Pane

Questa è la scena. Un interno, tipo verso le cinque sei, tardo pomeriggio, alla metà di ottobre più o meno. Cucina. Si fa la pasta per fare il pane – lei -, mani bianche di farina al lavoro. Manipolazione di pasta, di sofficissima pasta. Luce accesa perché non si vede mica tanto a quest’ora in questa cucina. Da una parte del tavolo sul lato corto (lei). Con T-shirt che se non fosse arancione potresti dire magari che è la maglia della Sampdoria. Lui dall’altra parte con un piede in mano, in esame. Si appresta a tagliarsi le unghie con cura, con lo strumento apposito. Lei sente quel male al fianco porco di un cazzo, è tutta viola. È caduta con la bici, ieri l’altro. E sente anche come un leggero battere nel braccio, dove è scorticato e dà fastidio. Lei sente che parla, con testa giù perché è impegnato col piede (prima con uno dopo con l’altro). Simone. Lui parla, racconta. Lui racconta la partita appena conclusa tra genitori delle elementari. Descrive parecchio e anche commenta. È facondo. Hanno genitori e sono padre e madre. Prende l’ossigeno suo padre adesso giornalmente, ma ne prenderà sempre più spesso si sa, non si tornerà indietro. Fino quando tutto l’ossigeno che prenderà non gli basterà. Stanno in un appartamento al secondo piano bello con due grandi verande in allestimento in un piccolo condominio con sei appartamenti in tutto. Intorno hanno giardini e campi, e dopo la strada va su per la collina fino alla antica pieve documentata dal secolo IX, e dopo la collina scende e ce ne sono altre di colline – è la Zona Collinare estesa parecchio – con alberi e anche ville costruite di recente solo qualcuna antica, e anche case coloniche con coltivazioni di mais e molti vigneti e ci sono strade ondulate numerose… E dopo si va su fino a Moruzzo dove si vede giù tutta la pianura fino anche al mare e dove una mattina di alcuni anni fa proprio lì davanti all’Osteria al Tiglio verso le sette a capodanno hanno trovato un panettone Bauli abbandonato e lo hanno aperto e mangiato, e dopo vai ancora e ci sono altre colline e il greto enorme del Tagliamento e montagne dopo su fino al confine. E lo ha sentito lei tutto questo lei con le sue mani, adesso, mentre muove le sue braccia fa questo lavoro, con le sue mani, mentre prende la pasta e la stende e poi la riprende e ci posa sopra le dita bianche e le dà forma di pagnotte, di pane quotidiano, da lasciar lievitare, che cresca cresca lentamente miracolosamente da dentro e poi da infornare, e cuocere, e fare dorato, e dopo mettere in tavola e dopo spezzare dopo mangiare, e sentire che è buono, questo pane fatto in casa da lei in pagnotte piuttosto grandi. Ha gli occhi umidi lei, ha lacrime che scendono sul viso, e lei si sente generata da tutto questo, adesso, e ogni giorno e per sempre. Da Simone e dal suo bambino, e da suo padre malato, e dalle loro famiglie, e dai terreni in pendio e dalle coltivazioni e dalle case e dalle strade e da Moruzzo, e dalla vista del mare e pianura e dall’ Osteria al Tiglio e dai sassi del Tagliamento, e dalle montagne su e da questa luce accesa in cucina e da questa cucina e da questo pane messo sotto lo strofinaccio che inizia a lievitare adesso piano piano.

  1. l’ispirazione è buona, ma il ritmo della scrittura è incostante e affannoso, e l’immagine scorre con velocità sbagliata, come un video accelerato, alla fine non rimane nulla … o quasi.

  2. ok, il ritmo. La tua osservazione coglie un punto. Il lettore non doveva adattarsi ad una prosodia acquista. Stop and go stop and go, oppure go go go, quando magari il tuo respiro pensava all’assenza ormai di saliscendi. Disarmonie sì rispetto a un fluire consuetudinario della frase a cui intendevo sottrarmi. Insomma la lingua non poteva essere l’asinello a cui nessuno bada che si porta sulla groppa la storielle che sola interessa, ma fare la sua parte (pur nella sua asinità, elementarità), portare sfasamenti, perché è cosi la storia, quotidianità che rimanda a qualcosa che va oltre la quotidianità, che la sfasa. Insomma, hai colto un punto. Queste le intenzioni … Firmato: l’autore.

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