Come una pellicola troppo sottile

È buio. Nella mia stanza entra poca luce, le serrande sono abbassate. Potrei dormire lasciandole sollevate ma non ci riesco, mi sentirei indifesa, senza protezione e questo mi metterebbe ansia.
È la prima notte che dormo con la luce spenta, ed è difficile abituarmi. Non ho neanche più sonno. La lampadina si è fulminata e mi sono imposta di dormire a luci spente. Meglio. Per il risparmio energetico, e poi… perché queste fissazioni?
Spalanco gli occhi, cerco di catturare la luce, un minimo. Sono le tre e non dormo. Cambio continuamente posizione, delle braccia, delle gambe, ma sono sempre più sveglia. Mi dà parecchio fastidio non riuscire a dormire; le ore notturne sono da destinare al sonno e non dormire significa sprecare quel tempo. Detesto le perdite di tempo.
Ma io so cosa non mi fa dormire.

Il senso di un’attesa infinita, frustrante, e un calore che mi stringe, mi abbraccia dall’interno. Mi avvolge e quasi non respiro. Poi lo vedo, mi guarda, mi fissa e mi sorride. Con quel sorriso un po’ sghembo. Non riesco a difendermi e allora chiudo gli occhi ma non va via. Adesso vedo le mani, le dita affusolate. Sta stringendo qualcosa, cosa? È la mia mano.
Quando mi ha stretto la mano? Non ricordo in quale circostanza, non ricordo davvero se lo ha fatto, ma ora sento così bene che la mia mano è stretta dalla sua.
Ho l’affanno, riapro gli occhi e mi viene voglia di urlare. Voglio mandarlo via.
Mi concentro su altro, sulla giornata di domani, ma lui è sempre lì; adesso è in un angolo, lo vedo con la coda dell’occhio, mi sorride. Cinico, come sempre.
Non so difendermi da lui.

Lavoro in uno studio di architetti; sono qui da poco. C’è molto lavoro, ma non mi pesa. Lavorare mi fa star bene.
Sto pensando a ieri notte; in alcuni periodi il pensiero di lui diventa improvvisamente più intenso. Questo è uno di quei periodi.
Venendo al lavoro mi è sembrato di vederlo; stavo camminando veloce (sono sempre in ritardo) e ho sentito il clacson di una macchina, vicina a me; mi sono voltata e solo di sfuggita ho visto che la persona alla guida mi salutava. Guardava verso di me, mi sembrava lui. La macchina era grigia, però. Non ha macchine grigie, credo di no. Poi ho incontrato la mia collega e abbiamo camminato insieme. Lei mi parlava della vacanza che ha già prenotato, andrà col suo fidanzato in Marocco. O Tunisia, non ricordo; mi confondo con un altro mio amico, anche lui mi ha detto che va in vacanza da quelle parti, o sul Mar Rosso… Insomma, lei mi parlava con foga ma non riuscivo a seguirla, mi guardavo di continuo intorno, per rivedere quella macchina. Se era veramente lui è mai possibile che non sia riuscita a riconoscerlo?

Oggi Olga è felice; per la vacanza, credo. Scherza con tutti ed è anche molto disponibile. Forse sono stata davvero poco educata a non darle retta. Cerco di rimediare e l’accompagno a prendere un caffè.
Olga sa quasi tutto di questa storia; sa di quando io e lui ci siamo conosciuti.
Un incontro banalissimo, una festa di un tipo che conoscevo a malapena; il nuovo fidanzato di una mia amica. Classica situazione in cui l’amica fa di tutto per far sistemare anche te.
Ci siamo scambiati i numeri, per un motivo davvero stupido: voleva che gli prestassi i cd di un gruppo che conoscevo solo io, a quanto pare.
Dopo il primo incontro ce ne sono stati altri; credo di essergli sembrata simpatica. Parlavamo molto, e lui persino rideva alle mie battute! Niente di impegnativo, una passeggiata, un film; e neanche tanto spesso: passavano anche tre, quattro settimane prima di rivederci.
Prima di ogni appuntamento in realtà stavo male, perché sapevo che sarebbe durato poco e che sarebbe passato troppo tempo prima del successivo. Ero avida di lui, delle sue parole, del suo sguardo, del suo accento, dei miei brividi quando lo guardavo. Ma dopo averlo visto, anche se ero euforica, non riuscivo a reprimere un vago senso di delusione. Quando sarebbe stato il prossimo incontro? e se fosse stato l’ultimo? e se l’ultimo fosse già avvenuto?
In certe giornate oziose mi capita di pensare all’improvviso a lui, come se si trattasse di un impegno importante di cui mi ero completamente dimenticata. «Io e R. dobbiamo incontrarci. Sicuramente tra qualche giorno ci vedremo. Forse è meglio andare dal parrucchiere.» Poi però non ci penso più, preferisco non dirmi tutta la verità. E dal parrucchiere voglio andarci il meno possibile.

Oggi Olga vuol parlare di lui. Ma perché? A me non va. Forse perché mi ha visto così spenta, indifferente alla sua allegria.
«E allora, vi siete visti? Ti ha chiamato? Secondo me gli piaci un sacco!»
Cielo, com’è su di giri. Mi sento uno di quei pastori dell’Arcadia che cantano infelici le loro pene amorose con la sonora zampogna.
No, Olga non è un’impicciona; è davvero partecipe della mia vicenda ed è anche molto entusiasta; molto più di me. Credo che questo intrigo sentimentale sia un interessante diversivo alla sua ormai stabile vita di coppia. Di solito non fa domande, non mi ha mai chiesto nulla di lui, è sempre stata disposta solo ad ascoltare i miei monologhi. Oggi però vuole essere aggiornata sugli ultimi sviluppi, ma non riesco proprio a darle soddisfazione.
«L’ultima volta che ha chiamato per vedermi è stata due mesi fa.»
È un po’ delusa dalla risposta ma vedo subito un guizzo nel suo sguardo; vuole assumersi l’incarico di fargli un approfondito esame psicologico, senza nemmeno conoscerlo.
«Ma è evidente» (cosa?) «lui sta fuggendo perché ha capito che è molto coinvolto sentimentalmente.« Non so se ridere… «Evidentemente ha capito che quello che prova per te sta diventando sempre più grande e allora vuole riflettere; sfugge dalla realtà, dall’evidenza.» Già, l’evidenza… «È sicuramente una persona insicura…» Ora comincia la storia dell’insicurezza! È incredibile di quanti disagi e brutture sia responsabile questa triste piaga della società; sei timida? Sei insicura. Sei socievole, egocentrica ed espansiva? È un modo per nascondere le tue insicurezze. Senti la necessità di rapporti stabili e duraturi? Oppure ami disperatamente la tua beata solitudine?
Sono stata definita insicura in ogni circostanza.
«A me non sembra affatto insicuro, anzi. Forse non mi chiama proprio perché è sicuro di quello che non vuole.»
«No, no! Un giorno si rifarà sentire, e tu gli sbatterai la porta in faccia!»
«Guarda che ho capito che tipo è. Lo so che è totalmente inaffidabile! E non ho alcuna intenzione di perdere tempo per colpa sua. Sono sicura che con lui non potrei costruire nulla di positivo e di importante nella mia vita; sarebbe uno scambio iniquo e sproporzionato, e tutto ai miei danni. Non ci sto male neanche più di tanto, penso prima a me stessa.»
Gli sguardi di approvazione di Olga mi rassicurano sulla validità dei settimanali femminili ai quali mi sono abbonata; grazie a loro ho acquisito una consapevolezza superiore sulla mia vita. Mi appoggia la mano sulla spalla: «Sono sicura che farai la scelta giusta.»
Quando usciamo dal bar, mi sento peggio di prima. Anche se tutto quello che ho detto è ispirato a giusti principi, la verità è che non ho una gran voglia di costruire qualcosa di positivo. La verità è che non ho voglia di costruire niente.
Anzi, la verità è che ho proprio voglia di farmi del male.

Brahms, sinfonia n.3. Fa parte del programma di autolesionismo. Riflettendoci bene; è questo il vero scoglio, la cosa dalla quale io devo emanciparmi. Non riesco a dissociarmi da ciò che veramente mi causa malessere, senso di colpa, di inadeguatezza o altro.
Anche R. a volte mi fa sentire inadeguata; o meglio, sono io a sentirmi così se ho il suo sguardo addosso: quando mi sveglio e sono orribile, quando scendo in pantofole per firmare la posta e ho il terrore, latente, di trovare lui invece del postino (perché mai poi lui dovrebbe sostituire il postino?), quando per strada incontro qualcuna vestita meglio di me, pettinata meglio di me, che cammina meglio di me, più bella di me e penso che se lui la vedesse gli piacerebbe moltissimo, e allora sono pervasa dall’odio verso di lei, verso di lui e verso di me che non sono alla sua altezza. Odio le ragazze brillanti e disinvolte, che ridono a qualsiasi battuta e colpiscono con le loro uscite originali e apparentemente argute, che fanno finta di interessarsi di politica, calcio, computer, auto, moto e in realtà fanno quelle osservazioni stupide, con gli occhioni sgranati e il battito di ciglia che strappa le risate accondiscendenti del pubblico maschile. Odio loro per l’uso di armi improprie e odio me, che di armi non ne ho.
Forse a lui piacerebbe Brahms. Mentre lo ascolto lo vedo sul divano, ha un calice di vino in mano. Vino rosso, lui è uno che se ne intende. Mi piace come lo sorregge tra le due dita. È assorto, ascolta la sinfonia. Mi siedo anch’io sul divano e ascolto Brahms assorta. Ma sono sola; e non bevo vino. Sono astemia e di vini non ci capisco nulla.
Ai salumi abbino un chinotto.

I giorni passano, tranquillamente. Acqua che scorre. Non mi sono neanche accorta che R. continua a nascondersi da me. Non lo vedo, non riesco a percepire nulla di lui. Come in una foresta, tendo l’orecchio ma non colgo neanche un fruscìo, sento il suo odore ma è soltanto un’impressione. Non c’è nulla di lui nell’aria. È svanito.
Sono andata al cinema. Ho visto un film che non riesco a definire; drammatico, un po’ noir. Chissà se gli sarebbe piaciuto. Credo di no. Troppo cervellotico per la sua razionalità, la sua mente così lineare.
Tornando a casa faccio finta che lui sia con me in macchina e glielo descrivo, ma parlo con la sua bocca, uso le sue stesse parole, ho ingerito i suoi pensieri. Almeno siamo d’accordo su tutto.
Quando torno a casa chiedo a me stessa un parere sul film.
Non riesco più a dire se il film mi sia piaciuto.