Io minore di tre Space-rock

Segui il corteo fino all’imbocco di via Torino, poi dici a Edo che vai, che vi vedete poi là, e svolti alle colonne. L’iPod nelle orecchie, scegli Future woman e cammini a passo cadenzato coi pollici infilati nelle bretelle dell’Eastpak.

Tanto per cominciare, Un pezzo di focaccia, grazie. Allunghi il braccio sopra al bancone, avevi già due euro pinzati tra pollice e indice, la tizia con la cuffietta ti dà indietro un euro e una monetina per pigmei color arancio bruciato. Che te ne fai di due centesimi, pensi tu, e te la infili in tasca. Poi mastichi a ganasce rilassate, devi fare leva con la mandibola e voltare il mento dalla parte opposta, la focaccia è elastica, va strappata a colpi secchi.

Appallottoli il cartoccio oleoso nella tasca del giubbino e spingi la porta a vetri. Fai un cenno al tipo in cassa, quello con gli occhiali alla Woody Allen e i capelli alla James Dean, lui ti fa un sorriso breve, e tu ti fai una vasca.

C’è un carrello, di quelli del super, addossato alla parete in fondo al corridoio. Dentro, una fila di vinili. Prendi il tuo, dice la scritta a pennarello sul cartello. Scorri con l’indice di taglio le copertine, poi inizi a spostarle da destra verso sinistra, e vedi un cranio. L’Eastpak ti scivola dalla spalla e si fionda a terra, ma tu te ne freghi e, con religiosa attenzione, estrai il disco, lasciando la fila spaccata a metà. Due crani. Due crani blu metano ti acchiappano gli occhi. Tu quel disco ce l’hai già. Cioè, un momento, hai una copia. Una copia scaricata dal Tubo. Perfettamente sigillato nella sua foderina trasparente. Ribalti la copertina, te la rigiri tra le mani come il cubo di Rubik e ti arrivano sotto un paio di Converse di pelle nere, Woody-Dean ti guarda dietro la montatura spessa, ricambi l’occhiata alla svelta.

Bel disco, ti fa.

Cazzo, dici tu.

Appassionato di musica elettronica?

E tu allora ti senti autorizzato e fai sfoggio, Millenovecentosettantanove, il rock-space, la line-up del gruppo, nel periodo di maggiore attività, era costituita dal frontman Christian Le Bartz, chitarrista Alain Maratrat, bassista e cantante Gerard L’Her, alle tastiere Fabrice Quagliotti, batterista Alain Groetzinger, sesto elemento il produttore francese Claude Lemoine, il periodo argentato, durante l’ultimo concerto si sono —

Però, è un piacere conoscerti… mister Wikipedia. Ti ha interrotto, è vero, però apprezzi che lui apprezzi.

Quanto, chiedi.

Sette neuri… Vuol far l’amico con quel neuri.

L’ho visto a cinque, lo secchi tu.

Al mercato?

Non te lo caghi più, l’LP tra le mani e, non è molto in effetti, solo che tu c’hai un euro e virgola, quindi, con l’incazzatura nel cuore, lo rimetti lì dov’era e ricompatti tutta la pila, sperando che nessuno te lo ciucci via.

Spingi la porta a vetri e ti viene incontro uno altissimo con le punte al posto dei capelli, seguito da emo grassissima, scarpe ortopediche e ciuffo a schiaffo da cui le esce l’occhio sbavato di nero. Tieni la porta, li fai passare, poi con la schiena afflosciata sotto l’Eastpak te ne esci.

Ehi, Feli… Non ti giri subito, ma rallenti, quello sì. Felice, ehi… Ti tocca la spalla con l’indice, inclina la testa, ti sorride.

Cazzo, la Fede, fighissima, intelligentissima. E ricchissima.

Ohi… e Edo? dici.

Non viene, ha detto che ti trovavo qui… al limite mi aiuti tu… che sai tutto, ti dice. Edo ci prova con la Fede da inizio anno, pensi e fai un passo indietro. Ah…, dici e sniffi un profumo di shampoo che ti t’infila sotto le unghie, fai fatica a guardarla, per non parlare del fatto che ti si è agganciata al braccio e ti preme con le dita sull’avambraccio.

Oh, il vestito per stasera l’ho trovato! Ma stasera tu vieni, vero…? e di nuovo ti preme l’avambraccio, te lo fa sempre, quella cosa dell’avambraccio.

Dài…

Dài, che? pensi. Ti volti a guardarla, ma solo un attimo, poi fai un passo asimmetrico in retro e lei ti si accosta di nuovo.

È troppo bella, pensi, non te la puoi permettere.

Ma se è una settimana che dico che stasera c’è la mia festa anni Ottanta! Giusto, compleanno a tema, che cazzata, pensi. E quanto cazzo è bella, pensi e subito cancelli quello che hai appena pensato. E ti ricordi pure che non le hai detto No. Dài, tu ci devi essere…, ti dice con quei due occhioni a specchio, e ora, oltre a premerti sessualmente l’avambraccio, si accuccia con la guancia sulla manica del giubbino. Tanto i fighi alla Edo hanno la precedenza. Dài, se non vieni tu…

Se non vieni tu, che? Maledette donne, pensi.

Non so, è che avevo preso un mezzo impegno, abbozzi tu. Palle…, fa lei, si drizza di petto e ti trafigge con quei due smeraldi incastonati ai lati del naso.

…non so quali prendere…, sta guardando il nulla e, col braccio inanellato attorno al tuo, ti fa fare una virata e, arrivati alla porta a vetri, tu inchiodi. In trasparenza vedi i due emo e gli occhi ti si impigliano nelle calze a rete bucate sui polpaccioni di lei che ciondola tra i CD. Tanta carne, pensi. Tanta carne di polpette tristi, pensi. Devo fare una telefonata…, dici e guardi il cane lupo steso lì davanti, il pelo come se glielo avessero strappato a morsi, stessi occhi abbacchiati, gli manca il ciuffo alla Capitan Harloch ma per il resto. Fede rimane muta, fa solo ping pong con i tuoi occhi. Quando finisco entro…, dici al cane che sbatte una palpebra.

Col broncio alla francese la Fede spinge la porta a vetri di schiena per non staccare lo sguardo dal tuo, poi per entrare si deve girare e, tu le guardi il culo. È inevitabile. Mamma che culo che ha, pensi. Non che sia un pensiero nuovo, l’hai pensato centinaia di volte, più o meno ogni volta che l’hai vista andarsene. Perché quello è il meglio di certe bellissime, quello che ti lasciano vedere quando non ti vedono più. Mamma che culo che ha, è un pensiero a scatto, azione, reazione.

E comunque, non è roba per te, fai un passo laterale per resettare il baricentro, il cane si punta in piedi e comincia ad abbaiare. E non la smette, porca — Difatti Fede da dentro si volta, ti lancia un’occhiata in tralice, poi zooma sul tuo cell che tu tieni prudentemente schiacciato contro l’orecchio, le mostri il palmo aperto, come a dire, Tutto ok… sto parlando… non posso interrompere…, e nascondi la bocca nel tre quarti, così eviti la finta effetto pesce. Le annuisce, ti dà le spalle e tu di nuovo rimiri il suo sacrosantissimo didietro. Guardi il cane, gli penzola una sfoglia di lingua tra le zanne, poi guardi lei, poi di nuovo il cane, la lingua viscida di saliva, poi Woody-Dean che le regge il moccolo dietro dietro, ti sembra pure che a un certo punto lui ti indichi, ma non ne sei sicuro, ti sembra pure che lui ti sorrida, ma non ne sei sicuro, porti gli occhiali, sei miope, in più c’è il riverbero del vetro. Quando non ne puoi più di sentirti un’idiota telefonante, rimetti il telefono nei jeans, ti avvicini di un paio di passi e Fede, da dentro, ti mostra una leccatissima lingua rosa Mattel appesa tra labbra luccicanti.

La lingua.

È un segno, pensi.

Fede fa con l’indice sollevato, come a dire un minuto, ha il borsellino aperto tra le mani, sul banco ci sono poggiati dei vinili.

E il segno è che tu vorresti una bella leccata rosa. Anche due.

Riprendi il telefono, digiti, Dove cazzo sei. Il cane inizia a guaire e, mentre schiacci il tasto invio, entrano nel tuo campo visivo le scarpe da Frankenstein. Eviti di salire con gli occhi, non ti è mai piaciuto il calcio, figurarsi i polpacci da terzino su un’emo poi.

Eccomi! Sulla spalla ti arriva una soffiata di capelli soffici e lunghissimi, come la madonna delle madonnissime, lei ti compare con un sacchetto in mano, se lo appende al polso, infila il braccio a ciambella nel tuo e, allacciati così, vi accodate ai due emo che si intristiscono mano nella mano davanti a voi.

Cammini rigido, ti occorre una frase, una domanda, tutto quel silenzio ti mette ansia. Che hai preso? dici. La coda del cane fa da metronomo tra i due tristoni lì davanti, la segui con lo sguardo. Mah, non sapevo…, nemmeno mi hai consigliato…, va’ che glielo dico a Edo…, fa una pausa e si affaccia oltre la tua spalla come per controllarti. Controlla sugli occhi, vuole vedere se la stai ascoltando. Tu c’hai le pulsazioni cardiache che tra un po’ esplodi ma, cazzo se la stai ascoltando. Anzi, stai facendo di più, tu la stai auscultando. Come un dottore — alzi la maglietta per favore, e le attacchi un orecchio a ventosa all’attaccatura della tetta sinistra, Dica trentatré —

Ehi —

Certo, quindi… che hai preso? ribadisci il concetto perché ti ci vorrebbe del tempo, adesso, per trovare un’altra domanda.

Boh, mi son fatta consigliare dal tipo con gli occhialini.

E? fai anche una micro virata con la testa dalla sua parte, ma per guardare in basso, non lei, punti il sacchetto, — lo dica più forte, cacci un bel respiro e dica trentatré, e il tuo orecchio si divarica per coprire la maggior quantità di pori odorosi e no, tu non usi lo stetoscopio —

Nasconde il polso dietro il fianco, Non te lo dico…, e fa la mossa come ad appoggiare la testa sulla spalla, ma non l’appoggia sul serio, mima l’idea. Vieni alla festa, così senti…

E tu la senti. Una scossa calata nel fondo destro dei jeans, ecco che senti. Quindi estrai il tuo cell, che lei guarda facendo un punto luce sfettato tra le ciglia indurite di blu, — più forte, un bel respiro, e il tuo orecchio segue il movimento a mantice del suo costato, benissimo… ora si sdrai —

Leggo, Figa, no? trattamela bene. Oh, allora porto il mio giradischi, mica cazzi, diglielo alla Fede.

Chi è? ripete con quella vocina di zucchero a velo. Nessuno, dici. Bugiardo. — benissimo, si sbottoni i jeans.

Sei davanti allo specchio, ti stai guardando il ciuffo bombato, i Levi’s 501 neri e il chiodo con spalline imbottite, te l’ha prestato Edo. Con la mano stai controllando la fodera. Fucsia. Lasci perdere la fodera e il fatto che il tuo amico sia un patito di ‘ste robe, e ti metti di profilo. Perfetto. Un coglione rockabilly anni Ottanta, pensi ed esci.

A intermittenza vedi prima rosso, poi verde, per via dei filtri colorati che coprono i faretti appollaiati agli angoli sul soffitto del garage. Ricchissima ma vuol fare l’alternativa, la Fede. E comunque un garage così grande e pulito tu non l’hai mai visto. O forse sì ma era in un telefilm. Non ci sono macchine, dove sono le macchine, pensi tu. Non la vedi, in compenso vedi due della II F con giubbotto a salsiccioni senza maniche e camicia a quadretti fuori dai jeans. I coglioni paninari anni Ottanta. Ti versi un bicchiere di Sprite e ci sputi dentro un po’ di bollicine sgasate non appena noti la Fede inguainata in un tubino nero senza spalle, con due giri molli di cintura borchiata sui fianchi. Vestito strettissimo, cintura larghissima. Mi manda il sangue alla testa il contrasto sparato.

Ohi, Madonna…

Ehi…, e ti bacia la guancia, poi con la lingua fa esplodere un pallone viola che subito si risucchia in bocca con tutto il tuo cervello appiccicato dietro. O sarà quel cazzo di profumo talcato che ti si cosparge addosso. Osmosi letale, pensi e l’occhio ti si ammolla sui suoi polsi ammanettati da una serie di cinturini di pelle nera, porta anche il guanto smezzato in pizzo e gli stivaletti flosci alle caviglie. Poi devi dire Auguri, ed effettivamente dici, Auguri. Poi devi darle il regalo, e infatti sfili dalla fodera fucsia un pacchetto quadrato, niente carta, solo un nastrino a fare un giro in verticale, uno in orizzontale, con nodo in centro.

Grazie! Fede ti abbraccia che ti si schiaccia tutta contro.

È un cd… l’ho fatto io…, aggiungi per completare.

Tenero…, e se ne va con Marta che sta ciucciando un chupa chupa, dice che fa parte del costume. È fucsia uguale, vedi? Io vedo la pallina bicolore luccicante di saliva, acchiappata tra le dita, e annuisco alla camicetta panna fragola.

Ma come cazzo ti —

Ohi…

Edo s’è fatto i capelli tipo criniera di cavallo, con tanto di leccate laterali, la sigaretta stretta all’angolo della bocca e l’occhio strizzato sopra dal filo di fumo che gli si spampana in faccia. E chi cazzo saresti…? dici perplesso guardandogli il giubbino di jeans col colletto tirato su.

Ehi tu, porta rispetto per il mitico Scialpi…, ti fa lui inforcando la sigaretta con due dita.

Ma con tutti i cantanti che c’erano…, vagheggi un sorriso e ti fai sotto al giradischi accanto a Edo appollaiato lì dietro. Vai in loop sul disco nero che gira. Poi vedi un menisco in mezzo al jeans spaccato, quello della gamba abbarbicata sullo sgabello.

Oh, Scialpi, t’hanno dato pure una manica di botte o…? Edo alza il volume, tira un’altra boccata e in sincrono alzate gli occhi altezza culo donne. No perché tu ti sei visto? fa lui e ti fa un microcenno col mento appena becca il culo giusto. Annuisci. Per forza, più giusto di quello.

Ma di chi sono? fai la domanda ma è sempre il culo della Fede che segui, sta ballando con un bicchiere di non sai cosa in mano, in mezzo a un tot di ragazze colorate a pennarello. E parte un intro che —

Cazzo.

Lo fissi, il mento di Edo tiene il tempo con movimenti aggettanti, pure il ginocchio bucato stacca il ritmo a colpi di rotula. Suoni metallici, la pianola elettrica, voce distorta, ritmo compulsivo.

Cazzo.

Ti fai dietro il giradischi e, sulla mensola lo vedi. Rosso, il cranio argento, e in streaming ti compare la domanda, che fa così. Ché poi, con gli anni Ottanta, che cazzo c’entra quel disco. Risposta, Un cazzo, quello è il tuo disco.

Cheffigoooo…, starnazza una vocina centro pista. Ballano così, le donne dimenano i fianchi, mentre i maschi dondolano la testa verso il basso come se avessero perso qualcosa tra le fughe delle mattonelle. Che non ci sono. È cemento, siamo in un box pensi, cazzo guardate a terra le mattonelle.

Non fai niente, il bicchiere in mano, il disco inchiodato in testa. Parte l’effetto strobo, vedi una gamba, una faccia, un pezzo di fucsia, una bocca lucida, un gomito nudo, le borchie accecanti sui fianchi di. Ti toccano la spalla, la faccia di Edo che sembra un Picasso, Mi dài un’occhiata qui? devo andare a — ti urla nell’orecchio con una mano a mo’ di imbuto. Gli fai sì col mento, ti chiedi dove diavolo sia il bagno, e vedi Edo che uscendo fa un lancio corto, il mozzicone fa una spia rossa poi buio.

Tanto è aperto, il box.

Prendi posto sul trespolo, postazione di comando, le possibilità che qualcuno avrà di ottenere una limonata a strappo dipendono anche da che musica girerà su questo piatto. Anche. Lasci che il pezzo finisca, poi stacchi il più delicatamente possibile la puntina dal solco. Un leggero strappo, come uno sbrego che scuce in un nanosecondo l’aria, ti senti gli occhi addosso, come a dire, Be’, ti muovi?

E tu ti muovi e fai una doppia mossa. Sfili via uno nuovo e rinfili questo nella custodia. Appoggi la puntina, ti levi il chiodo, l’uncino di metallo sta facendo i suoi giri iniziali a vuoto, controlli in giro se ti stanno guardando. No, non ti cagano di pezza, così appoggi il chiodo, copri i crani argento con tutto il rosso quadrangolare intorno.

When I’m with you it’s paradise…, se fossero navi, starebbero rollando in balia di piccole e docili onde, adesso, le femmine. Tu sollevi con prudenza la giacca semirigida piegata per metà e te la infili sotto l’ascella. La Fede sta ballando, con uno, una pertica che gioca di baricentro tra un piede e l’altro, che cazzo c’ha su? sembra una fodera di cuscino messa sui jeans tipo grembiule sul davanti, e in testa c’ha una fascia ferma treccine, ma che cazzo. Fede sei bellissima, pensi. — che cosa sente qui? le tasti la milza, lei risucchia in dentro la pancia, la pelle di burro tesa tra le creste iliache come due scogli levigati emersi, l’ombelico ben annodato che fa quel bel laghetto tondo nel mezzo —

Superi quelli che bevono a bordo campo, fai un cenno ai due paninari della II F e becchi Edo che — Vado un attimo…, gli dici, il chiodo con lo spuntone rigido nella fodera, stringi di più l’ascella.

Tanto è aperto, il box.

Pronto? abbassi il volume, stai attento, ché il gommino di sinistra è saltato via e così traballa il piatto.

Sei proprio stronzo, lo sai…?

Ti gratti la testa, sei steso sul letto, i piedi paralleli con gli alluci orientati al soffitto.

…potevi almeno salutare…

Stavi ballando con quello…, fai tu e pensi che sarebbe stato impossibile.

Cafone che sei…, e qui lo sai che sta facendo il broncio che le pinza le labbra a cuore.

Scusa, dici, è che avevo mal di testa.

Stronzate… ti devi far perdonare, lo sai?

Lo so, pensi. Come, chiedi.

Intanto te ne sei andato e non sai ancora che dischi avevo comprato… a proposito, ne ho solo due…

In che senso, fai tu.

Boh…, nel casino, ne avevo comprati tre, chissà dov’è che —

Forse l’ha preso Edo per sbaglio.

E qui lei fa una pausa. Come una cosa che invece di dirla se la inghiotte e le ci vuole un po’ per, poi deglutisce e cambia tono, Peccato che non sei rimasto… le parti più belle delle feste sono quando si rimane in pochi…

Vero, pensi, e incroci i piedi altezza caviglia.

Lo sai cosa sto facendo adesso…?

No, cosa?

Sto ascoltando —

Ti arriva un sms sotto.

— il tuo cd, è fighissimo, davvero, grazie Feli, mi strapiace…

Dice del cd, mica di te, ti dici.

Sono contento…

Pausa, …che fai adesso? ti dice masticando la cicca.

Niente, ascolto un po’ di musica…

Ah…, ok, allora ti lascio.

Ok… ciao Fede.

Ciao Feli.

Prendi il messaggio sotto e leggi, Oh, news di ieri fine serata…

Mh, pensi, poi chiudi il tel, e quello vibra di nuovo.

Leggi, Peccato davvero per ieri… <3 Fede.

Minore di tre, pensi.

Fai uno scatto felino e ti alzi, cerchi nella tasca dei jeans. Due centesimi. Controlli la monetina sui due lati, poi la provi e quella si incastra perfettamente al posto del gommino. Ecco che cosa te ne fai tu, di due centesimi. Alzi a 25 max, ti rituffi sul letto, sistemi il cuscino dietro la nuca, e ti metti a leggere i credits sul retro del tuo nuovo Lp rosso lacca.

— e ora si giri, signorina.

 


  1. Bello e graffiante questo racconto breve . In particolare la capacità dell’autrice di entrare nella mente di un maschio con le nostre ossessioni ricorrenti. Di grande effetto anche i piu piani di coscienza dell’io narrante . Lunedi,anzi oggi se riesco, vado in libreria a cercare altro di questa autrice :mi ha catturato!

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