Gattini

Quella che venne poi riconosciuta come “l’invasione dei gattini”, cominciò di notte. Nelle prime ore se ne accorsero in pochi, certo, ma quei pochi ebbero il privilegio di assistere di persona alla materializzazione e comprendere il pericolo che rappresentava. Nottambuli, ubriaconi, prostitute, guardiani, medici, capirono subito l’entità della questione, noi altri, i politici soprattutto, dapprima minimizzammo. Non avendo assistito all’evento ed essendoceli trovati lì, al risveglio, non riuscivamo a immaginare qualcosa che andasse oltre alla millenaria esperienza umana fondata sul principio di causalità. Non avevamo nulla, a parte la loro presenza, per fantasticare.

Ma andiamo con ordine: con “loro presenza” intendo quella dei gattini e per quanto mi riguarda ne trovai tre, accucciati sotto la scrivania, in corrispondenza con il computer. Erano i protagonisti di due foto e un video che mi aveva mandato un’amica la sera prima: un gattino incastrato tra gli ometti dell’armadio, uno grassissimo con un sacco di pelo, e uno che si faceva portare in giro da un aspiratore elettrico. A una prima occhiata riconobbi solo quello grassissimo, gli altri due erano particolari più per il contesto in cui si trovavano che per il loro aspetto, ma l’associazione di idee fu veloce. Avevo capito da dove provenivano, non come potessero essere passati dalla bidimensionalità dello schermo a fare le fusa sul mio pavimento. Decisi che non ne avrei fatto parola con nessuno, né con il mio fidanzato, né con i miei genitori, né con l’amica che mi aveva mandato le foto. D’altronde poteva benissimo darsi che fossi pazza, che quei gattini esistessero solo nella mia mente e tutto si sarebbe felicemente sistemato con una telefonata a un consultorio e qualche goccia di Lexotan. Ci pensò la mia amica a fugare ogni dubbio, chiamandomi mentre vagavo per la casa tenendo la porta della camera ben chiusa con le bestie, reali o immaginarie che fossero, intrappolate dentro come vespe. Erano comparsi anche a lei, gli stessi tre più un quarto e un quinto che non mi aveva mandato perché erano un po’ meno buffi. Le chiesi cosa facevano. Lei mi rispose nulla di che, uno dei due però usciva con le zampette e il muso da una zucca, e io allora le dissi ti pare che non mi mandi un gatto che esce fuori da una zucca? Ma poi il discorso comprensibilmente si arenò per questioni più importanti da risolvere. Per farla breve, i gatti esistevano nel mondo sensibile, oltre che nella mia mente e nella cartella dei file scaricati. Esistevano sotto la mia scrivania e sul letto della mia amica, come in un noiosissimo esercizio di inglese. Scoprimmo dopo poco che ne erano comparsi a migliaia in tutto il resto del paese. I gattini morbidosi dell’internet si erano materializzati nelle case degli italiani. Con il passare delle ore si venne a sapere che, più delle abitazioni private, erano le redazioni a trovarsi in una situazione disperata. La sede di Repubblica era sommersa da tutti i gattini conservati nei server, anni e anni di notizie della colonnina di destra del sito si erano riversate miagolanti per i corridoi. C’era il gatto più grasso del mondo, quello più magro, quello più imbronciato, quello che aveva salvato dei bambini e quello che i bambini li aveva mangiati. E di ognuno di loro esistevano svariatissime copie, tante quanti i computer e le memorie esterne, e tutte vive e vegete, di carne, ossa e peli. L’invasione felina venne gestita nell’unico modo possibile: negando l’evidenza. Parlamentari e senatori si premurarono di informare la popolazione che tutto ciò non era semplicemente possibile. Nei salotti televisivi molti ospiti obiettarono che, suvvia, non si poteva liquidare così la questione, soprattutto dal momento che gli studi stessi ne erano invasi e proprio mentre ne stavano discutendo i gattini si attorcigliavano sotto le poltrone ai loro piedi. I giornalisti di sinistra ironizzarono sull’accaduto, quelli di destra si interrogarono sui costi di mantenimento, nessuno si chiese però come avessero fatto ad arrivare. Due opinionisti di posizioni particolarmente avverse provarono a sfidarsi a colpi di felino, ma vennero bloccati prima che prendersi a gattinate potesse diventare una pratica comunicativa abituale.

Con il passare dei giorni la situazione peggiorò e venne emanata un’ingiunzione penale nei confronti di chiunque si fosse azzardato a visualizzare gattini su internet. I sindacati dei giornalisti, a loro volta, produssero un comunicato in cui informavano il governo che non si poteva controllare a tal punto il flusso delle informazioni e che bastava una pubblicità su un sito casuale a vanificare il proposito. Nel frattempo la Svizzera aveva chiuso le frontiere. In breve ci pensarono anche l’Austria e la Francia, la Slovenia consentì il transito per una trentina di giorni in più, per poi arrendersi all’evidenza e interrompere le comunicazioni. Speravamo in un intervento da Bruxelles, ma sembrava che la principale preoccupazione dell’Europa fosse contenere il problema entro i confini nazionali. I nostri. Ormai completamente isolati finimmo per perdere le speranze e divenne penale il solo utilizzo di internet. Una precauzione inutile, perché i gattini continuavano a materializzarsi, ovunque e in quantità sempre più ingenti. Si era innescato un meccanismo che non potevamo dominare, l’ossessione di studentesse e casalinghe per i cuccioli coccolosi era destinata a placarsi per sempre: le strade, le piazze, i parchi e gli svincoli erano pieni di gattini. Gattini ovunque. I bambini non potevano giocare a pallone né, per la verità, a qualunque altra cosa. Usare la bicicletta era impossibile, per non parlare della macchina: una carneficina annunciata. Non negherò che ci siano stati episodi strazianti e di aver visto impiegati a progetto e padri di famiglia disperati partire in retro con la loro Renault Twingo senza riuscire a guardare nello specchietto retrovisore. Il traffico era congestionato, la raccolta dei rifiuti impossibile, per non parlare della situazione in cui vertevano gli ospedali. In ogni parte d’Italia si erano uniti volontari per stanare fino all’ultimo gattino nell’ultimo sotterraneo di ogni clinica, ma, eliminata la presenza felina, restava il problema di come riuscire a trasportare i malati e in più di un’occasione le ambulanze fecero agli animali quello che cercavano di evitare agli uomini. Gli animalisti, inizialmente in preda a un’esaltazione mistica, pari solo a quando i topi che solevano liberare dai laboratori delle università cominciavano a figliare, con il passare delle settimane si resero conto di avere un serio problema da affrontare. Risolsero i loro dissidi interiori creando delle case accoglienza per gattini, principalmente in campagna, riuscendo così a far propagare l’invasione in quelle poche zone ancora abitabili. È inutile a questo punto raccontare del crollo dell’economia e del ritorno alla Lira, entrambe cose facilmente intuibili. Così come è facilmente intuibile il proliferare della criminalità organizzata, dai falsari a quelli che si facevano pagare promettendo all’illuso di turno di poter eliminare tutti i gattini che gli infestavano la casa, gattini che, dopo poche ore, si rimaterializzavano nel punto esatto che occupavano poco prima. Le questioni etiche erano evidentemente parecchie e pressanti, non si potevano uccidere dei gattini come fossero scarafaggi, certo, ma era anche vero che non si poteva neanche vivere con un tappeto di bestie sul pavimento. Anche perché i gattini non morivano di morte naturale: non crescevano e non invecchiavano, non avevano bisogno di mangiare né di bere. Si limitavano a stare, morbide pallette dagli occhi grandi, a stare e apparire. E di conseguenza continuavano ad aumentare, da Milano a Messina l’Italia era un unico universo di gattini. Era o, meglio, dovrei dire è.

Sono passati sei mesi dall’invasione e i gattini continuano ad aumentare. La popolazione, per contro, è in serio pericolo. Non abbiamo più cibo, non abbiamo più medicine, nella mia città i morti per denutrizione e infezioni sono innumerevoli e dalle poche notizie che riusciamo ad avere dalle altre regioni la situazione non è differente. Siamo completamente isolati e non so se e quando qualcuno al di fuori di questo paese avrà modo di leggere le mie memorie. In molti, immagino, staranno documentando l’accaduto, senza la certezza che possa servire effettivamente a qualcosa, aggrappati alla speranza di un futuro diverso. Si dice che alcuni siano riusciti a superare il confine, principalmente dalla laguna e dal passo del Brennero e io stessa conosco delle persone, a Venezia, che possono aiutare la mia famiglia a espatriare. Costerà molto, certo, e trovare dei soldi in queste condizioni sta diventando impossibile, ma spero tra poche settimane di avere una somma sufficiente per pagarli. Sposto gattini per conto di gente molto ricca che non vuole ucciderli ma non li vuole neanche più in casa. Li ammucchio ai lati dei vialetti condominiali come se stessi spalando la neve, lo faccio per ore e ore consecutive, e torno il giorno dopo e quello dopo ancora, sempre nella stessa abitazione, finché i proprietari non si rendono conto che è una situazione senza via d’uscita e smettono di chiamarmi. Allora passo a un’altra famiglia. So di lucrare sull’esasperazione altrui, ma la situazione è disperata, io sono disperata. Mi addolora lavorare per abbandonare il mio paese, eppure non c’è altro che possa fare. Gattini, in Italia ci sono solo gattini.