Una boccata di vento

Mio padre è un figlio di puttana. Abbiamo una villa a Favignana, un dammuso a Pantelleria e quello stronzo mi ha spedito a Marettimo, che sei giorni su sette è scollegata dalla civiltà per il maltempo. Gli ho anche proposto Bologna, ma lui è stato irremovibile. Marettimo, ha ordinato, almeno un mese – e da solo! Vallo a capire. Ho dovuto obbedire, ma è già dal terzo giorno che passo tutte le mattine al molo nella speranza di scappare.
Anche per oggi, però, non se ne parla. Il traghetto ancheggia come un misirizzi, non riesce a ormeggiare. E quando sembra che stia per imporre la sua mole al mare, eccolo che riprende ad agitarsi, con una spallata ancora più forte, che com’è che non si ribalta è un mistero della fede.

Io il mare non lo soffro nemmeno quand’è bandiera rossa e col motoscafo prendo le onde in pieno, che come dice papà a momenti sfascio la chiglia. Ma su quel traghetto lì, no, col cazzo che ci salgo: le conosco le correnti che presidiano Marettimo, sono talmente incazzate che hanno emarginato una popolazione intera.
I tre sessantenni sulla panchina se la ridono con l’espressione da turisti, come se fosse la prima volta che vedono un bestione in balia delle onde. Non oso immaginare come se la passano quegli sfigati che, per un motivo o per un altro, non hanno potuto rinviare il viaggio.

Abbandono il molo. Il vento soffia come una punizione divina, ho i capelli unti e la cicatrice brucia di salsedine: lo sapevo che era troppo presto per togliere la benda. È un solco che parte dalla fronte, attraversa l’arcata sopracciliare e si ferma alla palpebra: a momenti ci rimettevo un occhio. Dovrò ricorrere alla chirurgia plastica, ma chi se ne frega.
Per scampare il maestrale faccio il giro interno, ma le raffiche mi raggiungono pure nelle stradine, deserte come in tempo di guerra. Il Bar è affollato: oltre ai due amici della barista, quattro tredicenni in bomber nero giocano a carte nel dehors, l’unico angolo dove il vento è interdetto.
Prendo un caffè, ammicco alla barista, l’unico essere scopabile dell’Isola, e mi rimetto in cammino. Mi accompagna uno dei cento setter che infestano questo sputo di terra dimenticato dai santi. Stando ai racconti della fruttivendola, i primi esemplari furono importati dieci anni fa come bestie da caccia: qui, però, nessuno ha un fucile né un guinzaglio e da allora, abbandonati a se stessi, i setter si sono riprodotti come funghi. Sempre lerci di fango e insopportabilmente socievoli, non ti abbandonano finché non gli sbatti la porta sul tartufo.
Per ritardare il rientro prendo la via lunga. Passo dal macellaio: non si sa mai che, con uno di quegli impavidi traghetti, gli arrivi un filetto fresco, prima o poi. Nella teca, sconsolati, gli stessi tranci grigi di una settimana fa.
«Anche oggi a terra, eh?» mi fa, come se ci godesse.
«Diciotto nodi, dicono.»
«Bisogna avere pazienza! Se vai su un’isola d’inverno non puoi sperare di lasciarla quando vuoi, anzi, a volte ci resti tutta la vita!»
Mi sforzo di sorridergli, ma quando riattacca con la storia della moglie e dell’elicottero, ecco, proprio no, taglio corto, lo saluto e giro l’angolo.
Non riesco a smettere di camminare, non riesco a fare altro. Avessi almeno la mia Mini. Guidare a Favignana d’inverno è uno spasso, soprattutto da ubriachi: lo stradone principale è sempre sgombro e ci sono persino un paio di sterrati, di quelli che col freno a mano ti diverti. Ma a Marettimo ti guardano storto anche se impenni con la bicicletta, quindi forse meglio essere appiedati.
Invece di prendere dritto per l’appartamento torno indietro, direzione molo. Rieccomi al Bar. Le bambine anziane non ci sono più. Al loro posto quel ragazzo che somiglia a Piero come uno sputo e che non fa altro che fissarmi. Lo sorpasso, entro e punto i gomiti sul bancone. Ordino un Montenegro. Quando la barista mi rivolge il culo mi ricordo che da due settimane il bidet è l’unico posto umido dove metto il cazzo. Decido di fare il primo passo, in virtù delle occhiatine che ci scambiamo fin dai primi giorni, e le chiedo a che ora stacca. Lei risponde che non c’è una regola, e mi chiede perché voglio saperlo. Le spiego che voglio essere certo di potermi fare un altro bicchierino, più tardi. Bestemmiando tra me e me, vado a sorseggiare il Montenegro nel dehors.
Sento sul collo lo sguardo del sosia di Piero. Lo ricambio, nella speranza che la smetta una volta per tutte. Niente, è una statua. E allora insisto, pupille nelle pupille, ma al massimo gli sto dando a pensare che sono gay. Mi chiede se è tutto a posto, se ci conosciamo, dice che ho un viso familiare.
«Sei identico a un mio amico» mi giustifico.
«Ah, sì? Spero che sia un complimento.»
«Ascolta,» dico, per cambiare discorso, «mi spieghi come fai a non impazzire?»
«Prego?»
«Dico, d’inverno. Tu ci abiti anche d’inverno, a Marettimo?»
«No. Ci passo l’estate, solitamente. Però, sai, mi capita di venire qui quando voglio stare tranquillo. Avevo bisogno di una boccata d’aria.»
«Di vento, vorrai dire.»
«Eh, eh. Sì. Una boccata di vento. Eppure sono certo di averti già visto.»
«Me lo dicono tutti, è perché somiglio a Scamarcio.»

A questa battuta il sosia di Piero si volta dall’altra parte: probabilmente non sa chi sia Scamarcio. Per un minuto fingiamo entrambi di essere attratti dal nulla, poi l’imbarazzo comincia a puzzare come una frenata sull’asfalto. Tracanno il Montenegro, saluto il tipo e mi rimetto a camminare.
Il maestrale tira sempre più forte. La bandiera nera del ristorante “Il Pirata” si spiega senza posa. I carrubi mugghiano disperati. La nebbia è un’enorme cappa poggiata sulle montagne, mi chiedo come cazzo facciano i mufloni a orientarsi. Le palazzine a due piani color pastello ricordano il set di The Truman Show.
Lancio lo sguardo verso il castello di Punta Troia: vi si accede tramite un’eterna mulattiera che parte dal cimitero e si trasforma in un sentiero in basolato talmente scosceso che puoi affrontarlo solo in groppa a un mulo: ci andrei pure, uno di questi giorni, se non mi facessero tanto schifo i muli.
A furia di parlare dell’Isola sto rincoglionendo. Con la gente dell’Isola si parla solo dell’Isola: del maltempo, della corrente, dei traghetti, dei mufloni, dei setter, del Castello di Punta Troia. E se ne parla sempre con quelle sopracciglia da apocalisse. Il risultato è che adesso so tutto dell’Isola, e delle isole, che conosco i nomi degli alberi e delle pietre, dei venti e dei pesci.
A Marettimo d’inverno si trova un solo tipo di pescato, delle cose striminzite che un ragazzo porta a spasso per il paese su una carriola. Mi ha detto, il tipo, che non può venderne più di venti a persona, perché arrivano una volta a settimana ed è giusto che tutti ne approfittino. Mi è bastato aprire il portafogli per fargli dimenticare i suoi propositi comunisti e comprare tutto il carico. Ora però ho il frigo pieno di questi pescetti e non so cosa farmene: ho provato a friggerli, bollirli o arrostirli, ma senza ricavarne l’ombra di un sapore.
Non so cucinare, è vero, anzi, non so fare nulla, come mio padre non perde occasione di rinfacciarmi. L’unica cosa che ho sempre amato è guidare. Le prime gare clandestine le ho fatte col foglio rosa e al liceo, per far ridere i compagni, tamponavo i cassonetti o chiedevo informazioni ai passanti per poi sgommare quando aprivano bocca. Ma di stronzate alla guida ne ho sempre fatte, tante da rimetterci qualche amicizia. Poi per fortuna ho incontrato Piero, l’unico che non storce il naso quando accelero un po’: in due mesi è diventato il mio nuovo migliore amico, ed è anche una spalla perfetta per abbordare.
Ma come si fa a rimorchiare l’unica ragazza dell’Isola? Ovunque abbia vissuto, Torino, Bologna o Parigi, ho sempre trovato uno sfogo. Qui, però, è una missione impossibile. Ogni pomeriggio vedi sempre le stesse venti persone in posti diversi. Passeggi, avanti e indietro, e loro cambiano assetto: una volta la fruttivendola e il macellaio davanti alla bottega di lui, poi il macellaio al molo con i vecchi della panchina, poi la fruttivendola al Bar, poi gli amici della barista davanti al macellaio, e così all’infinito. Se mi facessi la barista lo saprebbero tutti ancora prima del coito. Non mi rimane che continuare ad ammazzarmi di seghe. Mi chiedo come faccia il sosia di Piero. Dev’essere in andropausa, quello lì.

Basta. Ora torno a casa, ceno, mi sfianco coi porno che mi sono portato (per fortuna, visto che qui non c’è Internet) e me ne vado a dormire.
Il solito setter mi segue finché non gli sbatto la porta sul tartufo. I pescetti nel frigo ormai puzzano. Sto per aprire una scatoletta di tonno quando dalla finestra arriva odore di brace. Apro la porta e vengo investito da un freddo tagliente. Osservo dall’uscio le due giovani famigliole che hanno improvvisato il barbecue. Le mogliettine sono niente male, non le avevo mai viste in giro. I mariti mi chiedono se voglio favorire. Mi portano un bicchiere di bianco e un piatto dei soliti pescetti arrostiti in crosta di sale. Cazzo, pensavo di averli comprati tutti.
Addento. Sono squisiti. Ringrazio e torno dentro a finire il mio pasto.

Il giorno dopo mi sveglio alle sette. Ho dormito di merda, non sono bastate tre seghe a darmi il sonno pesante. Mi sa che sto per avere un attacco di panico. Prendo uno Xanax, faccio una doccia, i bagagli per la decima volta ed esco alla velocità della luce, come se l’appartamento m’avesse rigettato.
Nel tragitto verso il molo passo davanti al Bar, che ha appena aperto. Accanto c’è l’ufficio della compagnia dei trasporti, con gli orari affissi in bacheca. Il primo traghetto è alle undici. Chiedo alla barista se posso lasciarle la valigia per farmi una passeggiata, non più di un paio d’ore. Lei ci pensa un po’, manco fossi un terrorista, poi rimedia con un sorrisone d’assenso. E mi chiede:
«Tutto bene?»
«Ti riferisci alla faccia? Ho dormito poco.»
«Avete parlato?»
«Chi?»
«Tu e Paolo.»
«Chi è Paolo?»
«Non vi siete nemmeno presentati?»
«Intendi quel ragazzo che viene qui ogni tanto? No, non ci siamo presentati.»
«Siete qui per questo, no?»
«Guarda, non credo proprio. Io al massimo volevo conoscere te, ma tanto ormai è tardi: sento che oggi si parte. Dai, a dopo, che ho i minuti contati.»

Indosso il berretto, avvolgo la sciarpa e m’incammino verso il Castello di Punta Troia. Il dialogo con la barista mi ha scombussolato: ho sperato in un suo slancio per giorni, ma mai mi sarei aspettato che arrivasse sotto forma di delirio. “Siete qui per questo”? Ma che cazzo voleva dire?
Di passaggio mi fermo al cimitero. Sulle lapidi solo foto di coppie anziane nate nel milleottocento-qualcosa. Noto che dagli anni Novanta non è morto più nessuno, su quest’isola. E ci credo.
Imbocco la mulattiera. Più il maestrale mi schiaffeggia e più la cicatrice fa male. Riaffiora il ricordo dell’impatto, delle schegge color porpora, dell’orrore. Ho persino sperato in quella scotomizzazione di cui parlava lo psicologo, ma niente, l’immagine della Mini accartocciata è sempre lì, nel cervello, un tumore che si fa strada attraverso la corteccia per sbucare dallo spiraglio della cicatrice e ricordarmi il perché di quest’esilio.
Ho un conato di vomito. Per spingerlo giù, mi impongo uno sbadiglio e ingoio una boccata di vento. Mi calmo. Mi calmo. Mi calmo.
Riprendo a camminare, è l’unico modo di combattere la nausea. Rivedo mio padre, il suo pallore, le labbra assottigliate dal disgusto, il desiderio di diseredarmi: mi ordina di sparire dalla circolazione, a braccia conserte, quella posizione indistruttibile che non gli ha mai permesso di abbracciarmi.
Dopo un quarto d’ora di scarpinata scorgo una sagoma lontanissima, qualcuno che ha avuto la mia stessa trovata del cazzo e che è già all’inizio del sentiero in basolato. Ci metto altri venti minuti per arrivare a quel punto. Il tizio, nel frattempo, ha raggiunto il Castello, si è avvicinato alle mura, c’ha poggiato le mani, come per una perquisizione, e poi s’è seduto a terra.
Mentre percorro il sentiero, che non è affatto impraticabile come dicono, mi domando cosa cazzo stia facendo quel tipo. Per un attimo ipotizzo che sia un tossico e decido di tornare indietro. Poi ci ripenso: qui manco arriva la carne fresca, figuriamoci la droga. Al massimo è ubriaco, mi dico, e in ogni caso io sono cintura marrone.
Quando pochi metri mi separano dal Castello finalmente lo riconosco. È Paolo, il sosia di Piero, e sta piangendo come un neonato. Si volta di scatto, finora convinto di essere il solo nel raggio di chilometri. Mi guarda, cerca di contenersi, ma una pugnalata invisibile lo sorprende alle spalle, provocandogli uno spasmo.
Non so cosa mi spinga ad andare avanti, a raggiungerlo: non ho alcuna voglia di perdere tempo coi drammi altrui, ho già i miei cazzi e sono parecchio amari. Eppure cammino, cammino e cammino. E alla fine gli sono davanti.
Suo fratello è in coma, dice, dopo un incidente d’auto.

Mio padre è proprio un figlio di puttana.

  1. Credo ti riferisca a un altro cimitero… Bella storia, quasi fosse vera, in parte…

  2. a mulatto. an albano. a mosquito. my libido. (yeah).

    Questo racconto trasuda anni Novanta dalla t-shirt del personaggi!

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