Anna

Erano nel vicolo e giocavano. Il giorno prima era stato uguale, e anche quello precedente. Lei a guardare dall’incrocio con il vicolo, all’angolo della vetrina del negozio di guanti. La prima volta che li aveva visti si era avvicinata, aveva sorriso, loro l’avevano guardata, e ignorata.
Giocassero allora alle loro stupide cose. Erano lente e piene di urla, di quelle che serve la furbizia che loro non avevano, e lei sì. Chiedere a quei bambini di fare amicizia era come decidere di andare a prendersi gli sputi in faccia, eppure era di nuovo là, davanti alla vetrina del negozio di guanti, curiosa di guardarli in quel vicolo che era vicino alla sua casa nuova.
L’avesse voluto, sapeva come fare per metterli a posto. Sapeva anche dare i calci, lei. Lo aveva già fatto due volte alla nuova scuola, e i suoi compagni avevano capito che era meglio lasciarla stare se era arrabbiata.

Si mise a fissarli in piedi diritta, con le braccia conserte. L’orologio che aveva trovato sotto a un sedile dell’autobus le era largo e lo teneva stretto all’avambraccio, quando le scivolava sulla mano rischiava di perderlo, e allora doveva aprire le dita come un ventaglio. Le piaceva, era rotondo e aveva le lancette come negli orologi indossati dai grandi che vedeva per la strada della città. La mamma non aveva l’orologio, solo il papà, e lei lo sapeva che avrebbe dovuto consegnarlo alla mamma, così così smetteva di chiedere l’ora in giro alla gente quando non poteva guardare le lancette sulla parete della cucina. Stasera dopo cena, non prima, lo avrebbe consegnato alla mamma, le avrebbe detto dove e quando l’aveva trovato, e la mamma le avrebbe risposto brava, chi l’ ha perso poteva averne più cura.
Era piacevole indossarlo, essere là in cima a quel vicolo a guardare quei cafoni restando in piedi con addosso una cosa da grandi, che lei sì e loro no, e che provassero pure a prenderglielo: lei sapeva dare i calci, sputare e tirare i capelli mentre sputava.

Un ragazzino con i capelli rossi, che aveva sentito chiamare il Vescovo, le dava le spalle e giocava a centrare un palo con dei cerchi di legno. Due ragazzini, in fondo al vicolo chiuso da un muro di cemento e mattoni, tenevano il palo che era di ferro e doveva essere pesante da tenere in equilibrio. Il Vescovo non riusciva a infilare i cerchi nel palo, urlò ai due ragazzini che non sapevano fare le cose, che lo facevano apposta per farlo sbagliare e perdere, ma quelli risero e gli urlarono «Macché!», ma forse era vero che inclinavano il palo come accusava il Vescovo, e che lo facevano apposta, non perché il palo pesava.
Altri sei, quattro maschi e due femmine, una con le trecce e l’altra con un vestitino a pallini rosa, urlarono «Muoviti a lanciare che poi tocca a noi».
Il Vescovo sembrò convinto di riuscire a centrare il palo, e lento prese l’ultimo cerchio che gli restava. Era uno scemo: lei sarebbe stata capace di centrare il palo per ogni tiro che avrebbe fatto. Il Vescovo lanciò ma il cerchio cadde lontano. La bambina con il vestito a pallini urlò che era il suo turno, e andò a prendere posto saltellando su un piede, mentre il Vescovo raggiunse il palo a controllare che fosse tenuto dritto quando a lanciare non era lui.

Sul marciapiedi, dietro di lei, sentì passi trascinati, e vide un vecchio con i calzoni arrotolati fino all’inguine, come di chi deve guadare un fiume e non vuole bagnarsi, solo che lui portava calzini e scarpe, e camminava su un marciapiedi. Le sue gambe erano lunghe bianche e secche, come quelle di certi uccelli africani che aveva visto sul libro di animali che Daniele leggeva prima di dormire e non si sbrigava mai a spegnere la luce, e lei aveva sonno e voleva la luce spenta e litigavano, e allora la mamma si arrabbiava. Il vecchio camminava senza guardare dove andava, con le mani arrotolava della polvere scura in una carta sottile. Si infilò nel vicolo, lento. I ragazzini si scambiarono un’occhiata, poi un bambino dei quattro più piccoli si staccò dal gruppo, raccolse i cerchi sparsi attorno, evitò il vecchio che si trascinava nel mezzo del vicolo con la testa china, impegnato a rotolare la carta, di certo una sigaretta. Porse i cerchi alla bambina tenendoli ciondolanti attorno a un dito. Lei li afferrò e li posò per terra. Ne lanciò uno, poi un altro, a caso. Uno finì contro una parete del vicolo, un altro sfiorò una scarpa del vecchio. I ragazzi risero e urlarono «Cretina, devi centrare il palo» e lei continuò a lanciarli a caso. «Anzi no, dai» continuò il Vescovo, «Centralo! Centralo!» e indicò il vecchio. Gli altri risero, poi un piccoletto con una maglia a righe urlò: «Centragli la testa!». «La testa. La testa!» urlavano gli altri. Non poteva vederla in viso, ma immaginò che fosse tutta rossa e che le tremasse il labbro. I ragazzi continuarono a ridere e dire «Cretina che sei, non sei capace», lei a lanciare, e loro ancora a ridere. La ragazzina con le trecce, in piedi di lato, guardava un po’ i lanci scombinati un po’ il vecchio un po’ i ragazzi, poi rideva ma senza gusto. «Scema» pensò lei dalla cima del vicolo «non avresti neanche il coraggio di lanciare, tu». Un tintinnio la fece voltare. Il proprietario del negozio di guanti era uscito sul marciapiedi. Era un uomo con la faccia rotonda e una sigaretta accesa da fumare. Dalla porta del negozio guardava la strada, il marciapiedi e il vicolo. Di lei non sembrava essersi accorto, e ne fu contenta: certi grandi che hanno negozi ti mandano via se stai a lungo davanti alla loro vetrina.

Il Vescovo continuava a urlare «Centralo! Centralo!», e gli altri «Sei cretina, non sei capace!» e la bambina con il vestito a pallini lanciò un cerchio che colpì il vecchio dietro a un ginocchio. La gamba nuda e bianca si piegò di colpo come un ramo secco, il vecchio guardò attorno senza capire, come si accorgesse di dov’era in quel momento. La cartina che aveva finito di rotolare gli cadde dalle dita. Il negoziante dietro di lei si mise a ridere forte.
Allora le venne la rabbia, e i suoi piedi cominciarono a correre verso la bambina con il vestito a pallini, le prese di mano l’ultimo cerchio con uno strattone. Allungò e poi abbassò il braccio, l’orologio le scivolò sulla mano chiusa facendole male a un dito. Tirò con forza il cerchio che andò a sbattere ai piedi del palo.
«Ma che fai?» urlò la bambina con il vestito a pallini, «Sei stupida? Era il mio ultimo cerchio! Non vale, voglio tirare un’altra volta!» Aveva la faccia che era tutta una smorfia e era brutta.
Nel vicolo i ragazzi rimasero fermi, il vecchio si girò a guardarla muto, e lei capì. Non era una di loro, e non era male.

Allora si voltò, l’uomo del negozio adesso la guardò e rise, e lei ne vide i denti gialli. Si allontanò, ma non di corsa, lasciò il vicolo, sentì voci e qualche urlo, ma capì che nessuno la seguiva.
Avrebbe potuto tornare indietro, sputare e tirare i calci, ma lei era una, e loro erano tanti, e aveva sbagliato quel tiro che invece avrebbe dovuto fare giusto per farli smettere. Continuò a camminare, contò quanti incroci mancassero per arrivare a casa, e intanto pensò che li aveva visti piegare di colpo il palo per farla sbagliare, che il vecchio non si era fatto male e che magari adesso se ne veniva via anche lui. Quando sei una, pensò, e gli altri tanti, e tu sei fragile e gli altri no, puoi anche vincere venendo via.

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  1. Viene voglia di mettersi dietro la macchina da presa per riprendere la scena.
    Una scrittura che trae forza dalla semplicità.
    Una prova riuscita.
    Sandro

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