proprio così, a controllare.

Non siamo mica ad Harlem, qui.

Tu e il papà eravate andati a pesca in un canale del Mincio, a valle dei laghi che si mangiano Mantova.

Eravate sui lastroni di cemento armato a strapiombo nel fango, ma ti piaceva. Eri piccolo. Quel giorno nostro padre aveva preso un luccio: era stata l’unica volta e quando guardava il cestino lercio con dentro quel pesce gli brillavano gli occhi. Tu avevi due cavedani ed eri soddisfatto lo stesso. Insieme poi avevate tirato su alcune scardole e un sacco di quei pescetti inutili che chiamavate orologi – persici sole, ho scoperto. Davvero, non finivano più. Avevate venduto tutto a tipo con un furgone ambulante sulla provinciale. Tutto tranne il luccio – che il papà voleva portare a casa da far vedere – e gli orologi, che sanno di fango e nessuno se li sarebbe presi. Sapevate già che la mamma avrebbe brontolato, ma alla fine li avrebbe puliti lo stesso. Avremmo cenato tutti insieme anche quella domenica.
Allora avete imboccato l’A22 verso casa, attraversando i campi. Il buio sarà stato impunturato dal riflesso dei guardrail, prima che si arrugginissero e dessero quell’aria caratteristica all’autostrada – acciaio Cor-Ten, ho scoperto. Il cielo era scuro e dal lunotto anteriore si vedevano benissimo le stelle sopra all’orizzonte e voi due sfrecciavate sull’Alfa, tutto quello che era rimasto a nostro padre dopo il fallimento: una vecchia berlina che puzzava di pesce, ma di un bel blu.
Le sigarette d’inverno bruciavano in fretta. «Vedrai come sarà contenta la mamma» dice papà. Guardi preoccupato il suo profilo, illuminato a intermittenza dai fari delle macchine. Il susseguirsi di luce e ombra sembra inghiottirlo e risputarlo, ogni volta incurante. Ti hanno sempre spaventato i lampioni gialli che perforano la notte di certe città. L’unica cosa che ti teneva a galla e ti faceva sentire al sicuro, in quei momenti, erano le mani di nostro padre sul volante che ci riportavano a casa la notte, l’attenzione tra i suoi occhi e le righe bianche della strada.
L’unica volta che mi aveva detto che era fiero di me era stata dopo un saggio di pianoforte. Eravamo tornati a casa dalla sala polivalente e io, ancora nel vestito di velluto verde che avevo scelto per lo spettacolo, mi ero rimessa di nuovo a suonare. Lo stesso pezzo, identico, come avevo fatto tante altre volte. Lui si era avvicinato nella luce della sera estiva che cominciava a indorarsi e mi aveva detto: «Bianca, sono orgoglioso di te.» Allora io avevo smesso.

No, qui non siamo ad Harlem, Peter, noi non siamo ad Harlem.

Ti hanno menato, in mezzo allo spartitraffico della Casilina. Quello che avevi visto su Google. E so perché ti hanno menato, anche se non me l’hai mai detto.

*

Fuori dalla camera ardente splende il sole, come se nulla fosse accaduto. Bagna ogni superfice gli capiti a tiro, precipitando sull’asfalto del cortile interno all’ospedale.
È un antico ospedale in centro, il più vecchio della città, ci finiscono a morire gli anziani o gli improvvisati, come in questo caso.
Sono tutti lì dentro, raccolti attorno alla bara aperta, e se fai uno sforzo, per un istante, puoi davvero immaginarti che non sia successo niente, che le cose non siano cambiate, la nostra esistenza stravolta. La mamma se ne sta ferma in mezzo alla porta d’ingresso, voltata verso l’esterno come se non ci fosse più niente da vedere, in assoluto, non solo lì dentro, ma in tutto il mondo.
C’è un’umanità varia, compita. Nessuno che faccia chiasso, come succede in certi casi, nessuna risata pacchiana che ci ricordi che la vita va avanti, che scorre sottile e tenace sotto tutto questo. Vorrei che piovesse, vorrei che piovesse e basta, ma invece c’è questo sole fantastico.
Alex traffica con la cerniera dello zaino. Lo guardo e penso che mi ricorda qualche mio ex, di cui non ricordo il nome. Capoverdiano, forse. Aveva fatto l’architetto prima di diventare medico, dimostrando che ad alcune latitudini si può ancora cambiare idea. Un giorno mi aveva parlato del suo talismano. Lo teneva sul comodino. Era un catalogo stampato in bianco e nero con le descrizioni del mantello degli animali, in particolare degli uccelli. Un libro di elenchi, di colori. Didascalie sotto alle immagini mute e in scala di grigio. Cinzenta, diceva lui.
Mi hanno spiegato che è una malattia rarissima tra gli esseri umani quella che hai. Una malattia che trasmettono solo alcune razze di roditori. Mi chiedo come tu te la sia presa.

Una volta rientrati in casa, gran parte del corteo si è ormai dispersa e vedo Alex che vaga a passi cauti per il soggiorno. Sembra che le spalle vogliano raggiungergli i lobi delle orecchie. È alto e aquilino e ha una faccia da ragazza ossuta che quando sorride gli si riempie di grinze. È come se lo facesse con le narici, le tempie, la fronte, oltre che con la bocca e gli occhi. Sembra uno di quei tipi urbani, dinoccolati e nordeuropei, un hipster, ecco. È magrissimo. Deve avere altre fonti di sostentamento emotivo oltre al cibo. Il suo corpo crudo è una piccata didascalia contro certe forme di pretesa virilità da riviera. Piace.
I capelli biondi gli cadono sugli occhi ma non sembrano dargli fastidio. Ha una maglietta che potrebbe aver rubato a un barbone e scarpette da corsa bucate sui mignoli, come quelle degli amici di papà quando andavano a far le maratone negli anni ottanta.
«Hai freddo?» gli chiedo, e vado a caccia di quel tuo vecchio maglione, quello che ti avevo fregato. Quello che poi tu, a un certo punto, quando tutti si sono accorti di come mi stava bene, hai voluto indietro. Abbiamo lottato per una quantità di cose io e te. Giocattoli, libri, vestiti. Quello che era in camera tua e ciò che era in camera mia. Invasioni di spazio malamente denunciate. Quel maglione è rimasto piegato nell’armadio per anni, ma mi va ancora bene e so che se lo indossassi tu, adesso, ti starebbe altrettanto perfetto. Robe di Kappa, rosso, giusto. Nostra madre, quando mi vede passare tenendolo in mano, fa finta di non riconoscerlo, ma io so che se lo ricorda benissimo.
Alex mi fa i complimenti per un profumo che non porto e io lo ringrazio. Sorride.
Tutto rego, raga. Tutto rego. Devo averlo detto davvero.

*

Sei tornato dagli Stati Uniti perché nostro padre ha un cancro. “Ha ancora pochi mesi di vita” dicono in questi casi i dottori, ti immagini. Forse tre. Inizi a pensare a come si deformino le unità di misura, come perdano improvvisamente nitidezza aggrumandosi su se stesse, lacerandosi improvvisamente.
Io continuo a raccontarti queste cose e a te continua a cadere l’accendino. Succede ogni volta che frughi nella borsa in cerca di non sai più cosa. Cade, e tu ti chini a raccoglierlo, ogni volta, e invece di arrabbiarti sembri sempre più divertito.
Fai un gesto veloce, girandoti indietro di un passo, ogni volta con la stessa curva, ogni volta. Sembra un gioco. E penso che sia un po’ come facciamo noi donne con gli uomini: ci voltiamo indietro, li raccogliamo. Anche se questo ci rallenta, ma ci fa sorridere. È una cosa a cui teniamo troppo, anche se è di poco, pochissimo, infinitesimale valore. Ci chiniamo con le dita tese, rischiando di perdere l’equilibrio, di toccare per sbaglio qualcosa di sporco, rischiando che ci giri la testa.
Mi dici che a New York, poco prima del decollo, un gruppo di ragazzini ha fatto casino per convincere alcuni passeggeri a cambiare posto. Dalla fila di sedili in mezzo non avrebbero visto Roma all’atterraggio ed era la loro prima volta in Italia. A te, invece, sono sempre piaciuti i decolli, non gli atterraggi. Così ti sposti.

Alex è il tuo fidanzato, o lo è stato, continuo a non capire. L’emicrania mi fa vivere dentro a un acquario e inizio a confondere le cose, a lasciar passare troppo tempo e ad agire in fretta, neanche stessi perdendo qualcosa. Dicono di tenermi idratata e io bevo, mi distraggo con niente e rifuggo i cali di adrenalina. Improvvisamente mi sembra di risentire il tuo odore su una mano ed è la mia, la mano in questione. Me la sfrego sul naso, ma è già tutto passato.

Angela ti ha incontrato in un posto a Tor Pigna, dice. Eri strafatto, sudavi alcool e non ti si poteva stare vicino. Tu ovviamente cercavi di abbracciare tutti.
Subisco anche questo imbarazzo: sentirmi parlare così di te da chi non capisce.
Sto zitta e l’ascolto, non mi resta altro da fare, annuire con gli occhi concentrati su una crepa nell’asfalto – una spiga che sta germogliando per la gioia delle tue allergie.
Angela mi dice che ti ha salutato e che le hai detto mi raccomando, non dire niente a mia sorella che mi sbatte fuori di casa. Avete ballato un po’, parlandovi in bocca, poi lei se n’è andata inghiottendo farfalle di saliva per lo schifo, in cerca d’aria e di smog per liberarsi di quel tanfo rancido che tu le hai trasmesso.
Ti ritrova poco dopo che ti strusci addosso a una negra. Obesa, inanellata, potrebbe anche non essere una donna, ma chissenefrega. A un tuo cenno le porge la mano grassa e sudata: – Divina – pronuncia scandendo le sillabe e facendosi avanti. Divina: una montagna nera e dorata con te spalmato sopra. – Divina, – mi ripete Angela, – ci puoi credere? – E scoppia a ridere. È buffo esserci, a sentirmi dire queste cose, ma penso che potrei essere lì come in qualsiasi altro posto.

Torno a casa e mi gira la testa, non per i gin ma per le troppe sigarette.
Cerco le chiavi prima di raggiungere il portone, non so più dove le ho messe, frugo con la punta delle dita sul fondo delle tasche, tanto non c’è verso che saltino fuori quando mi servono. Di nuovo. Chiave, toppa, capelli. Sanno di fumo. Scale, un’altra porta. Attraverso il soggiorno senza sbattere contro niente, ci sono sempre troppi ostacoli. Mi lascio cadere sul letto. La nuca sprofonda tra i cuscini e il piumone, sto a pancia in su e mi sfilo le scarpe da ginnastica coi piedi, punta contro tallone. Tonfo. La seconda è sempre la più difficile. Perché è calza contro scarpa. Poi rimango a osservare il soffitto bianco finché gli occhi non mi si chiudono. Raga tutto rego. Raga tutto rego. Raga tutto rego. Ancora.

*

Hai la bocca piena di afte e fai fatica a respirare. Forse è stata colpa delle noci e in tal caso te l’aspettavi. L’asma invece è tutto merito delle graminacee. Hai un taglio sul labbro su cui passi compulsivamente la lingua. Da quando sei arrivato non riesci a dormire, ma non è questione di jet lag. È qualcosa di peggio. È che è tutto conosciuto ma non torni da una vita. Da anni.
I ripiani della libreria sono ancora come li hai lasciati. Sono loro che non ti fanno dormire, le cose piegate che ti aspettano nell’armadio, le cose di cui hai potuto fare a meno. Me. Noi.
In macchina, dall’aeroporto a casa, dicevi che hai del lavoro da sbrigare, ma non stai combinando niente e mi fa piacere sperare che sia per colpa mia. Mi fa piacere essere una distrazione per te, un elemento di disturbo, almeno. È l’unico modo per manifestarti la mia presenza.
Sono le brevi visite al letto di papà che non ti fanno chiudere occhio. Nella penombra, veloci, imbarazzate, angoscianti. Come l’allontanarsi troppo da riva – eppure tu dovresti esserci abituato.
Non ti siedi mai in camera, aspetti in piedi, non sapendo che fare del tuo peso, impaziente. Vorresti che tutto finisse in fretta, per tornare a occuparti delle tue cose.
Poi ci sono i sogni. Ormai saranno arrivati anche a te: rapidi, urticanti, faticosi.
E lui che tenendo gli occhi aperti prova a parlare, e tu che sai che non può e ogni volta pensi ci riesca. Ma non ce la fa. Però ogni volta speri di sentirla quella voce, e non soltanto la tensione del braccio aggrappato alla mano che afferra le coperte.
Ha sempre freddo il papà, eppure fuori è estate, si muore di caldo. È luglio là fuori, mentre il cancro disfa quel buco che ha in gola e tutto svanisce morendo e non diventa creta e nemmeno polvere, diventa solo letto e sudore e ci si sveglia soli, abbandonati sul materasso vuoto, duro, che fa bene alla schiena, tumefatti e stranieri, col fiato corto, bambini. E vorresti la mamma, lo so, non è vero? Vorresti chiamarla anche tu e aspettare di vederla arrivare con un bicchiere d’acqua fresca. Sapere che è in corridoio dal rumore che le fa l’articolazione della caviglia mentre cammina. Come facevamo, prima che io diventassi insonne e tu iniziassi a limarti i denti, mentre dormivi sul letto a castello del mare. Prima che si disfasse tutto quanto, quando ancora sapevo spiegarmi queste cose.

Siamo rimasti mamma, papà, Alex ed io, attorno al tavolo della cucina. Tu te ne sei andato subito dopo cena. Sbucciamo lentamente arachidi e beviamo chinotto. Ognuno passa il tempo come può in certe situazioni.
Devo aver dato una rispostaccia a qualcuno senza essermene accorta, mentre pensavo a tutto questo, perché Alex mi ha lanciato un’occhiata e nel mio cervello si è subito allargato uno spazio e dentro ci stava il mondo e il vuoto e improvvisamente mi è sembrato tutto troppo e sono scappata in camera mia.
Mi appoggio al buio contro lo stipite della porta, finché non sento la tua voce familiare spuntare dal nulla e facendomi sussultare. Indovinerei come tieni le labbra anche senza poterti vedere e forse è proprio questo il bello, la causa necessaria e sufficiente, tutto ciò che ci rende fratelli.

«La vuoi sentire una storia?»
«Sì.»
«Tu, però, devi stare attenta…»
«Va bene» dico «ma tu intanto raccontamela…»
Ti tiri su contro il muro. È freddo. Punti i gomiti nel cuscino e la nuca, contro la parete azzurrina, crea una piccola aureola d’ombra.
«La storia…» e t’interrompi subito, «devi immaginarla bene, perché altrimenti è niente.» Poi riprendi, «Lo sai che papà ha quei suoi vecchi libri…»
«Sì.»
«E che gli piaceva scrivere sulla prima pagina l’anno e il luogo in cui li ha letti.»
«Si, una volta gliene ho anche perso uno.»
«Ecco. Prendi Il fu Mattia Pascal, per esempio. A penna, sbiadito, su una pagina ingiallita c’è scritto: “Paola / Recanati / 1966”» fai una pausa, per vedere se ho elaborato l’informazione, poi prosegui, «Me li sono imparati tutti a memoria» mi riveli soddisfatto e aspetti la mia reazione, ma io non rispondo. Allora continui.
«Era in salotto, dopo che gli ho detto di Alex e lui e la mamma si sono messi a litigare. Gli ho sentito dire…»
«Dicono un sacco di cose quando litigano» lo interrompo.
«Aspetta. Gli ho sentito dire, mentre sfogliava un libro: l’abbiamo letto ventisette anni fa. E poi ha detto anche: ci volevamo bene» e tu l’hai detto con lui.
Poi, come se niente fosse concludi: «La storia finisce qui. Ero in corridoio e sono uscito.»
«Va bene, però la tua storia non è proprio una storia.»
«Per questo dovevi stare attenta.»
«Perché te ne sei andato?»
«Perché non si è accorto che c’ero.»
«Per fortuna che la mamma era lì quando è stato male.»
«E parlava di lei, secondo te?» dici in cerca di una conferma che io non riesco a darti. «Forse. Non hai visto che libro aveva in mano?»
«No» e quindi decidi di cambiare argomento, «Chissà come hanno fatto a stare insieme quei due… La mamma è sempre stata matta.»
«Da far girare la testa.»
«Come una scia di profumo…»
«Sì, forse è proprio così.»
«Che quando è finito ti chiedi se sia passato davvero.» Annuisco.
«Ti lascio dormire, adesso.»
«Sì, buonanotte, Bianca.»
«Buonanotte, Peter.»

La luce si è spenta e sono uscita tirandomi la porta alle spalle. Infilandomi sotto le coperte, nel letto freddo mi chiedo: Che ne sarà della nostra famiglia? Dopotutto siamo ancora una famiglia? Cosa dirò per l’ultima volta a nostro padre, come farò senza di lui? Penso che non potrò mai farle a nessuno queste domande, che sono destinate a rimanere senza risposta proprio perché non si possono fare.
Domani mi sveglierò e ricomincerà tutto da capo, come prima, in quella sua inquietante e normale stranezza. Questa volta è toccato a te.
Inizio a scaldarmi sotto le coperte. Mi avvolge un flebile tepore finché, senza accorgermene, mi addormento.

*

Trovo un messaggio in segreteria, mi hanno chiamata un paio di volte da casa.
«Ti voleva parlare la mamma» dice nostro padre, «Ma adesso è a letto.»
«Tutto bene?» gli chiedo, ma lui ha già riattaccato.

Era stata la nostra ultima conversazione.

No, non siamo ad Harlem, qui, Alex. Ma magari andiamo a comprare qualcosa per cena. Che si è già sciolto il ghiaccio e il mare e facciamo un sacco di strada al buio, in una direzione. La nostra direzione, anche se non la sappiamo. Che non mi sono messa nemmeno la sciarpa quando mi hai chiesto se venivo, sono corsa e basta. E non parliamo di niente, di ricordi, di film. Che non ci manca nulla e ci manca tutto e fammi tenere le sporte, ti prego. Facciamo la spesa come se ci conoscessimo da sempre, separandoci tra gli scaffali e ricercandoci la testa e le mani e quell’odore che hai dietro all’orecchio, che le ore di lavoro non hanno cancellato.
Avevo un padre e, una volta, un fratello, una madre, una volta, li avevo tutti e ci sono ancora. Sotto il ghiaccio forse, insieme all’alce nero e agli addii in aeroporti dove non si ferma nessuno e si riparte, con il sospetto di rivedersi ad altre ore e in altri luoghi, ormai familiari. E mi si chiudono gli occhi su questo aereo, al momento in cui sei solo un codice, un abitudine informatica, una mancanza tra le scapole affilata in un negozio di scarpe. Per camminare lungo le linee del tram, da Piazza del Popolo a Parco della musica, fino a tutto quello che la topografia romana vuole evocare, fino in fondo a quello che vuole indicarci, fino a diventare un punto sui binari, fino a tornare indietro, a un passo da casa, fino a convincersi di essersi persi quando si è proprio arrivati. Avevo un padre e un fratello, una volta, sì, ed era tutto un telefono casa.

Anche se noi non siamo ad Harlem.
No, qui non siamo ad Harlem.
Ma è come se lo fossimo.

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Lucia Brandoli Bousquet

Nata a Modena nel 1989, si occupa di editoria, comunicazione e arti visive. Ha studiato architettura a Ferrara, Porto e Berlino. Ha scritto per Prismo, Artribune, Flash Art Italia e Filmidee ed è autrice del reportage Exit(Hacca, 2015). I suoi racconti sono stati pubblicati su Abbiamo le prove, Cadillac e Flash Fiction. Vive soprattutto a Milano. Nel 2017 è uscito il suo A letto non si pensa al futuro, per Edizioni Pendragon.