Il Pierini di noialtri

Sono le cinque di mattina ed è ancora notte fonda alla stazione di Forlì. È inverno. Il mio babbo scende rapido dalla bicicletta e la spinge a braccia lungo le scale del sottopassaggio, su fino al primo binario. Gli altri sono già tutti lì che aspettano. Hanno la sua stessa età, sono giovani, ognuno stringe la propria bicicletta come una fidanzata da consolare, parlottano tra loro, fumano qualche sigaretta come per scrollarsi di dosso il freddo. Indossano tutti la stessa giubba scura, anche mio babbo ce l’ha, è quella di lana grossa e spessa del lavoro e portano quel cappello blu con lo stemma Poste e Telegrafi sul davanti. Hanno i guanti tagliati, questi giovani portalettere, proprio sulla punta delle dita arrossate dal gelo. Sono libere, quelle dita, perché così, quando sfogliano la posta, non la fanno scivolare.
Scendono tutti a Bologna, scendono, poi risalgono sulle loro biciclette e ognuno ha la sua zona da coprire: via Irnerio, via Ugo Bassi, via Galliera. Sotto i portici del centro ci si ripara dalla pioggia ma non dal freddo, quello no, che a Bologna, lo dicono tutti, il freddo è sempre stato un po’ così.
Quando il mio babbo rientra a casa, alle nove della sera, si stende a letto per poi ripetere tutto da capo il giorno dopo, sempre uguale, sempre lo stesso giro.
Fa parte di un esercito romantico di eroi in bicicletta, il mio babbo, che intorpiditi dal gelo vanno avanti fino a primavera, così, senza potersi ammalare. Che già a febbraio cominciano a slacciare la giubba, cominciano, perché Bologna allenta la morsa e il grigio a volte diventa blu e la nebbia svanisce. A metà del mese, a volte, capita di vedere anche il fondo delle vie.
Quelli di Forlì, ecco come li chiamano a Bologna, che hanno le giacche grosse e i guanti bucati e la Bologna provinciale li ingoia la mattina e li sputa la sera, così, senza chiedere nemmeno il permesso.

Ho tredici anni e sono in macchina con mio babbo, mia mamma e mio fratello. Siamo in autostrada, sono le cinque di mattina e c’è già luce dappertutto. E’ estate.
Il babbo è in pensione già da un po’, non fa più il portalettere a Bologna e ha da poco cambiato la Centoventisette rosso pallido con una Fiat Uno blu pallido. Non ci riesco a dormire dentro la Fiat Uno blu pallido, puzza di auto nuova da far schifo. Non lo sopporto. C’è odore di plasticone, metallo caramellato, di pane con la mortadella nel cestino che sta dietro, sopra la mia testa.
Guida piano, il mio babbo, perché gli piace guidare piano e perché la Fiat Uno blu pallido è nuova e ci deve prendere ancora le misure. Mangia le caramelle Tabù, mentre guida, quelle che hanno la confezione tonda e di latta. La mia mamma, invece, tiene le bottiglie d’acqua tra i piedi e i biscotti sulle gambe, che ogni tanto mi allungo, ne mangio uno e mio fratello fa come me, mi copia.
Tutte le estati le passo in montagna, negli anni novanta, in riva a un lago che si è formato da una frana tipo cento anni fa, sotterrando il vecchio paese.
Tutti gli anni, quando arriva il momento di partire, il programma è sempre lo stesso: sveglia alle quattro e trenta di mattina e partenza mezzora dopo per non trovare traffico sul Brennero, che poi, il traffico, lo troviamo lo stesso sul Brennero, però di meno.
Siccome nella nuova Fiat Uno blu pallido non si dorme, io e mio fratello passiamo il tempo a fare il gioco delle targhe.
Fo? Forlì!
To? Torino!
Ca? Cagliari!
Ar?
Cos’era Ar? Ar… Ar… Ar…

Quando iniziano le montagne vuol dire che siamo a Padova e allora ci fermiamo in autogrill. Io sono sveglio e non so che ore sono, l’autoradio parla solo di notizie e la musica non la conosco, ho delle cassette, ma le ho dietro, in valigia. A casa ho lo stereo del compleanno che legge i cd, ma non ho mai avuto un cd, ne ho uno che si legge nel computer ma è una cosa di enciclopedie, non è musica, fa schifo.

Il babbo ci racconta che da ragazzino, prima di fare su e giù da Bologna con Quelli di Forlì, saltava la scuola e andava a fare il barbiere, imparava l’arte di fare la barba, Che ognuno ha una barba diversa, ci dice, c’è quello che c’è l’ha dura e pettinata, quello che ce l’ha solamente sotto al collo e c’è quello che è come me, che gli cresce da tutte le parti e quando se la fà si taglia.
Quando sbarbava i signori clienti, il mio babbo, imparava a conoscerli un po’ tutti. Che poi erano sempre gli stessi, i signori clienti, tra i quali un certo Pierini che era tipo un personaggio un po’ particolare. Pierini la barba non ce l’aveva, ma andava lo stesso a farsela e diceva Fammela corta, fammela.
Il babbo ci racconta che quando arrivava Pierini tutti erano già pronti ad ascoltarlo, perché Pierini era uno che diceva e raccontava di tutto. Sono andato qui, sono andato là, ho visto quello, ho visto quella, diceva Pierini. Che in fondo, il mio babbo, lo sapeva che erano tutte balle, ma le ascoltava lo stesso, perché Pierini usava un tono che sembrava tutto vero, quello che diceva, e ti sentivi in colpa a dire No, non è vero, stai dicendo una cosa che non è vera, si, si, proprio te, con quella faccia, una faccia da cose non vere.
E io più ci penso e più lo immagino, il vecchio Pierini, che comincia a parlare e dice Sono andato qui, sono andato là, sono andato in Toscana, sono andato a Rezzo.
Che tutti si guardano e il mio babbo smette anche di fare la barba ai signori clienti. Dov’è che sei andato te? Sono andato a Rezzo, dai, in Toscana. Rezzo, la città della toscana.

Alla fine il traffico lo troviamo lo stesso, io l’avevo anche detto, però non sul Brennero, lo troviamo quando ormai siamo arrivati al lago. E allora c’è l’adrenalina anche se non abbiamo dormito, c’è che prima di fare l’ultima curva facciamo il conto alla rovescia, facciamo, e il mio babbo mangia le ultime Tabù e io mangio gli ultimi biscotti. Che mi aspetta un mese in montagna dove sai che a tredici anni ogni giorno è lungo una vita e succede che facciamo le esplorazioni nei boschi, a piedi, su per i sentieri e arriviamo ai rifugi e facciamo il picnic sul prato e mio fratello gioca a calcio col le pigne e io lo metto in porta, perché voglio fargli un gol.

Io di quell’estate dei tredici anni ricordo che facevo i compiti solo quando pioveva, che una volta, ad agosto, non pioveva mica. Una volta, ad agosto, c’era sempre il sole. E c‘era questo mio amico che era tipo il Pierini di noialtri, che diceva tante di quelle fesserie che ti ubriacava e finivi anche per crederci tanto era convincente. Tipo quando al campetto si giocava a trova-un-nome-che-va-bene-sia-al-maschile-che-al-femminile e io avevo detto ‘pilota’. Ecco, il Pierini di noialtri aveva detto ‘dottore’.
Da quest’anno si dice IL dottore e LA dottore, aveva detto Me l’ha detto mio cugino.
Ma tuo cugino chi, quello che una volta, da bambino, è morto?
No, non lui, l’altro.
Ah.

Che il Pierini di noialtri era tipo uno che cento ne pensava e cento ne diceva. Come il Pierini che andava a sbarbarsi dal mio babbo. Che forse sono padre e figlio pure loro, forse. Allora penso a questa cosa, penso che mio babbo di freddo ne ha preso tanto a Bologna e anche di pioggia ne ha presa tanta, a Bologna. E penso che il portalettere è un lavoro di tutto rispetto come il gelataio o come quello che piega i paracaduti sgonfi. E finisce che mi chiedo Ma gli abitanti di Rezzo, Rezzo in Toscana, quando stanno male cosa fanno, chiamano la dottore?
Secondo me, no.
Secondo me, gli abitanti di Rezzo, Rezzo in Toscana, quando stanno male chiamano Pierini, gli fanno la barba che non ha e ascoltano le sue balle, che si mettono tutti a ridere e gli passano pure tutti i mali.
Che tanto se sorridi vuol dire che fuori c’è il sole come d’estate e che Bologna, invece, è lontana come l’inverno. Che al meteo hanno anche detto che piove, va bene, però al meteo io non ci credo più. Io, se mi dici che piove, ti credo solo se ti chiami Pierini.

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