Questo mi fa molto piacere

Questo mi fa molto piacere è il titolo del racconto vincitore del concorso Fuorisededentrovenezia, e lo trovate qui sotto. Il fatto è che l’ho scritto io, ho vinto io i dollarz eccetera. Lo sto precisando perché lo scorso ottobre non l’avrei mai fatto: l’esperienza era stata fonte di buon guadagno sì, ma soprattutto di forte imbarazzo e disagio. Sarà che ora sono un inutile laureato triennale, sarà che il tempo sedimenta le minchiate, ma ho cambiato idea: è bello ricevere soldi per qualcosa di scritto, è giusto ricevere soldi per qualcosa di scritto.
Forse è un po’ troppo racconto-da-concorso, e forse c’è un groviglio di certe tematiche: però oh, è un racconto vincente!!1!!1!

Era il penultimo scambio del terzo set, quando sentì uno schiocco all’altezza della spalla. Cercando un gesto tecnico piuttosto spettacolare, aveva fatto uscire la palla dal campo, e la clavicola dalla sua sede naturale. Era doloroso. Comunque meno delle prese per il culo concretizzate – tutti i giorni – dal fratello laureando in medicina, Sebastiano, quando aveva saputo che Marco si sarebbe iscritto a Ca’ Foscari, per studiare la lingua dei segni.
La lingua dei segni italiana – che poi tutti chiamano LIS – è studiata a livello accademico solo dalla fine degli anni ’70, e dal 2002 è lingua di specializzazione a Venezia.
Martina invece era nata mentre buttavano giù il muro di Berlino, ma più che altro aveva degli enormi occhi verdi, delle dita sottili, e Marco non capiva bene perché pensando a lei gli balenavano in mente boschi di betulle.
Seba, davvero, non fa ridere cazzo.
Suo fratello trovava divertente l’esistenza di un indirizzo specialistico in lingua dei sordi.
Ehi! Anche le parolacce adesso, siamo grandi ormai! E le parolacce come si fanno? Come metti le mani per vaffanculo? E con le tipe si fa così?
Marco non vedeva quel gesto da almeno otto anni.

C’era un mare molto blu, e degli scogli molto bianchi, e poi Marco e Martina su uno di questi scogli, a guardare il mare: questa era l’estate appena trascorsa, ed era la ragione per cui da Verona si sarebbe trasferito a Venezia, all’università.
All’inizio non aveva capito praticamente niente: all’inizio stava camminando lungo la riva, per poi dirigersi verso gli scogli, e l’aveva vista prendere il sole, leggere un libro. Lui era sempre stato abbastanza goffo, con le ragazze e quelle robe lì, ma lei stava leggendo uno dei suoi libri preferiti, e lui voleva dirglielo. Glielo disse.
Non si mosse niente di lei, nemmeno un labbro. Marco era in piedi, così, in costume e con le braccia lungo i fianchi, e all’inizio ci rimase male. Il libro però era per lui un sintomo indiscutibile dell’altezza morale e concentrazione rapita di lei, e cominciò ad annacquare questi due concetti sciogliendoli in un brodo di cioè, e tipo.
Poco dopo, mentre Marco finiva di parlare, Martina scostò il libro dalla sua visuale, si accorse di Marco, lo trovò buffo, sorrise. Disse ciao, ma giusto con il viso, e uno dei due capì che la voce non è solo suono.

Lo accompagnarono verso la panchina, lo fecero sedere e gli diedero da bere. La spalla irradiava un dolore tremendo, e in più stavano perdendo. Era preoccupato. Il giorno dopo lei sarebbe arrivata a S. Lucia, e lui si era lussato la spalla al CUS, e adesso cosa doveva fare, dove doveva andare, dove avrebbe dormito? Nel dubbio qualcuno gli spruzzò mezza borraccia in faccia. Acqua.
Marco ripensava al mare, con Martina e il mare e gli scogli, “eravamo giovani e belli”, cose così. Più o meno, questo è quello che avrebbe voluto ricordare, ogni volta, riguardo al passato: grazie a un buon allenamento però – depressione e corollari, aveva imparato a ricordare che in qualunque momento della vita si è preda di ansie, e dubbi, stress e concentrazione rivolti a impegni prossimamente futuri, scosse interiori. Il fatto è che riguardo a quei giorni al mare, qualsiasi sforzo facesse, ne usciva sempre con lo stesso ricordo. Era bello al mare.

C’era un mare molto blu, e degli scogli molto bianchi, e Martina che spiegava a Marco il fatto di essere sorda, e un pochino muta, e lo faceva con una certa delicatezza. Lui all’inizio parlava a voce alta, nettamente più del necessario. Dopo si era scusato.
È che non ho mai parlato con una persona in… non..non udente e –
Sorda va più che bene, cioè, non sopporto il politically correct, mi suona sempre… pieno di allusioni ridicole.
Si salutarono tre ore dopo.
La sera Marco la passò su YouTube, a guardare video tutorial sulla lingua italiana dei segni. I video erano caricati da una ragazza (signora?), da una donna intorno ai 35 anni, si chiamava Angela ed era molto brava e scriveva commenti tipo

questo mi fa molto piacere

Il giorno dopo Marco le voleva dire che aveva una tartaruga, ma era troppo complicato, doveva mettere il palmo di una mano sul dorso dell’altra, le dita appoggiate e i pollici da piegare come le pinne, insomma un casino, e poi (!) Marco aveva una tartaruga di terra.
Allora le disse che gli piaceva tantissimo dire “scimmia”, perché sembra uno che si lava il petto. Anche se l’animale preferito restava il coniglio, che è la stessa identica cosa di fare le virgolette con le dita, e intanto Martina rideva.
Marco rideva invece perché per dire Scozia bisogna allontanare il braccio dal fianco come quando si fanno le pernacchie infrascellari, e per dire Francia bisogna trottolare la mano all’altezza dell’orecchio, e sinceramente è molto molto simile a quel gesto un pochino stantio che certi usavano per dire che uno è omosessuale.
– Finocchio – lo corresse lei.
Le chiese che giorno si sarebbero rivisti. Martina fece una L con pollice e indice, e la portò al volto. All’inizio Marco pensò alla L di loser, e immaginò anche di avere assunto un’espressione davvero scema, se lei dovette chiarire con il labiale: lunedì.

Alla fine era arrivato in orario. Aveva un bendaggio un po’ stretto, tutto qui. Il treno arrivò quando gli parve più giusto, e il pensiero di vedere Martina dopo due mesi dall’ultimo incontro, lo faceva sudare (quasi).
La notte del primo giorno in cui si erano visti, Marco si chiedeva come si comunicano le cose che non sono cose, con le mani. La simpatia, la rabbia, l’amore, il ritardo. Con il tempo, l’aveva imparato, e questo gli faceva molto piacere.

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